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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2015
 

Ciro Amato, segretario comunale e formatore, nonché protagonista di una intensa attività scientifica e di docenza universitaria
La prospettiva “giuridico-personalista” indicata da Ciro Amato
UN DIRITTO PER I BENI COMUNI NATURALI
È trascorso un anno da quando lo studioso napoletano, segretario comunale generale, ha presentato questa relazione alla “Riunione scientifica” trentina sui demani civici e le proprietà collettive

[Ciro Amato]
È sempre più corposa e significativa la raccolta di studi e volumi che affronta il tema dei Beni comuni, mettendolo a confronto con gli Assetti fondiari collettivi, alla ricerca di punti di contatto, peculiarità e differenze.
L’ultimo contributo “Un’altra proprietà - Usi civici, assetti fondiari collettivi, beni comuni” (Pacini Giuridica, settembre 2015) è stato presentato dal suo autore, Fabrizio Marinelli dell’Università dell’Aquila, alla recente XXI “Riunione scientifica” di Trento.
In precedenza, un autorevole contributo era stato offerto da Vincenzo Cerulli Irelli, in collaborazione con Luca De Lucia, nel saggio “Beni comuni e diritti collettivi” (Il Mulino, 2014).
A livello regionale, si è ampiamente occupata della questione Nadia Carestiato, i cui interventi hanno sempre preso a riferimento l’opera del Premio Nobel per l’Economia Elinor Ostrom e, in particolare, il suo imprescindibile lavoro “Governare i beni collettivi” (Marsilio, 2006).
Nel dibattito si è inserito, con un taglio particolarmente originale – più filosofico-antropologico che giuridico-economico – anche lo studioso napoletano Ciro Amato, segretario comunale e formatore, nonché protagonista di una ricca attività scientifica e di docenza universitaria.
Nella collana “Valori giuridici fondamentali”, diretta da Francesco D’Agostino, nel 2014, Amato ha pubblicato il saggio “I Beni comuni - Una questione di paradigma r(el)azionale”, che affronta il tema degli Assetti fondiari collettivi nel III capitolo, intitolato “I beni di uso collettivo nel diritto pubblico interno”.
Nello stesso anno di pubblicazione del suo volume, l’autore è intervenuto anche alla XX “Riunione scientifica” del Centro studi e ricerche sui demani civici e la proprietà collettiva di Trento (alla quale tutti gli autori citati hanno a più riprese contribuito con interventi o relazioni), con la comunicazione “Fondamenti di un diritto per i beni comuni naturali: una prospettiva giuridico-personalista”. Tale testo, che anticipa in qualche misura le tesi del saggio “I Beni comuni - Una questione di paradigma r(el)azionale”, viene di seguito riproposto integralmente (con qualche indispensabile adattamento grafico).


Fondamenti di un diritto per i beni comuni naturali:
una prospettiva giuridico-personalista

1. Introduzione

Innanzitutto voglio ringraziare l’Università di Trento nella persona del prof. Nervi che presiede il Centro studi e documentazione sui demani civici e le proprietà collettive per consentirmi queste comunicazioni, che, in quanto tali, avranno uno spazio limitato. Rinvio ad approfondimenti al testo scritto, che sarà depositato agli atti, a breve.
Le mie comunicazioni riguardano un tema piuttosto ampio e parzialmente coincidente col tema di questa riunione scientifica, poiché da tempo mi occupo dello studio giuridico sui cosiddetti “beni comuni”. Questo tema, da un lato, è più ampio di quello delle proprietà collettive e con esso condivide la comunanza di un bene; dall’altro condivide con i demani civici il tema dell’originarietà; con le regole il profilo della titolarità plurale (aspetto, peraltro, che, vista la sua intrinseca genericità, sembra essere il tratto comune di ogni forma di comunanza di beni). I beni comuni sembrano, poi, condividere con le cosiddette proprietà pubbliche il profilo soprattutto dell’originarietà, ove si consideri che la parola “pubblico”, giuridicamente, ha a che fare con il modo di apprensione, che è, appunto come detto, originario. Da questi occorre tenere distinti anche i diritti di uso civico propriamente detti che costituiscono l’insieme dei diritti gestiti dalle amministrazioni comunali su beni demaniali oppure privati.
Quando si discorre di beni comuni, dunque, occorre subito avvisare gli ascoltatori e i lettori che si maneggia un termine non nuovo, poiché già M. S. Giannini ne parlava (1); termine non nuovo, dunque, ma delicato poiché la letteratura giuridica e sociologica se ne è recentemente occupata in una prospettiva di “possedere diverso” (2) rispetto al grande tema della proprietà individuale. Sarà utile, allora, porsi in una prospettiva costruttiva e attenta alle novità del dibattito attuale, evitando, contemporaneamente, anche di creare confusione tra le categorie giuridiche con il solo motivo di proporre argomenti che appaiano nuovi, ma che in verità sono trattati dai giuristi da tempo (3). È anche l’occasione per sottolineare, però, che nel recentissimo dibattito internazionale e domestico sui beni comuni i giuristi fino a qualche tempo fa sono stati piuttosto distratti poiché il tema è stato affrontato da economisti (4) e sociologi (5), ma meno dai giuristi (6); qualche lacuna è stata colmata (7).
Un altro aspetto importante da sottolineare è che lo studio di questo tema coinvolge anche una prospettiva culturale, che precede ogni argomentazione anche giuridica e che spesso viene dagli stessi giuristi taciuta o ritenuta presupposta e implicita, ma che, invece, a mio parere, va esplicitata.
Io tratto il tema dei beni comuni da una prospettiva culturale di tipo personalista, in cui il metodo giuridico teleologico aiuta l’interpretazione delle norme (poche in verità) relative a questo tema.
Inoltre mi occuperò esclusivamente di beni comuni naturali, con ciò intendendo quelle risorse dell’ecosistema che sono in natura e che sono di (relativamente) facile apprensione. Escludo, quindi, i beni comuni artificiali.

2. La prospettiva internazionale

Nella primavera del 2012 la Commissione Ue ha elaborato un importante paper rivolto al Consiglio e al Parlamento sul management dell’acqua e sulle politiche di pricing (8). In esso, esplicitamente, si indicano le politiche sull’acqua come una priorità comunitaria. Fin dall’inizio si afferma la necessità di fiscalizzare l’uso responsabile della risorsa acqua da parte dei cittadini. Ma questa non è l’unica strada proposta per la risoluzione dei problemi di gestione di essa. Ancora più recentemente la Commissione ha presentato il nuovo quadro UE in materia di clima ed energia per il 2030. Negli enti internazionali e comunitari il profilo dei beni comuni è sorto in relazione alla tutela dei cosiddetti (in prosieguo cc.dd.) diritti umani (9). Interessante, al riguardo, il richiamo al processo di democratizzazione dei diritti umani. In particolare la Corte internazionale di Giustizia ha descritto i diritti collettivi come la somma dei diritti umani, i quali a loro volta devono essere considerati universali e, soprattutto, indivisibili. Non è produttivo valorizzare taluni diritti a discapito di altri, come dimostra il fatto che l’accento posto sui diritti socio-economici, piuttosto che su quelli civili e politici, in molti contesti non ha affatto contribuito ad eliminare la povertà (10). Ancora, in ambito internazionale si propone la riflessione per cui si sottolinea come l’importanza dei beni comuni risieda anche nel fatto che gli stessi, rappresentando un interesse generale dell’umanità, corroborano l’idea per cui la diversità culturale, attraverso cui osservare il fenomeno, non costituisce una forza destabilizzante della società, potendo al contrario rappresentare un incentivo al pluralismo. Quanto, poi, al rapporto tra ambiente e diritti umani, si osserva come un approccio autenticamente “eco-centrico” (11) costituisca ancora un’utopia. Non si manca di evidenziare che in futuro potrebbero esserci dei progressi nella regolamentazione internazionale dei beni comuni, finanche a partire dagli Stati, a patto però che questi ultimi inizino a condividere l’idea di una sovranità responsabile, da esercitare nell’interesse della comunità internazionale. Ciò si lega, d’altra parte, alla nuova dimensione temporale in cui i diritti umani tendono ad essere proiettati e studiati.

3. Il bene comune come principio del diritto pubblico

Nell’attuale dibattito i termini “bene comune” e “beni comuni” sono stati confusi. Il bene comune è un valore, ed è il bene di tutti e di ciascuno; esso è l’insieme delle condizioni per cui le azioni sono tese a realizzare il vero bene dell’uomo, integralmente e in ogni sua dimensione; il bene comune è il fine di ogni azione sul piano politico e sociale (12). I beni comuni costituiscono quel patrimonio afferente ad una comunità originariamente e finalizzati alla sussistenza della medesima. Ora è bene considerare subito la relazione tra i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale e il bene comune in una prospettiva esclusivamente giuridica (13). A proposito del valore dei principi fondamentali occorre ricordare l’azione tenace che Costantino Mortati aveva svolto in Assemblea Costituente per il loro inserimento nel testo costituzionale, di fronte ai tentativi di Piero Calamandrei di ridimensionarli a semplici dichiarazioni politiche e di Vittorio Emanuele Orlando, con un ordine del giorno, di minimizzarli inserendoli in un preambolo. Mortati rimase fermo a difendere il valore normativo dei principi fondamentali ed anche dopo ha sempre insistito per la loro valorizzazione ed attuazione. Il pieno valore normativo dei principi fondamentali e la bontà del loro riconoscimento è fondato sull’elemento base della garanzia dei diritti inviolabili della persona umana. Si consideri che ad una determinata forma, caratterizzante una fonte, corrispondono, come rapporto di interdipendenza, norme con un determinato valore, forza ed efficacia, quale efficacia di abrogazione ed insieme resistenza all’abrogazione; per cui anche il contenuto e la qualificazione di una norma possono influire sulla forma procedurale e sulla efficacia (confronta ad es. ultimo comma art. 72 Cost.). L’eguaglianza costituisce un valore centrale dei diritti fondamentali e assicura una pari dignità sociale e pari trattamento senza discriminazioni a garanzia del pieno sviluppo e partecipazione di ogni persona (14). Il tono di assonanza tra i fini e i principi della prima parte della Costituzione, tra cui quello di inviolabilità dei diritti di cui all’art. 2 Cost, è quanto sopra definito sul bene comune è molto chiaro e fu voluto esplicitamente da una parte dei costituenti (15).
Sui rapporti tra Costituzione e principio fondanti la Ue ormai il rapporto, in via teorica, è stato definitivamente risolto a favore dell’integrazione delle due fonti supreme. Per cui non può mancare almeno un accenno alle fonti, in particolare quelle comunitarie. In primo luogo la Carta di Nizza, approvata nel 2000, e allegata al Trattato di Lisbona. Già il preambolo di essa aiuta a definire il perimetro di quanto si sta venendo ad affermare. Ivi, con proclamazione solenne, vengono approvate una serie di proposizioni importanti. In particolare in apertura della Carta le Alte parti contraenti affermano che: «I popoli europei nel creare tra loro un’Unione sempre più stretta hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni» (16). L’insieme dei valori comuni crea un patrimonio, anch’esso, ovviamente, comune che la Carta non esita a dichiarare apertamente spirituale e morale. Infatti essa afferma che: «consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali di dignità umana, di libertà, di uguaglianza e di solidarietà; l’Unione si basa sui principi di democrazia e dello stato di diritto. Essa pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia» (17).

4. La definizione di Beni comuni: il paradigma personalista

Nel discorso pubblico, recentemente, si è utilizzata la locuzione “beni comuni” per indicare alcuni beni collettivi. I beni ambientali e naturali sono l’esempio più significativo, ma non mancano indicazioni relativamente a tutti i beni di uso comune (per esempio la rete internet, le opere di ingegno). Nelle teorie collettiviste, che si sono recentemente affacciate, l’espressione indica i beni che possono essere di uso comune, da parte di intere comunità, in libero accesso (18). Secondo la narrazione collettivistica il singolo cespite bene comune non è né pubblico né privato. Avanzerebbe all’orizzonte un “tertium genus” di proprietà.
Un diverso paradigma, anche giuridico, può essere invece proposto. L’espressione beni comuni, secondo la nostra prospettiva è troppo generica, poiché è ancorata su presupposti antropologici e giuridici ideologici.
Il fondamento del diritto per i beni comuni è, sotto il profilo giuridico/filosofico, «la persona quale sintetico relazionale». Ora è di tutta evidenza che le risorse naturali costituiscono un bene essenziale per la vita di ciascuno uomo, considerato tanto nella sua singolarità che nel suo aspetto sociale. Alcuni beni naturali, per esempio, le acque, l’aria, l’energia naturale costituiscono beni vitali. Impensabile una vita senza di essi. La dignità dell’uomo si regge sull’accesso equo di esse. Per cui la essenzialità alla vita di tali beni ne costituisce uno statuto del tutto peculiare rispetto ad altri beni. Occorre, solo per un momento, considerare che non l’intera categoria dei beni naturali è essenziale: si pensi al caso di una veduta o di un panorama. Per quanto mozzafiato e bella, l’uomo non ne ha immediatamente bisogno per sopravvivere; talché nel “mare magnum” di beni naturali vanno apportate utili distinzioni. Infatti i beni “visione e panorama” sono utilità anche giuridiche solo se positivizzati da una norma, che, come nel nostro codice civile civile, conferisce loro una disciplina speciale, ma non essenziale. Dunque abbiamo descritto alcuni beni come essenziali. Diciamo anche che possono essere definiti “fondamentali” rispetto alle esigenze della vita degna di un uomo. Essi sono in una relazione immediata ed umana con l’uomo perché la terra è destinata al bene dell’uomo, che la conserva secondo equità e giustizia, per rendere possibile la convivenza, cioè la coesistenza umana stessa nel tempo. Per cui si potrebbe meglio utilizzare l’espressione “beni fondamentali” (19).
Da queste premesse, dal punto di vista giuridico, è possibile tracciare un paradigma nuovo: beni comuni non per combattere lo Stato che difende la proprietà privata di matrice borghese (20), né i beni comuni per considerarli di libero accesso (21) e, quindi, appropriabili senza criterio, se non quello dell’allocazione efficiente delle risorse e dei diritti di proprietà (22), ma beni fondamentali per realizzare e far sussistere la relazione tra l’io personale e la comunità cui necessariamente si appartiene. I beni fondamentali/comuni sono, quindi, strumenti per realizzare quanto voluto dall’art. 2 Cost. e interpretano i valori di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost. (23). Tra i beni naturali che abbiamo definito essenziali e le esigenze naturali, cioè strutturali, dell’uomo corre una relazione che possiamo definire fondamentale. La fondamentalità consta della impossibilità per l’uomo, di qualunque uomo, di farne a meno, salvo il caso di volersi negare la ontologica e fattuale dimensione umana. Tali beni sono, pertanto, fondamentali. Le risorse naturali necessarie alla conduzione di una vita degna, e secondo lo statuto, anche biologico dell’uomo, sono fondamentali. Ripetiamo dunque: tali beni possono essere nuovamente definiti come “beni fondamentali”.
La prospettiva personalista costituzionale voluta nel 1948 insegna la centralità della persona. È naturale e di immediata percezione prenderne atto e categorizzarla anche giuridicamente, poiché il nostro testo costituzionale assume la dignità della persona come valore retrostante le norme citate sopra e sussume questo valore in disposizioni intangibili, perché costituenti i valori universali del costituzionalismo di matrice europea (24) e perché sono i valori su cui poggia l’idea stessa di Repubblica. Le risorse naturali essenziali alla vita sono fondamentali; sono questi beni fondamentali, perché fondati sulla dignità della persona. Quindi sarebbe possibile utilizzare invece che l’espressione beni comuni quella di “beni fondamentali”.
Qui si intende proporre una prospettiva relazionale del diritto in cui ciò che prevale è il fine di custodire e preservare la dignità della persona. L’ancoraggio alla categoria della relazione sembra un ancoraggio sicuro e solido sotto il profilo antropologico e, nella prospettiva personalista, anche giuridico (25).
La prospettiva relazionale fonda il diritto alle risorse naturali, quindi ai beni fondamentali, nella natura sociale e comunitaria dell’uomo e, quindi, nella dignità della persona, perciò stesso, lo sottrae alla storicità, anche nel momento genetico (26), e, nel suo momento funzionale, lo mette, concettualmente, al riparo dalle (sempre possibili e) terribili stagioni della storia, soprattutto, costituisce un’argine nei confronti del conflitto della coppia potere-libertà. Inoltre si consideri che il diritto ai beni fondamentali inerisce alla cosiddetta comunità naturale cioè all’aggregazione delle persone, che nasce prima della comunità politica, che solo lo Stato può riconoscere, anche come corpo intermedio o anche, come si dice più modernamente, società civile (27).
Questo segmento della prospettiva qui proposta sembra poter essere feconda anche per le cc.dd. proprietà collettive, gli usi civici, le regole, e, in generale, le proprietà pubbliche. Il principio–valore della dignità della persona, e una grammatica personalista, accompagnate da un metodo giuridico teleologico ci permettono di affermare che ogni comunanza di bene, purchè sia una comunanza originaria beninteso, ha il suo fondamento giuridico nella dignità della persona e riceve tutela dalle fonti che quest’ultima considerano come presupposta o fondante la fonte stessa.
L’articolo 2 della nostra Costituzione italiana ben rende questo concetto allorché afferma di riconosce le formazioni sociali in cui la personalità della persona si svolge e si sviluppa. L’articolo è il chiaro esempio di come un ordinamento positivizzato possa riconoscere come dato strutturale indefettibile e antecedente a se stesso, cioè alla legge, l’esistenza di formazioni sociali, comunitarie in cui l’uomo vive. È un riconoscere la natura (intrinseca) delle cose per come esse si danno nella realtà dei fatti.
Dal punto di vista giuridico la relazione tra le persone e i beni fondamentali (e in una prospettiva proattiva del diritto) possono essere costruite come di diritto soggettivo perfetto ed è costituita nel diritto di ogni persona a vedersi riconosciuto l’accesso ad esse e a vedersi pretendere dall’ordinamento un comportamento attivo di protezione (28), e senza abuso di esse, perché sia realizzato il bene comune che, nel caso concreto delle risorse naturali, è costituto dalle risorse naturali stesse, anche per le generazioni future e dall’accesso secondo giustizia della persona e della comunità a cui essi accedono.
Fondare il diritto sulle persone includendo la dimensione sociale (29) è una diversa traccia di lavoro che proponiamo alla riflessione comune. La originarietà delle proprietà pubbliche viene rinforzata, dunque, dal principio di sussidiarietà costituzionale, che informa il nostro ordinamento costituzionale e che trova il suo antecedente storico in quello comunitario. La sussidiarietà orizzontale è metodo di un nuovo e diverso assetto istituzionale dei poteri: la sussidiarietà permette di passare dalla autoritarietà e monoliticità dell’esercizio del potere ad un regime policentrico dell’esercizio del potere. La sussidiarietà orizzontale è anche un metodo di attribuzione del potere e di esercizio di potestà ai cittadini. Essa ben può condurre a forme di autogoverno, ma non in contrapposizione e lotta allo Stato e al mercato come vogliono i collettivisti, ma come framewok per finalizzare al bene comune ciò che, per “dignità di relazione” spetta all’uomo: i beni fondamentali di uso comunitario. La sussidiarietà orizzontale è il mezzo giuridico attraverso cui valorizzare la originarietà delle comunanze dei beni.
Relativamente ancora ai beni fondamentali la latitudine di questa categoria va, però, orientata secondo criteri di razionalità e di ragionevolezza. Il noto principio di realtà impone delle scelte. Per cui per dedurne le condizioni di normatività di essi si può fare riferimento alle seguenti condizioni: i beni devono inerire ai valori essenziali della persona, almeno nei contenuti minimi (per esempio quelli espressi almeno dalle Carte internazionali e nella Costituzione); l’inerenza va apprezzata come relazione di garanzia del mantenimento in vita del sistema a cui si riferisce, anche in ottica intergenerazionale; i beni devono essere relativi ad una comunità specifica; la relazione tra comunità e beni fondamentali va letta come limite da parte delle comunità stessa (così come per le altre) ad esaurirle (principio del “abusus prohibere”) perché sia rispettata la condizione sub 2. Ma si esprime anche come potere di destinazione di uso (principio del “libero placeat”), perché la comunità, cioè la relazione, reca in sé una razionalità tutta sua propria, che conferisce lo statuto giuridico del bene fondamentale con cui la comunità è in relazione. Quante testè affermato è molto importante perché permette di transitare dalla logica del potere/non potere, ovvero dalla logica del potere/libertà a quella di abuso/sostenibilità. Ecco perché le comunanze dei beni, oggi, costituiscono la frontiera di sostenibilità socio-ambientale più significativa tra quelle di cui di discorre pubblicamente. Questo è anche il motivo per cui si ritiene che i frutti della sostenibilità ambientale dei beni gestiti in comunanza sia da considerare come un patrimonio giuridico utile non solo alla comunità di riferimento ma alla società intera; motivo ancora per cui l’ordinamento potrebbe valorizzare i cosiddetti “servizi ecosistemici” dei beni ni comunanza, e occorrerebbe riconoscere le utilità economiche e patrimoniali e sociale cha da queste derivano. I payment ecosystem services rappresentano il futuro delle comunità (30).

5. Lo status dignitatis: aspetti giuridici

Il diritto riconosce la situazione civica come status (31). Accedendo ad una nozione polisemantica di status, ci accorgiamo che il primo profilo dello status è quello personae (32). Esso esprime la posizione della persona all’interno della comunità. Esso è acquisito in via originaria è una situazione di diritto permanente e riassume, in maniera complessa, i diritti fondamentali, quelli della personalità, quelli cc.dd. esistenziali, i doveri inderogabili. Il fondamento è l’articolo 2 Cost. Le situazioni giuridiche soggettive che compongono lo status personae sono direttamente collegate alle esigenze fondamentali della persona. Dal punto di vista giuridico lo status è l’espressione di un valore. «La personalità è un valore, vien detto, è lo status personae è situazione soggettiva unitaria da individualizzare in una serie aperta di situazioni giuridiche soggettive. Lo status personae rappresenta la situazione soggettiva della persona in un determinato momento nel suo divenire» effettivo (33). L’utilità di questo concetto sarà chiaro tra un attimo. L’accostamento demanio-sovranità è, invece, molto evidente alle origini della proprietà collettiva, quando l’appropriazione di una porzione della terra (territorio) da parte di una collettività produceva la nascita di una Comunità organizzata, e quindi di un ordinamento giuridico. Questa mirabile connessione, assolutamente democratica, tra sovranità e proprietà viene meno nel medio evo, nel quale la proprietà viene scissa in “dominium eminens”, spettante al Sovrano, e nel quale vengono trasferiti i poteri sovrani inerenti alla proprietà, e “dominium utile”, spettante a chi ha l’uso della terra. Si è parlato, al riguardo, di “uno schema antropologico” (34) che postula una originaria e potenzialmente sempre presente comunione di beni, così come postula la necessaria appartenenza collettiva della “summa potestas”.
In sintesi i beni fondamentali di uso comunitario sono pretesi dalla persona a titolo (giuridico) di status personae che rileva quale manifestazione di sovranità popolare piena. Essi sono contemporaneamente in una dimensione collettiva (35). Alcune recenti dottrine suggeriscono, a valle di un’attenta analisi delle altre e possibili teoriche giuridiche sui beni comuni, di razionalizzare e risistematizzare la disciplina dei diritti collettivi, anche sub species diritti di uso civico, per interpretare la tematica dei beni comuni (36).
La nostra prospettiva è quella di riconoscere i beni comuni, “rectius” beni fondamentali, come legati alla dignità della persona sotto il profilo oggettivo e relazionale e sotto il profilo giuridico siano usufruiti dalla singola persona a titolo di partecipe della sovranità territoriale a cui il bene cosa va direttamente intestato. Il bene fondamentale è giuridicamente intestato alla comunità di riferimento, cioè la titolarità è collettiva, ma l’uso è anche personale. L’ente esponenziale è attributaria di un diritto originario di utilizzo a titolo di sovranità con finalità custodiale. Il singolo ne potrà usare. Lo “ius abutendi” è evitato dal diritto secondo una logica di solidarietà intergenerazionale e di relazione intercomunitaria. Il divieto di abuso è intrinseco nello stesso titolo di attribuzione originario. I diritti collettivi sui beni nascono vincolati alla comunità; per cui non possono essere definitivamente consumati dal singolo. Questo permette al giurista di evitare il paradosso della rivalità di cui gli economisti parlano a proposito dei beni comuni e che, in una prospettiva come quella che qui proponiamo non è affatto di alcuna utilità. Il diritto all’uso dle bene fondamentale nasce limitato in sé.
Il fondamento delle comunità, di ogni comunità a vedersi riconoscere la titolarità originaria di beni naturali di cui essa originariamente si è sempre servita per la propria sussistenza è il principio di dignità della persona, come situazione giuridica soggettiva delle tradizioni giuridiche europee. Il fondamento di tale attributo, di per sé ineliminabile e appartenente alla persona e precedente l’ordinamento giuridico, è costituito dalle diverse fonti internazionali e comunitarie nonché dalla nostra stessa Costituzione.
La dignità della persona è, dunque, il fondamento giuridico della comunanza dei beni; di ogni comunanza; quindi sia dei diritti di uso civico, che delle antiche regole, che delle proprietà pubbliche collettive, nonché dei nuovi diritti sui beni comuni naturali che recentemente il giurista attento sta venendo a costruire.
Nel significato comune la dignità indica un rispetto del quale si è meritevoli. Il concetto di dignità, in questo senso, vale ad esprimere un giudizio di valore ed un confronto tra chi ha dignità e chi non può averla. La vaghezza semantica è uno delle caratteristiche di questa parola e, sotto il profilo giuridico essa è stata considerata in diversi modi. L’art. 1 della Costituzione tedesca lo cita espressamente, anche a causa dell’esperienza della repubblica di Weimar, mentre la nostra Costituzione italiana lo annovera tra i suoi riferimenti impliciti. Un’autorevole dottrina afferma testualmente che: «la dignità in concreto si sviluppa nell’evoluzione – di ordine sociale, culturale, economico e giuridico – da persona a cittadino, con il progressivo riconoscimento e la successiva costituzionalizzazione dei suoi diritti di cittadino nei confronti degli altri e dello Stato; e poi, da ultimo, con il superamento dello status del cittadino in favore del riconoscimento dello status e dei diritti dell’uomo in quanto tale» (37).
L’universalità dei diritti umani nella stagione post bellica è scandita da una serie di enunciazioni. Per esempio la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo nel 1948 la prevede esplicitamente. Così come la Convenzione europea dei diritti umani nel 1950; della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea nel 2007. Oggi la tutela di questo attributo personale e di questo diritto fondamentale umane è affidato al metodo multilevel nella individuazione e nella definizione dei diritti fondamentali, del loro contenuto e dei loro limiti attraverso il contributo giurisprudenziale, la cooperazione, il confronto e talvolta lo scontro fra i giudici nazionali, comunitari e convenzionali. Il contributo dell’elaborazione giurisprudenziale è essenziale per compiere il passaggio dalla definizione astratta all’applicazione concreta; uno dei temi è il rapporto o scontro la dignità e gli altri diritti fondamentali, per esempio la libertà o il potere. Ma su questo tema, di cui non possiamo occuparci, dobbiamo porre un rinvio ad altra occasione. Fra gli spunti più significativi nell’elaborazione giurisprudenziale sulla dignità, vanno ricordati il valore oggettivo di indisponibilità e di irrinunciabilità che le viene attribuito; il suo legame con la libertà e l’autonomia di decisione della persona; il suo esprimersi in termini di concretezza, legata alla realtà dei rapporti, alle disuguaglianze di fatto, alle differenze di condizioni personali che incidono sulla libertà di scelta e sull’autonomia delle persone. Essa è un valore costituzionale e agisce come limite della discrezionalità del legislatore e alla libertà dell’individuo nell’esercizio dei diritti che gli sono riconosciuti, tra cui quello della proprietà, anche collettiva (38); inoltre la dignità si pone quale “fonte” di nuovi diritti; essa, insomma, si traduce nel principio personalistico e si sviluppa in una prospettiva individuale e comunitaria, che va indagata con metodo giuridico teleologico.
Nell’ordinamento costituzionale italiano il principio personalistico pone la dignità come presupposto implicito di numerosi diritti fondamentali. Vale a tal fine, innanzitutto, il richiamo dell’art. 2 Cost. al riconoscimento dei diritti inviolabili connessi coi doveri inderogabili, che ci rivelano il profilo della responsabilità.
Dal punto di vista etimologico comunità deriva dalla parola “comune”. Il lemma deriva dal latino “communis”, che indica propriamente la coobligazione (“cum munus”). La posizione in comunità deve aver avuto in origine il significato di obbligato a partecipare, cioè a dare col diritto di ricevere alcuna cosa, alcun ufficio o beneficio. Deriva dalla radice MA, MAU, MU’, col senso di misurare e delimitare assegnare, scambiare (39). Il rapporto tra tali beni e la comunità costituisce il tratto distintivo dei beni comuni. La comunanza dei beni nasce nella relazione e dalla relazione. Essa è il luogo dei fatti comuni. È il principale fatto comune è la comunanza di ciò che nel cerchio della relazionalità le persone si scambiano o si obbligano a dare ciò che ricevono. E nascono originariamente anche dei limiti.
Il principio della dignità, è stato già detto, trova una sua recente collocazione nella Carta europea dei diritti fondamentali. La Ue ha voluto valorizzare il concetto di dignità costituendolo preambolo e premessa della carta di Nizza.
La dignità, in quanto valore di base della condizione umana e come espressione del livello minimo essenziale delle prerogative della persona, si ricollega ad una gamma molteplice di diritti. Fra di essi, assumono rilievo prioritario i diritti civili, e segnatamente i diritti di libertà; quelli connessi alle relazioni economiche; quelli connessi al diritto alla vita e ai diritti della personalità.
La dignità non inerisce all’uomo come singolo, nel vuoto di una solitudine totale e assoluta, e nell’assenza di qualsiasi relazione con gli altri, con l’ambiente circostante, con la realtà ed il mondo esterno, con le loro capacità di condizionamento. Essa inerisce all’individuo come persona, che si realizza nel contatto con la realtà e nella relazione con gli altri.

6. Quale fonte del diritto per i beni fondamentali naturali?

Solo un breve accenno ad un profilo che andrà investigato più approfonditamente e che già sta muovendo i suoi primi passi.
Si ritiene che il “luogo” fisico e la fonte giuridica per inverare il principio di dignità personale nel suo rapporto con le proprietà collettive sia lo statuto delle gestioni separate di tali beni “comuni” (40). Relativamente, invece, agli aspetti amministrativistici e pubblicistici, e solo per quanto di stretta competenza, per quanto inferenti la materia sia lo statuto comunale (41). Questo avrebbe il fine di creare un legame giuridico diretto tra le dichiarazioni internazionali, la nostra Costituzione e le attività delle gestioni separate. Lo scopo sarebbe quello di inverare nella fonte cardine della gestione il principio fondamento della comunanza del bene. Il riferimento alla dignità della persona nella sua dimensione collettiva costituisce una clausola con valore giuridico dichiarativa di un fatto originario; giuridicamente l’inserimento avrebbe il valore di clausola di rafforzamento di quel diritto all’uso originario e indivisibile di cui le comunanze portano i segni. Relativamente al profilo della tutela della comunanza il riferimento alla dignità della persone e della comunità (originaria) è direttamente concepibile, in un “unicum” inscindibile, anche giuridicamente come “diritto civico”, facente parte di uno “status personae” che, come visto, la nostra Costituzione riconosce nell’art. 2 a ciascuno, che la Carta di Nizza all’art. 1 pone quale fondamento (e che in combinato disposto con gli artt. 12 e 17 della stessa Carta non possono riferirsi se non anche alle proprietà collettive pubbliche).
In ultima analisi si consideri anche che l’art. 17 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sancisce solennemente che «ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri. E che nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà». La Dichiarazione universale ha un profilo di programmaticità e un tasso di politicità talmente alto che la sua effettività sembra stemperarsi nell’alternanza delle stagioni storiche; ma rappresenta una norma fondamentale di cui tenere conto nel percorso di conoscenza giuridica dei beni collettivi che occorre riprendere con nuovo vigore. Essa certamente si aggiunge alla trama normativa che qui si sta venendo a delineare.
Le fonti internazionali, dunque, e quelle comunitarie costituiscono il mezzo giuridico attraverso cui rafforzare la tutela dei diritti originari delle comunità all’utilizzo (sostenibile) e alla conservazione intergenerazionale dei beni fondamentali naturali.


(1) M. S. Giannini, “Diritto pubblico dell’economia”, 3° ed., Bologna, 1989, 93 ss.
(2) P. Grossi, “Un altro modo di possedere”, Giuffrè, Milano 1977
(3) V. Cerulli Irelli, “Proprietà pubblica e diritti collettivi”, Padova 1983
(4) E. Ostrom, “Governare i beni collettivi”, Marsilio, Venezia 2006
(5) G. Hardin, “The tragedy of Commons”, in Scienze, 162, 3859, 1968, pagg. 1243 – 1248, in particolare pag. 1244
(6) per cui lo sforzo recente di P. Maddalena è encomiabile, “La scienza del diritto ambientale ed il necessario ricorso alle categorie giuridiche del diritto romano”, in Rivista Quadrimestrale di diritto dell’ambiente, n. 2/2011, ripreso ed ampliato in “L’Ambiente e le sue componenti come beni comuni in proprietà collettiva della presente e delle future generazioni”, in www.federalismi.it, pubblicato il 21 dicembre 2011; Id., “I beni comuni nel diritto romano: qualche valutazione valida per gli studiosi odierni”, in www.federalismi.it, n. 4/2012; Id., “I Beni comuni nel codice civile, nella tradizione romanistica e nella Costituzione della Repubblica italiana”, in www.federalismi.it/ n. 19/2011
(7) per un recente approccio al tema cfr. M.R. Marella (a cura di), in “Oltre il pubblico e il privato. Per un diritto dei beni comuni”, 2012, Ombre corte/culture, Verona; e, ovviamente, S. Rodotà, “Il diritto di avere diritti”, Editori La Terza, Roma – Bari 2012 e U. Mattei, “Beni Comuni. Un manifesto”, La Terza, Roma – Bari 2011.; altro autore si pone in una via di mediana tra i due testè citati ed è A. Lucarelli, Beni comuni, Edizioni dissenso, 2011
(8) Cfr. La comunicazione “Pricing and long-term management of water”, su www.europa.eu 2012. (COM(2000) 477)
(9) Sulla possibile ambiguità dei diritti umani cfr. S. Cotta, “Attualità e ambiguità dei diritti fondamentali”, in “I diritti fondamentali dell’uomo”, Giuffrè, Milano 1976, pp. 1 – 23 e riprodotto per intero in Id., “Il diritto come sistema di valori”, San Paolo, Milano 2004, pag. 9; S.P. Panunzio, “I diritti fondamentali e le Corti in Europa”, Jovene, Napoli2005
(10) Il riferimento è all’intervento del giudice internazionale Yusuf Abdulquawi durante un seminario internazionale all’Università europea di Fiesole nel 2012 sui diritti umani
(11) È noto che gli approcci possono essere molteplici. Noi si opterà per quello della relazione tra persona e ambiente, quindi un approccio sistemico r(el)azionale
(12) Non può essere qui trattata la proposizione di bene comune non come fine ma come mezzo per raggiungere gli ulteriori fini sociali che una comunità si da se stessa
(13) Sul punto cfr il preciso studio, con ampi riferimenti storici di R. Chieppa, “Valori Costituzionali. I principi fondamentali”. Prolusione al 58 Convegno nazionale dell’Unione dei Giuristi cattolici in occasione del 60esimo della Costituzione e della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo. Per una prospettiva, invece, economicista cfr. R. De Battistini, “Debito pubblico: tra aritmetica e politica”, in Aggiornamenti sociali, 5/2012, pagg. 374- 385; Id., Squilibri e tensioni nei mercati dei cambi, in Aggiornamenti sociali, n. 3/11, pagg. 185- 195; G. Dragonetti, “Trattato delle virtù e dei premi”, Carocci, Roma 2012, l’ introduzione di S. Zamagni; G. Garancini, “I cattolici e la Costituzione. Segni di una storia di diritti”, San Paolo, Milano 2005; N. Ghenghini e N. Valentini, “Persona e Politica. Per la costruzione di un nuovo ethos”, Pazzini, Villa Verrucchio 2007; Id., “Fonti del bene comune. Cristianesimo e società aperta”, Pazzini, Villa Verrucchio, 2008; J. Maritain, “Umanesimo integrale”, Borla, Roma 2002; P. Stanzione, “Tutela dei soggetti ‘deboli’”, San Paolo, Milano 2004. invece per una prospettiva filosofica (di filosofia del diritto), in epoca recente cfr. F. Viola (a cura di), J. M. Finnis, “Legge naturale e diritti naturali”, Giappichelli, Torino 1996. Questo autore in molte parti del testo tratta del bene comune quale principio della vita politica delle comunità e ne stabilisce le condizioni di esistenza. L’impianto è sostanzialmente condivisibile, ma qualche passaggio non chiaro resta nel testo. Per comprendere alcune dinamiche nella redazione del testo costituzionale cfr. la significativa raccolta di atti parlamentari A. Melloni (a cura di), G. Dossetti, “La ricerca Costituente 1945-1952”, Il Mulino, Milano 1994; G. La Pira, “I miei pensieri”, Società Editrice Fiorentina, Firenze 2010; G. Tognon, P. Scoppola, “La democrazia dei cristiani. Il cattolicesimo politico nell’Italia unita”, Editori Laterza, Bari – Roma 2005
(14) Sull’importanza dei principi fondamentali nella struttura della Carta costituzionale voluta dai Padri costituenti vale la pena di rileggere il discorso di Meuccio Ruini, in Assemblea, in replica alle numerose critiche mosse da più parti al testo redatto dalla Commissione dei 75: egli diceva: «(alcune) osservazioni riguardano l’architettonica, così cara alla nobilissima anima di La Pira. Eccolo l’edificio che abbiamo costruito: la casa comune, come la chiama La Pira. Vi è un atrio, che è quasi un preambolo, con quattro colonne: le disposizioni generali sul carattere della Repubblica, sulla sua posizione internazionale, sui rapporti con la chiesa, sui grandi principi di libertà e di giustizia che animano la Costituzione»
(15) «Quel “bene comune” era stato il filo di unione dei Padri costituenti e delle generazioni, uscite dalle sofferenze della guerra e che conservano, tuttora, i grandi meriti sia della ricostruzione di una Italia distrutta anche sul piano di libertà e di dignità dell’uomo, sia della pacificazione dopo tristi ed inumane esperienze fratricide. Sono quelle generazioni che hanno avuto soprattutto la benemerenza della ripresa economica, considerata, allora esempio in tutta l’Europa, accompagnata da un inseparabile progresso nell’adempimento dei doveri di solidarietà sociale anche nel campo del lavoro». Cosi R. Chieppa, op. cit.
(16) Non sfugge la possibile distinzione tra principi fondamentali e valori. La discussione è posta con molto interesse soprattutto in campo filosofico da Habermas, il quale afferma che i principi hanno una universale portata e i valori costituiscono il portato storico di una comunità e che variano secondo le culture. Esemplificando si potrebbe dire che la dignità dell’uomo, la sua libertà costituiscono principi fondamentali; democrazia, diritto e diritti umani sono valori e per Habermas sono le basi di interconnessione del potere politico, senza un esplicito riferimento teologico oppure religioso. Cfr. V. Possenti, “La Metafisica pubblica e le ragioni dei credenti”, in L’Avvenire del 13 Gennaio 2013, pag 1 di Agorà
(17) Risulta chiaro che i redattori della Carta di Nizza invertono la posizione dei principi con quelli dei valori, invece
(18) Il più recente lavoro, in Italia, S. Rodotà, “Il diritto di avere diritti”, Editori La Terza, Roma – Bari 2012
(19) Per onestà intellettuale riferiamo che recentemente alcune teorie costituzionali hanno affermato che “l’acqua, per esempio, non è un bene naturale e non naturale sarebbe il diritto ad essa; né, tantomeno, è un bene universale, ma è un prodotto scarso, conteso, conteso e vulnerabile” (D. Zolo, “Il diritto all’acqua come diritto sociale e come diritto collettivo. Il caso palestinese”, in Diritto pubblico, 2005, n. 1, pag. 126). Altre prospettive teoretiche costituzionali affermano che «la coppia concettuale bene naturale–diritto naturale non sembra perfettamente simmetrica, poiché la definizione di un diritto quale naturale non può essere fatta derivare dal carattere naturale del suo oggetto» S. Staiano, “Note sul diritto fondamentale all’acqua. Proprietà del bene. Gestione del servizio, ideologie della privatizzazione”, in www.federalismi.it, 5/2011
(20) Così afferma U. Mattei, op. cit.
(21) Così vuole la teoria di S. Rodotà
(22) Cooter, “Il mercato delle regole. Analisi economica del diritto civile”, Vol. I fondamenti e Vol. II. Applicazioni, sesta edizione, Il Mulino, Bologna 1999
(23) Il fondamento delle comunanza dei beni è, come vedremo tra poco, la dignità della persona, è dal punto di vista costituzionale è l’art. 2 non l’art. 42 Cost. altre norme internazionali costituiscono il presupposto logico giuridico di riferimento, poi. Ci riferiamo all’articolo 17 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo
(24) Come chiarito qualche riga sopra allorché abbiamo riportato le dichiarazioni delle Alte parti contreaenti
(25) Per una prospettiva sociologica del tema della relazione con riferimento ai ccdd beni relazionali cfr. P. Donati e R. Solci, “I beni relazionali, Che cosa sono e quali effetti producono”, Bollati Borlinghieri, Torino 2011
(26) Da questo punto di vista i beni fondamentali o comuni acquistano una caratteristica di originarietà che è più pregnante rispetto a quella che gli stessi giuristi positivisti riconoscono ai beni collettivi o per gli si civici delle comunità.
(27) Sul concetto di comunità naturale e politica, cfr. G. Garancini, “I cattolici e la Costituzione”, San Paolo, Milano 2005, pag. 142
(28) Vedi anche la definizione di C. Mortati, “Istituzioni di diritto pubblico”, Cedam, Milano 1991; K. Schmitt, “Il nomos della terra”, 1950, trad. it. di E. Castrucci, Milano, 1991
(29) Secondo la ricostruzione di Cotta la società civile si insinua tra pubblico – statale (cioè politico) e il privato individuale. Cfr. S. Cotta, “La dimensione sociale nell’alternativa tra pubblico e privato”, in Iustitia, n. 3/1980, pagg. 192 – 212
(30) Si consideri la seguente norma contenuta in un recente ddl: “Art. 53.1. Il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, uno o più decreti legislativi per l’introduzione di un sistema di pagamento dei servizi ecosistemici e ambientali (PSEA). 2. I decreti legislativi di cui al comma 1 sono adottati, previa intesa in sede di Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi: a) prevedere che il sistema di PSEA sia definito quale remunerazione di una quota di valore aggiunto derivante, secondo meccanismi di carattere negoziale, dalla trasformazione dei servizi ecosistemici e ambientali in prodotti di mercato, nella logica della transazione diretta tra consumatore e produttore; (omissis); h) prevedere che beneficiari finali del sistema di PSEA siano i comuni, le loro unioni, le aree protette, le fondazioni di bacino montano integrato e le organizzazioni di gestione collettiva dei beni comuni, comunque denominate
(31) P. Perlingieri, contenuta in “Il Diritto civile nella legalità costituzionale, secondo il sistema italo-comunitario delle fonti”, Esi, Napoli, 2006, pag. 606
(32) Per ciascuna posizione cioè per ciascuna relazione sociale lo status varierà. Pertanto avremo uno status familiae, uno civitatis, oppure professionale, oppure canonico, etc.
(33) Ancora così precisamente è la citazione da P. Perlingieri, op. cit., pag. 667
(34) P. Grossi, voce “Proprietà (dir. int.)”, in Enc. Dir., Milano 1988, vol. XXXVII, pag. 240
(35) Il metodo di considerare più realtà contemporaneamente sussistenti in capo ad un soggetto di diritto non è un fenomeno nuovo alla scienza giuridica, ma oggi va seriamente presa in considerazione e, forse, rimeditata, alla luce delle scoperte della fisica quantistica e del concetto di “regioni di domini di coerenza”
(36) Cfr. V. Cerulli Irelli-L. De Lucia, “Beni comuni e diritti collettivi, Riflessioni ‘de iure condendo’ su un dibattito in corso”, in www.academia.eu
(37) Cfr. Flick M. G., Elogio della dignità, in www.aic, 2014
(38) Ricordiamo che la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo afferma che è riconosciuto il diritto alla proprietà collettiva (aggiungiamo noi proprietà collettiva originaria)
(39) Si veda l’altro significato nel sscr “MATI”, “MAYATE”, col medesimo significato; nel lituano “MAINAS”, nell’antico slavo “MENA”, come permuta e scambio. Il latino “communis” è parallelo dell’osc. “MUINIKU” che non ha il prefisso però. Indica anche il patrimonio comune di tutto un corpo
(40) Per un esempio molto ben riuscito cfr lo statuto dell’Asuc di Javrè (Tn), il quale all’articolo 4 esplicitamente fa riferimento all’art. 2 Cost. in particolare l’art. 5 afferma che: l’A.S.U.C. rappresenta la sua gente, ne cura gli interessi e ne promuove lo sviluppo ispirandosi a principi generali quali:
a) il rispetto della persona; d) la tutela delle aggregazioni sociali dove si svolge e si sviluppa la personalità dei suoi abitanti; f) lo sviluppo economico, sociale, territoriale ed ambientale; i) la tutela e la valorizzazione del territorio considerato come risorsa della comunità, allo scopo di salvaguardarne il suo potenziale alle generazioni future
(41) Le amministrazioni comunali farebbero bene a inserire nei propri statuti norme che riconoscano il valore delle comunanza patrimoniali insistenti sul proprio territorio amministrativo, includendo forme particolari di partecipazione a procedimenti amministrativi e assicurando un regime fiscale locale peculiare a tali comunanze