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"La Vicìnia"
Fevrâr dal 2016
 

L’opera del Coordinamento regionale della Proprietà collettiva in Friuli-V. G.
COESIONE SOCIALE E NUOVI MODELLI DI SVILUPPO
Il contributo pubblicato dal Quaderno del MoVi “Imparare l’utilizzo dei beni comuni”

Nel Quaderno n. 2 della collana “Moviduepuntozero APP”, dedicato al tema “Imparare l’utilizzo dei beni comuni”, è stato pubblicato un contributo del Coordinamento regionale della proprietà collettiva in Friuli-V. G.
I 5 quaderni, curati dal Movimento italiano di volontariato, sono scaricabili dal sito www.movinazionale.it/index.php/lab-nazionale-2012/quaderni, dove può essere richiesta anche la versione cartacea.
Di seguito proponiamo il paragrafo curato dal Coordinamento friulano che riflette sulla gestione attiva e comunitaria degli Assetti fondiari collettivi, definiti da vari autori «Beni comuni tradizionali».


L’esperienza del Coordinamento della Proprietà collettiva in Friuli-V. G.
Coesione sociale ed elaborazione condivisa di nuovi modelli di sviluppo

«La maggior parte dei capitali sociali sono risorse morali, ovvero risorse la cui fornitura aumenta invece che diminuire con l’uso e che si esauriscono se non sono usate»: alla luce di questa frase di Robert David Putnam, l’impegno del Coordinamento della Proprietà collettiva in Friuli-V. G. trova un’efficace chiave di lettura.
Nato 20 anni fa a Bressa di Campoformido, è presente su tutto il territorio regionale per aiutare le Comunità a riscoprire i benefici economici, sociali e ambientali che derivano da una gestione autonoma e attiva delle aree di pesca, delle campagne, dei boschi e dei pascoli posseduti collettivamente. Si tratta dei cosiddetti «Beni comuni tradizionali», così definiti perché sono uno dei gruppi – insieme ai «Beni comuni globali» e ai «News commons» – in cui possono essere suddivisi i «Beni comuni».

Quali realtà aderiscono al Coordinamento?

Attualmente la nostra organizzazione riunisce un centinaio fra Amministrazioni frazionali e Comunioni familiari, operanti nei 55 Comuni del Friuli-V. G. in cui i Beni comuni tradizionali sono formalmente riconosciuti. Sosteniamo anche i Comitati promotori, che operano laddove l’accertamento dei Beni collettivi, previsto per legge, non è ancora stato ultimato.
Il Coordinamento è un’associazione di promozione sociale. È animata da un direttivo, composto da volontari, scelti fra gli Amministratori dei Beni collettivi delle quattro province regionali.

Quali sono i compiti affidati al Coordinamento?

Il Coordinamento svolge un’opera culturale per diffondere la conoscenza del modello proprietario comunitario e dei suoi valori fondamentali (incommerciabilità del capitale naturale, gestione patrimoniale usufruttuaria e partecipata, reversibilità delle scelte gestionali, rispetto delle norme consuetudinarie, trasmissione alle generazioni future di quanto ereditato dagli avi) e un’opera politica-sindacale per garantire la difesa, il riconoscimento e la valorizzazione dei Beni collettivi da parte delle istituzioni pubbliche. Nei confronti delle Comunità titolari di Beni collettivi e dei loro organi gestionali, in sintonia con la Consulta nazionale della Proprietà collettiva e con il sostegno dei Centri studi attivi sul territorio italiano (Trento, L’Aquila, Roma) opera fornendo assistenza gestionale e programmi di formazione e informazione.
Attualmente gli obiettivi principali sono la costituzione di Comitati per l’amministrazione dei Beni collettivi in tutti i Comuni della Regione ove la Proprietà collettiva è già accertata ufficialmente e lo sblocco della situazione nei 93 Comuni ove le operazioni di accertamento dei Beni collettivi, per colpa d’insensibilità politica e d’intralci burocratici, risultano non definite.

Cosa fa concretamente un Comitato per la gestione dei Beni collettivi?

Amministra la Proprietà collettiva della Comunità, garantendo che la popolazione ne ricavi le utilità tradizionali, denominate anche «Usi civici» (legna da ardere e da costruzione, piccoli frutti, erbe spontanee, funghi, prodotti ittici…), ma soprattutto gestendo i «valori patrimoniali collettivi» come elementi propulsivi di un’economia autosostenibile e come basi materiali per una produzione economica finalizzata alla crescita della Società locale e della sua capacità di autogoverno. La nostra convinzione è che soltanto mettendo a frutto i «valori patrimoniali» saremo in grado di restituire ai territori stili di vita propri e originali, di rilocalizzare l’economia e di ridurre l’impronta ecologica, chiudendo, a livello locale, i cicli dell’alimentazione, dell’acqua, dei rifiuti, dell’energia e, in generale, ogni filiera di produzione e consumo.

Facciamo qualche esempio.

A San Marco di Mereto, nella pianura friulana, il Comitato ha iniziato a coltivare sui propri terreni frumento biologico, invece che mais. In un antico mulino, si trasforma il grano in farina, in parte per distribuirlo alle famiglie del paese e in parte per farlo lavorare dai panettieri del territorio per ricavarne il «Pan di San Marc» e altri apprezzati prodotti da forno.

E in montagna?

A Pesariis di Prato Carnico, il Comitato ha costituito la propria azienda boschiva, garantendo occupazione a 4 compaesani, che persegue le più moderne modalità di utilizzazione della foresta collettiva, rispettose degli equilibri naturali ed ecologicamente orientate (con ricadute importanti di tipo turistico). La Comunità non mira soltanto all’utilizzazione economica della risorsa bosco ma, nel mentre la lavora, la coltiva e la valorizza, anche sotto l’aspetto ambientale e paesaggistico.
Grazie alle risorse ricavate dal bosco, la Comunità di Pesariis ha potuto aprire un esercizio commerciale di prossimità, recuperare alcuni edifici pubblici abbandonati, trasformandoli in strutture ricettive per l’accoglienza turistica e sociale.

Qual è la situazione nel resto della regione?

I Beni collettivi sono diffusi in ogni angolo della Regione Friuli-V. G. Si tratta principalmente di aree di pesca, di campagne, di boschi e di pascoli posseduti collettivamente e, per legge, riconosciuti come proprietà indivisibili, inalienabili, vincolate nella destinazione agro-silvo-pastorale e con un’eminente valenza ambientale.
Definiti anche “Beni comuni tradizionali” (perché insieme ai “Beni comuni globali” e ai “News commons” sono uno dei gruppi in cui possono essere suddivisi i “Beni comuni”), appartengono a determinate Comunità locali, che da tempo immemorabile ne godono collettivamente.

Quali sono i punti di forza di questo genere di esperienze?

Sull’onda della riscoperta dei Beni comuni, si sta sviluppando una nuova coscienza anche sulle potenzialità sociali, economiche e ambientali dei Beni comuni tradizionali, ovvero delle Proprietà collettive.
La crisi economica, politica e ambientale ha aperto gli occhi di molti sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo.
Si sta allargando la coscienza che le Comunità possono realmente divenire attori dello sviluppo territoriale, mediante la valorizzazione delle risorse locali e dei saperi tradizionali.

E i punti deboli?

L’individualismo proprietario e il consumismo hanno profondamente disgregato le Comunità.
Anche nelle zone rurali risulta spesso dominante una mentalità urbana che ritiene inutile, troppo dispendioso o perfino degradante operare per il proprio sostentamento alimentare (orti e campi) ed energetico (cura del bosco).
L’attuale organizzazione sociale ha determinato una frattura fra abitante-produttore-consumatore.

Quali sono i principali ostacoli che incontrate sul vostro cammino?

C’è una profonda ignoranza, nella classe politica e amministrativa, sul principio costituzionale della sussidiarietà; oppure si riscontra verso di esso una netta chiusura ideologica.
Gli ostacoli burocratici e legislativi dissuadono molti dal cimentarsi in forme nuove (ma anche tradizionali, come nel caso dei Beni collettivi) di partecipazione comunitaria.