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"La Vicìnia"
Otubar dal 2015
 

Pietro Nervi, presidente del Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive di Trento (www.usicivici.unitn.it - usicivici@unitn.it)
Sarà approfondita alla XXI Riunione scientifica di Trento
L’INTIMA COMPLESSITà DEGLI ASSETTI FONDIARI COLLETTIVI
Dal 26 al 27 novembre i massimi studiosi della materia e gli amministratori dei Beni collettivi di tutto il Paese si riuniscono a Trento

[M. Z.]
Sarà dedicata all’«intima complessità degli Assetti fondiari collettivi» e alla necessità di «annodare i fili delle discipline», per «evidenziarne l’attuale grande importanza», la XXI Riunione scientifica promossa, a Trento, dal Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive (www.usicivici.unitn.it - usicivici@unitn.it).
Il più importante momento di confronto fra i massimi studiosi italiani della materia e gli amministratori dei Beni collettivi di tutto il Paese si svolgerà dal 26 al 27 novembre, presso il Dipartimento di Economia e management dell’Ateneo trentino (in via Rosmini 44).


«Annodare i fili delle discipline e cogliere l’intima complessità degli Assetti fondiari collettivi per evidenziarne l’attuale grande importanza – sottolineano fin dal titolo della Riunione scientifica del 2015, il Comitato scientico e il Comitato organizzatore – è un’opera non di ripristino di vecchiume, bensì di proposta delle innovazioni difesive per un patrimonio collettivo intergenerazionale».
Il programma prevede 5 relazioni e 3 interventi della storica sezione di lavoro dedicata alle “Voci dagli Assetti fondiari collettivi”.
Giovedì 26 novembre, sotto la presidenza del giudice della Corte costituzionale Paolo Grossi, interverranno dalle 15.45 Lorenzo Ornaghi, professore di Scienza politica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (“Legami sociali, beni collettivi e bene comune, territorio: la ‘comunità’ come problema scientifico di intersezione disciplinare”) e Fabio Gabrielli, professore di Antropologia filosofica della Libera Università degli Studi di Scienze umane e tecnologiche di Lugano (“Il legame e il dono. Soggetti, terre, patrimoni: profili antropologici della condivisione”).
Concluderanno la prima giornata di lavoro Pierluigi Ferrari, presidente del Consorzio Comunalie
Parmensi di Borgo Val di Taro (“Il «Fungo Porcino IGP di Borgotaro» dalla raccolta nel demanio civico delle Comunalie parmensi all’impiego, fresco o secco, nella ristorazione in alta Valtaro”); Daniela Risso, presidente dell’Amministrazione Separata dei Beni di Uso Civico di Andonno (“La costante resistenziale della Comunità di Andonno per la tutela del proprio demanio civico”); e Gianfrancesco Demenego, presidente della Deputazione Regoliera delle Regole d’Ampezzo (“Tutela attiva della proprietà collettiva: riflessioni sulla necessità di mantenere le professionalità locali e le capacità di interagire con gli interlocutori pubblici nei diversi settori di attività”).
Venerdì 27, la Riunione scientifica proseguirà con 2 sessioni. Alla mattina, il giudice della Corte costituzionale Aldo Carosi presiederà i lavori con le relazioni su “Un bene comune di largo consumo: il paesaggio” (a cura di Mauro Ambrosoli, professore di Storia moderna dell’Università del Friuli) e su “Assetti fondiari collettivi: prospettive di governance per lo sviluppo sostenibile del territorio” (a cura di Sebastiano Fadda, professore di Economia politica nella dell’Università di Roma Tre).
La sessione finale inizierà alle 15, sotto la presidenza di Carlo Alberto Graziani, professore di
Istituzioni di diritto privato dell’Università di Siena. Fabrizio Marinelli, professore di Istituzioni di diritto privato dell’Università di L’Aquila, affronterà il tema “Un’altra proprietà: usi civici e comunità locali”. Alle 17, sono previsti gli interventi conclusivi e chiusura dei lavori.

Il tema generale della Riunione scientifica

Il Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive, sul sito www.usicivici.unitn.it, ove è possibile iscriversi alla Riunione scientifica del 26 e 27 novembre, con questo testo presenta il tema generale messo a punto dal proprio Comitato scientifico.

È unanimemente riconosciuta dagli studiosi della materia la specifica complessità del sintagma assetti fondiari collettivi, quale istituzione fondamentalmente determinata dal possesso collettivo su una estensione di terreno. All’origine di tutto è il fatto di una comunità individuata in relazione all’uso collettivo di determinati beni; in altre parole, non è la comunità a individuare il territorio, ma è il territorio a individuare la comunità; e usando l’espressione territorio, si intende non soltanto il luogo al quale si riferisce il potere che l’ente esponenziale del gruppo – la collettività – esercita sui soggetti che ne fanno parte, ma il punto di riferimento necessario e sufficiente a individuare un insieme di soggetti legati dall’uso comune dei beni.
Di fatto, nella generalità dei casi, l’assetto fondiario collettivo si presenta all’osservatore come un’unità oggettiva (il c. d. demanio civico), vale a dire la terra di collettivo godimento su cui si esercitano i c. d. usi civici, con a fianco una unità soggettiva (la collettività titolare del possesso).
Alla luce dell’art. 3 della Costituzione la collettività locale va, pertanto, riconosciuta come soggetto neo-istituzionale per due motivi. Il primo, come titolare del patrimonio civico, quale «complesso di risorse (naturali, ambientali o industriali, artistiche, ecc.) che sono proprie (in quanto considerate come bene comune e permanentemente a disposizione) di una determinata comunità insediata in un territorio, la quale attraverso l’esperienza, la fruizione, l’incremento di esse, riconosce parte rilevante della propria identità storica, sociale, culturale e trae vantaggi e utilità notevoli». In definitiva, è il pool di elementi materiali ed immateriali che costituisce il cosiddetto patrimonio civico, dotato di autonomia rispetto ai patrimoni personali dei singoli membri della collettività. Il secondo, come titolare di beni di proprietà o di uso collettivo, con autonoma soggettività rispetto a quella dell’ente di appartenenza per legge (1776/1927; 278/1954; 97/1994) e per pronunce giurisdizionali (3233/1952 Cass.; 1248/1954 Cass.; 10748/1992 Cass.; 11127/ 1994 Cass.; 345/1986 Cons. Stato).
Per una più precisa comprensione, giova affermare che, premessa la distinzione tra l’amministrazione (cui compete la gestione) e la collettività (cui compete la titolarità dei beni di uso civico), l’organo amministrativo si configura alla stregua di un “braccio operativo” della collettività, in quanto, sia in senso soggettivo che oggettivo, è preordinato allo scopo di attendere con continuità alla tutela, conservazione, miglioramento e valorizzazione del patrimonio civico.
Dalla definizione sopra citata possiamo trarre anche la conclusione che patrimonio è il complesso di risorse materiali ed immateriali che concorrono a mantenere l’identità e l’autonomia dell’assetto fondiario collettivo nel tempo e nello spazio mediante l’adattamento in ambiente evolutivo. Con tale affermazione, si rinvia ad un tempo, per un verso, agli elementi materiali (il patrimonio naturale compreso nel demanio civico) ed agli elementi immateriali (il patrimonio culturale della collettività) e, per un altro verso, trattandosi di un patrimonio intergenerazionale, all’eredità e alla trasmissione (il tempo), ma anche al territorio (lo spazio), nella misura in cui il demanio civico può essere considerato come uno spazio identitario, vale a dire uno spazio dotato di carattere distintivo nel grande tessuto di un più ampio territorio.
Il demanio civico è così da intendersi sotto un triplice profilo: (1) come supporto fisico e base territoriale di risorse naturali trasmissibili, (2) come fattore di produzione di beni finiti o intermedi sia utilizzando l’energia biologica della terra sia come sede di attività industriali, (3) come fattore di produzione di servizi naturali finali quali i servizi: (a) di regolazione degli equilibri ecologici, (b) di habitat delle specie biologiche, (c) di consumo per il paesaggio e l’ambiente, negli spazi attrezzati per attività sportive e/o ricreative.
Il demanio civico viene, pertanto, a costituire una cellula identitaria nel più ampio territorio di una regione e, come ecosistema naturale, è fonte di utilità, anche monetarie, per la popolazione residente (in ragione del requisito di “riserva” per i componenti la collettività titolare), ma altresì si cofigura come area di compensazione e di integrazione per la popolazione non residente. È infatti dagli assetti fondiari collettivi che deriva una quota elevata del potenziale di offerta delle produzioni territoriali e di quella turistica. Tra le produzioni territoriali ricordiamo quelle derivanti dalle attività dei rami agricoltura, selvicoltura, allevamento; dalle attività collettrici (caccia, pesca, funghi e tartufi), dalle attività estrattive (materiali e acque minerali), dalle attività industriali delle energie rinnovabili (idroelettrica, eolica, solare). Relativamente all’offerta turistica vanno considerati i fattori che esercitano una forza di attrazione “originaria” sul turista, in particolare, i fattori naturali (posizione geografica, clima, topografia, paesaggio, flora e fauna); questi costituiscono il capitale del turismo, che si distingue per un aspetto essenziale dal capitale di impresa: in ogni altro settore il capitale può andare perduto ma anche essere sostituito, invece la materia fondamentale del turismo (paesaggio e ambiente) una volta perduta non si può più recuperare.
È ben vero che in passato, la finalità che il legislatore ha inteso perseguire era quella della liquidazione degli usi civici per una migliore utilizzazione agricola dei relativi terreni, ma ciò non ha impedito la loro sopravvivenza con un ruolo non marginale nell’economia agricola del Paese e con la consapevolezza da parte degli enti collettivi di manifestare nella loro lunghissima esistenza un sistema di valori di grande attualità. Infatti, i profondi mutamenti economici e sociali intervenuti nel secondo dopoguerra hanno inciso anche in questo settore, mettendo in ombra il profilo economico dell’istituto, inteso in maniera riduttiva come costituito dal valore commerciale della produzione territoriale agro-silvo-pastorale, ma ad un tempo evidenziandone la rilevanza quanto agli altri profili ed in particolare quanto a quelli ambientali, derivante dalla produttività della terra e dall’efficienza eco-sistemica. Quest’ultimo interesse ha trovato il suo riconoscimento, dapprima, con il decreto-legge 27 giugno 1985, n. 312 (Disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1 della legge 8 agosto 1985, n. 431, che ha sottoposto a vincolo paesaggistico «le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici», e poi con l’art. 142 del d.lgs. n. 42 del 2004, andando così a delinearsi un forte collegamento funzionale con la tutela dell’ambiente.
Ai fini della tutela dell’ambiente giova rilevare come tale finalità non trova la fonte in un dato puramente geografico, oggetto di mera rilevazione nel piano paesistico, bensì in precedenti atti amministrativi di regolamentazione del diritto d’uso civico. Perché è in sede di formazione dell’orientamento strategico di fondo che gli assetti fondiari collettivi determinano la scelta ambientale. D’altra parte l’esperienza ci insegna come un vincolo non si riveli in grado di assicurare la tutela o la pura conservazione, dal momento che il mantenimento delle caratteristiche morfologiche ambientali richiede, non una disciplina meramente “passiva”, fondata su limiti e divieti, bensì un intervento “attivo”, vale a dire la cura assidua della conservazione “al meglio” dei caratteri che rendono il demanio civico di interesse ambientale. Tale cura affidata alla collettività titolare del possesso, invece che alle istituzioni, si concreta infatti in particolari modalità di uso e di godimento che garantiscono insieme la fruizione e la conservazione “al meglio” del bene collettivo in un sistema economia/ambiente in continua evoluzione.
Gli strumenti analitici a nostra disposizione ci consentono di conoscere e comprendere il passato e il presente degli assetti fondiari collettivi, nonostante la loro longevità storica, in ragione di numerosi studi condotti in diverse aree disciplinari e relativi alla storia, alla storicizzazione di ogni situazione, al collocamento di ogni ente collettivo nel tempo e nello spazio, all’interno di fatti geologici, climatici, politici, legislativi, economici e sociali. Tuttavia, il riconoscimento e la salvaguardia degli enti collettivi come imprenditori di un ambiente vivo e vitale è un campo insufficientemente esplorato, stretto ancora tra stato e mercato ed anche non compreso perché non conosciuto.
È ben vero che l’articolazione del sapere in singole discipline risponde fondamentalmente ad obiettive esigenze di sviluppo delle conoscenze, di specializzazione della ricerca scientifica, ma di contro si pongono con altrettanto fondamento sia l’esigenza di punti di vista più unitari sui diversi momenti dell’assetto fondiario collettivo, sia dell’esperienza pratica dell’istituzione operante in sistema economia/ambiente in continua evoluzione, sia per l’esigenza sollecitata dagli avanzamenti della ricerca scientifica su il medesimo oggetto di studio condotta da studiosi di discipline diverse. Infatti, i contributi presentati nelle precedenti riunioni scientifiche organizzate dal Centro sudi hanno fatto emergere un rete di rapporti di complementarità, integrazione e interazione tra discipline diverse, pur convergenti in principi comuni sia nel metodo della ricerca sia nell’ambito della costruzione teorica, intorno ad una istituzione complessa quale è l’assetto fondiario collettivo.
Da queste considerazioni nasce la proposta del tema generale della XXI Riunione scientifica: “Annodare i fili delle discipline e cogliere l’intima complessità degli assetti fondiari collettivi per evidenziarne l’attuale grande importanza – è un’opera, non di ripristino di vecchiume, bensì di proposta delle innovazioni difensive per un patrimonio collettivo intergenerazionale –”, al fine di far convergere uno sforzo interdisciplinare collaborativo che mira a cosa fare per conoscere e comprendere gli assetti fondiari collettivi e per farli riconoscere come istituzioni il cui compito è di conservare al meglio l’ecosistema presente nel demanio civico in un sistema economia-ambiente in continua evoluzione.