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Presentato a Tolmezzo il 2° “Quaderno Strade Nuove” del “MoVi”
IMPARARE L'UTILIZZO DEI BENI COMUNI
L’intera serie dei manuali è disponibile on line all’indirizzo: www.movinazionale.it/index.php/lab-nazionale-2012/quaderni

Il 22 gennaio, il Forum attivo del volontariato di Tolmezzo ha presentato, insieme al “MoVi” e al Coordinamento regionale della proprietà collettiva, il quaderno numero 2 della serie “I Quaderni Strade Nuove”.
Elisa Barazzutti, Dino Del Savio, Elia Beacco e Luca Nazzi hanno parlato del «piccolo manuale operativo pieno di idee, strumenti, contatti, esempi ed esperienze per chi vuole mettersi all’opera» dedicato al tema “Imparare l'utilizzo dei beni comuni”. A nome del Coordinamento regionale della proprietà collettiva”, il portavoce Luca Nazzi ha proposto le seguenti riflessioni.
L’intera serie dei quaderni del “MoVi” può essere consultata e scaricata dal sito web: www.movinazionale.it/index.php/lab-nazionale-2012/quaderni.


Pubblici, comuni, civici. La cura dei “Beni”
nuova frontiera del volontariato e della cittadinanza attiva

Buonasera a tutti e grazie per la vostra partecipazione. Fino a questa mattina ero tentato di cogliere l’occasione di questa serata per denunciare alcune gravi situazioni di attacco ai Beni comuni, pubblici e collettivi che stanno interessando la Carnia, proprio in questi mesi e in questi giorni. Si tratta di situazioni di carattere generale, pensiamo alla questione del Servizio idrico e a quanto si stia malamente trafficando per vanificare i referendum del 2011, ma anche di casi un po’ più particolari che si registrano proprio qui a Tolmezzo, ma anche a Forni di Sotto e a Forni Avoltri, dove è all’opera un apparato amministrativo e burocratico che continua a negare la soggettività delle Comunità e a violare il diritto alla partecipazione delle persone e delle formazioni sociali alla vita amministrativa, che pure è un principio sacrosanto della nostra Costituzione.
Ma mi sforzerò di ingoiare il rospo e di guardare le cose da un altro punto di vista, per sottolineare i segni di speranza, per ricercare motivazioni forti per un impegno pieno di coraggio e di ottimismo.

Dunque, grazie al Forum e grazie al Movi per questa importante opportunità.
Vorrei attirare la vostra attenzione sulla bellezza del titolo del nostro incontro, attraverso una serie di... “evocazioni”.
«La cura dei “Beni”, nuova frontiera del volontariato e della cittadinanza attiva»: è davvero un titolo azzeccato. A cercare il pelo nell’uovo, sarebbe ancor più indovinato se fosse scritto così: «La cura dei “Beni”, nuova frontiera della cittadinanza attiva e del volontariato», anteponendo la «cittadinanza» al «volontariato», in quanto il volontariato, a parer mio, è una delle modalità per esercitare attivamente la propria cittadinanza.

Ma vorrei richiamare la vostra attenzione su due termini del nostro titolo, in particolare: CURA e BENI. Sono termini che, se li intendiamo bene, hanno a che fare con il cuore.
Il «gno ben», nelle nostre villotte, sta per «l’amore mio», la mia amata, il mio amato.
La «cura» ci evoca la figura di una mamma che si china, con tenerezza e dolcezza, sulla culla del suo figlio o quella di una nipotina che stringe la mano del suo nonno o la figura di un medico premuroso che si occupa del suo paziente o, infine, la figura dell’ortolana ch’e sarcle e ch’e dà tiere a la plantute ch’e mene, o ch’e fâs jerbe...
Il «bene» principale – inteso come cosa – è la casa, è la terra, ma non come «oggetto di potere», piuttosto come «oggetto di cure», di «coltura», dunque di «cultura»; la cosa come elemento vivo e vitale da cui ricaviamo, insieme, il nostro pane quotidiano, il necessario per il sostentamento della famiglia e della Comunità.

Quando parliamo di queste cose, in questo modo, la precedenza è, dunque, senza dubbio, per il NOI, che non può che venire prima dell’IO, del soggetto individuale.
Ora, il nostro problema è che, per colpa di una visione economica, politica, culturale (e perfino spirituale) distorta, quando parliamo di «Beni pubblici, comuni, civici», che sono gli elementi della prima parte del titolo di questa serata, non pensiamo a loro come a qualcosa di «nostro». Siamo vittime di una antropologia (una visione dell’umanità e del mondo) che ha messo al primo posto la «proprietà privata», cercando letteralmente e materialmente di «sterminare» le altre forme di proprietà, e che pertanto sta cancellando la «persona» (ovvero uno dei componenti in relazione di una famiglia, di una comunità, di un paese...) per sostituirla con tanti singoli «individui», solitari e mai sazi di desideri/proprietà, da trasformare in diritti/oggetti di consumo, di uso e di abuso.

Se l’IO prevale sul NOI ecco che i «Beni pubblici» non li consideriamo più il patrimonio della nostra Comunità, ovvero del nostro paese, poi della nostra Carnia, su su fino a Friuli, Italia, Europa e mondo intero – una cosa mia e della mia famiglia perché nostri –, ma li consideriamo invece proprietà dello stato o di qualche ente pubblico e i politici, insieme all’apparato burocratico, riteniamo comunemente che siano coloro che se ne debbano occupare, con o senza delega. E mentre i cittadini pensano che i politici se ne occupano comunque sempre male e per fini di parte o inefficaci o illeciti; gli amministratori e i burocrati se ne occupano come se fossero «cosa loro», dove il cittadino non deve mettere il naso e meno sa meglio è...

Se l’IO prevale sul NOI ecco che i «Beni comuni» – si pensa ormai generalmente – non sono proprietà di uno stato o di un ente o di un privato e, allora, invece di essere considerati e trattati come Beni di noi tutti, come Beni di cui godiamo in comune – acqua, aria, patrimonio naturale, patrimonio artistico, servizi pubblici... –, vengono sfruttati o abbandonati come «cose di nessuno», men che meno delle generazioni future, privatizzati, cartolarizzati, brevettati, recintati, espropriati...

Se l’IO prevale sul NOI ecco che i «Beni civici», o meglio «collettivi», che sono la categoria di beni più antica e più diffusa (pensate che in Carnia sono la metà di tutti i boschi, gran parte dei pascoli e, originariamente, anche buona parte dei prati più lontani dai centri abitati), sono i Beni che stanno peggio.
I “sorestants” e la burocrazia, nascondendo la verità e disobbedendo alle leggi, li inglobano fra i Beni patrimoniali degli enti pubblici e li snaturano, negando la loro valenza di «base materiale» per il sostentamento (sono, infatti, in prevalenza Beni agro-silvo-pastorali) e la loro valenza naturalistica e ambientale (vedi, fuori di questa sala, tutto intorno a noi, cementificazioni spaventose, infrastrutture energetiche e industriali mastodontiche quanto inutili, assurde piste per lo sci e percorsi ciclabili «a blecs», ecc. ecc.).

Se vogliamo che questa situazione cambi, dobbiamo rimettere al primo posto il “noi”, la “cura” e i “beni” di noi tutti, dunque i Beni comuni, quelli pubblici e quelli collettivi. Questa è la strada per uscire dalla crisi sociale, politica ed economica e i quaderni del Movi, che presentiamo questa sera, hanno il pregio e il merito, non solo di porre le basi culturali per riflettere su questi problemi, ma anche di indicare delle modalità concrete, già sperimentate e valutate, per realizzare questi obiettivi.

Il tema grande dunque è quello della gestione e della partecipazione.
Per quanto riguarda la gestione, è tempo di superare pigrizie e ignoranza e iniziare seriamente a tener conto della lezione di una grande maestra del nostro tempo. Nel 2009, la studiosa americana Elinor Ostrom è stata la prima donna ad essere insignita del Premio Nobèl dell’Economia e il prestigioso riconoscimento le è stato attribuito per i suoi studi sul «governo dei beni collettivi».
Ostrom ha dimostrato, studiando esperienze concrete scoperte e osservate in ogni angolo del nostro pianeta, che – garantite certe precise condizioni – la gestione comunitaria dei Beni comuni, pubblici e collettivi è di gran lunga più efficace e sostenibile nel lungo periodo se affidata a Comunità lasciate in grado di autogestirsi e l’efficienza di questi sistemi socio-economici comunitari supera quella offerta dagli apparati pubblici (le famigerate nazionalizzazioni e statalizzazioni) o dalle imprese private “for profit”, piccole o grandi che siano (le famigerate privatizzazioni).
Per quanto riguarda la partecipazione, mi permetto un altro “flash”.
Il sociologo Robert David Putnam, esperto di “capitale sociale”, dice una cosa sconvolgente: «La maggior parte dei capitali sociali sono risorse morali, ovvero risorse la cui fornitura aumenta invece che diminuire con l’uso e che si esauriscono se non sono usate». Scusate ora la grossolanità dell’esposizione, ma non posso rubare troppo tempo. Provate a valutare questa terribile interpretazione alla luce delle parole di Putnan: oggi la gente non partecipa alla vita comunitaria e pubblica (come spesso ci lamentiamo), semplicemnte perché c’è chi non la lascia partecipare e non vuole assolutamente che partecipi: se la neve la spalano quelli che, in modo assistenzialistico e paternalistico, ricevono la borsa lavoro, perché mai dovremmo spalarla noi? Se la strada, la scuola, la piazza è del Comune, della Provincia, della Regione, perché dovrei occuparmene io? Se «a fasin simpri ce ch’a àn voe lôr, ch’a san dut lôr...» perché mai dovrei impacciarmene?
Da anni, tutta Italia è in gran fermento. Il laboratorio per la sussidiarietà “Labsus” ha elaborato, insieme al Comune di Bologna, il “Regolamento per l’amministrazione condivisa”: è la forma giuridica che consente di coinvolgere la cittadinanza nella gestione dei Beni comuni che l’amministrazione comunale non riesce a curare per mancanza di personale e di fondi. Semplicissimo, si può finalmente applicare l’articolo 118 della Costituzione. La Comunità diventa protagonista. Dal 2014, è partita una valanga: 65 Comuni hanno adottato il regolamento; 82 lo stanno adottando.
In Friuli: 1 Comune 1, Porcia, in provincia di Pordenone. In Carnia: 0.
Da noi, la gran parte degli amministratori, non sa nemmeno cosa vuol dire sussidiarietà. Anzi, forse non sa nemmeno cosa vuol dire partecipazione, infatti – come dice Putnan –, è una risorsa la cui fornitura si esaurisce quando non viene usata.

Infine, ritorniamo ai Quaderni del MoVi. Fra le esperienze concrete, indicate come modello da percorrere per uscire dalla crisi sociale, politica ed economica, i redattori hanno deciso di proporre anche quelle sperimentate dalle gestioni comunitarie dei Beni collettivi, che sono diffuse e vitali anche da noi in Carnia.
Qui abbiamo 5 Amministrazioni frazionali (Givigliana e Tors, Ovasta, Pesariis, Priola e Noiariis e Tualis e Noiaretto) e 2 Comunioni familiari (Collina e Liariis).
Ma ancor più nelle regioni contermini. Pensate che in Cadore abbiamo oltre 50 Regole e in Trentino oltre 100 Amministrazioni frazionali.
In queste realtà, si è capito che si può amministrare la Proprietà collettiva della Comunità, garantendo che la popolazione ne ricavi le utilità tradizionali, in pratica i vecchi «Usi civici» (legna da ardere e da costruzione, piccoli frutti, erbe spontanee, funghi, prodotti ittici, gratis per tutti i residenti…), ma soprattutto gestendo i «valori patrimoniali collettivi» come elementi propulsivi di un’economia autosostenibile e come basi materiali per una produzione economica finalizzata alla crescita di società locali accoglienti e solidali, capaci di autogoverno.
Mettendo a frutto i «valori patrimoniali», quelle Comunità hanno capito che è possibile restituire ai territori stili di vita propri e originali, rilocalizzare l’economia e ridurre l’impronta ecologica, chiudendo, a livello locale, i cicli dell’alimentazione, dell’acqua, dei rifiuti, dell’energia e, in prospettiva, ogni filiera di produzione e consumo.

Luca Nazzi, portavoce del Coordinamento regionale della Proprietà collettiva
Tolmezzo, 22 gennaio 2016