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"La Vicìnia"
Avost dal 2015
 

Dal notiziario delle Regole d’Ampezzo “Ciasa de ra Regoles” di luglio
FRANCESCO, UN PAPA “REGOLIERE”
Riflessioni locali sui grandi temi di conversione ecologica proposti dal Santo Padre

[Stefano Lorenzi]
Il 18 giugno scorso è stata resa pubblica la lettera enciclica di Papa Francesco “Laudato sì - sulla cura della casa comune”, che richiama ogni persona che abita il nostro pianeta a riflettere e ad agire per la salvaguardia del bene comune, costituito dall’ambiente in cui tutti viviamo. Le emergenze ambientali tratteggiano la cronaca e sono note a tutti, così note che spesso risuonano come una litania che non ha quasi più effetti emotivi sull’opinione pubblica, se non laddove ci sono eventi particolarmente gravi.
Il consumo frenetico di risorse, l’inquinamento di aria, acqua e terra, un sistema economico che spinge la “crescita” e il consumo oltre ogni misura tollerabile dal pianeta, hanno finalmente spinto il Papa a scriverne prendendo una posizione molto decisa, posizione già introdotta dai suoi predecessori ma oggi espressa con toni categorici: «urgenza e necessità di un mutamento radicale nella condotta dell’umanità».


Già nel 1991, Giovanni Paolo II faceva notare che «si mette poco impegno per salvaguardare le condizioni morali di un’autentica ecologia umana», e che sarebbe stato necessario cambiare profondamente gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società.
Gli allarmi ambientali si rincorrono da una parte all’altra del globo, causati molto spesso dall’azione prepotente dell’uomo sul territorio in cui vive, mosso dalle logiche di profitto e di egoismo che accomunano ciascuno di noi. «Ogni uomo è responsabile di una parte di questa malattia che infliggiamo al mondo» - scriveva pochi anni fa il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, guida del mondo cristiano ortodosso - «nella misura in cui tutti noi causiamo piccoli danni ecologici e siamo chiamati a riconoscere il nostro apporto, piccolo o grande, allo stravolgimento e alla distruzione dell’ambiente».
Il tema è di grande complessità, e si invitano i lettori del nostro periodico a trovare il tempo per la lettura di tutta l’enciclica di Francesco: la si può trovare in libreria a pochi euro, oppure scaricare gratuitamente dal sito internet del Vaticano in formato elettronico.
Il titolo della lettera si ispira, naturalmente, al Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi, splendida preghiera che richiama alla semplicità e alla contemplazione gioiosa del creato. Il rimanere nell’ammirazione della natura e delle sue opere, attraverso un rapporto di “figliolanza” tra l’uomo e il mondo che lo ha generato, ha prodotto nella storia diverse specificità culturali che hanno saputo conservare un rapporto equilibrato e duraturo con l’ambiente in cui sono cresciute.
Culture ed etnie differenti hanno lasciato – e mantengono anche oggi – esempi virtuosi di utilizzo equo delle risorse naturali, esempi purtroppo marginali rispetto all’orientamento generale della società umana attuale, ma che con tenacia restano come vero esempio di “sostenibilità”. Tra questi esempi ricordiamo le molte declinazioni possibili della proprietà collettiva, ancora numerose in tutta Italia e, in particolare, le istituzioni regoliere.
I Regolieri di oggi sono gli eredi di quella sensibilità e di quell’attenzione che permise ai nostri antenati di coltivare una terra difficile e di abitarla come collettività, sviluppando quei talenti che – attraverso l’esperienza tramandata nelle varie generazioni – insegnarono loro a raccogliere dal territorio solo ciò che era necessario alla vita, preservando le risorse naturali per le generazioni future. Forse i nostri antenati non avevano proprio tutti nel cuore la poesia del santo d’Assisi, né disponevano di conoscenze scientifiche più avanzate di altri loro contemporanei, ma conoscevano per esperienza le dinamiche naturali dell’ambiente alpino, e ne sapevano orientare gli sviluppi per assicurare alla comunità il necessario alla vita.
Sarebbe facile contrapporre un modello rurale di vita idealizzato al frenetico pasto di risorse che contraddistingue il mondo contemporaneo, fuori dalla Valle d’Ampezzo e dentro la stessa. Sarebbe facile, ma non veritiero, pensare che un tempo fossero tutti ambientalisti e che oggi si sia persa quella sensibilità.
È vero che in Ampezzo, fino ad oggi, le dinamiche dell’economia locale hanno saputo contenere il consumo di territorio e preservare una buona biodiversità dell’ambiente, così come le pressioni speculative sono state quasi sempre limitate al fondovalle, aspetto che ha fortemente condizionato la fisionomia del centro abitato, ma che ha preservato boschi e alpi.
La comunità locale, così come la società in generale, è oggi parte di un sistema economico e politico molto complesso che si sta muovendo in una direzione assai pericolosa per l’intera umanità, tanto da allarmare anche il Santo Padre. Tuttavia, una lettura della realtà locale motivata dalla mia esperienza di lavoro all’interno di un’istituzione – come quella regoliera – che ha come scopo principale la conservazione e la coltivazione di un territorio naturale, mi consente di avere ancora margini di ottimismo, perché trovo che nella comunità non siano del tutto spariti quei valori che ne costituiscono la sua antica caratteristica.
«La cura degli ecosistemi richiede uno sguardo che vada aldilà dell’immediato, perché quando si cerca solo un profitto economico rapido e facile, a nessuno interessa veramente la loro preservazione.
Ma il costo dei danni provocati dall’incuria egoistica è di gran lunga più elevato del beneficio economico che si può ottenere»: questa riflessione di Francesco rimane, tutto sommato, un criterio che la nostra comunità ha saputo fino ad oggi conservare. Alla base di questo criterio c’è una forma di sensibilità mutuata da una cultura rurale che, con fatica, è stata tramandata alle generazioni attuali.
Il rischio è che, così immersi nell’era digitale e distratti da stimoli continui che lusingano il piacere immediato, diventiamo noi incapaci di trasmettere questi valori alle nuove generazioni.
Un ruolo importante viene dalla famiglia e dalla scuola, ma una parte rilevante di responsabilità verso l’educazione dei giovani al vivere in modo equilibrato con l’ambiente deve venire oggi, nella nostra valle, dalle Regole e dal Parco. Il rispetto e l’amore per il territorio vengono dall’educazione e dalla conoscenza, e la trasmissione di quest’ultima può essere assicurata anche dalle istituzioni che si occupano della ma nutenzione e conservazione della terra. Impegnare lavoro e idee nel trasmettere ai giovani la cultura ambientale non richiede grandi risorse economiche: richiede soprattutto una volontà di raggiungere l’obiettivo di aver seminato valori e conoscenza che permetteranno ai ragazzi, nel prossimo futuro, di raccogliere nuovamente l’eredità dei padri per vivere l’ambiente in modo sano e rispettoso, così come hanno fatto coloro che hanno calcato prima di noi i sentieri d’Ampezzo, con linguaggio semplice e accompagnando i giovani a scoprire le bellezze e le asprezze del nostro territorio.
L’avvicinarsi nuovamente alla terra porterà forse i più giovani a riscoprire che la vita scorre al di fuori dei giocattoli tecnologici con cui pensano di interagire con la realtà: l’esistenza loro e del mondo scorre ancora nell’acqua, nell’aria e nella terra, lungo i tronchi, i rami e le foglie degli alberi, negli steli dei fiori, in ciò che cammina, striscia e vola…
Ma non solo: un approccio equo e rispettoso verso la terra è strettamente legato ad un rispetto delle persone, ad un senso di democrazia e tutela del più debole che è tipico del mondo regoliero, e che va conservato come segno di civiltà.
«Se la crisi ecologica è un emergere o una manifestazione esterna della crisi etica, culturale e spirituale della modernità, non possiamo illuderci di risanare la nostra relazione con la natura e l’ambiente senza risanare tutte le relazioni umane fondamentali” sottolinea, a questo proposito, il Santo Padre. Il bene collettivo si lega strettamente con la tutela dell’ambiente, con il suo uso prudente e orientato alle generazioni future, alle quali la nostra civiltà sta oggi togliendo risorse e prospettive.
Nel mondo regoliero di un tempo l’interesse della collettività era prioritario e, laddove il singolo trasgrediva o mancava di impegnarsi nella cura del bene comune, costui veniva sanzionato in modo anche molto pesante. Oggi la situazione è capovolta: l’interesse individuale è posto al primo piano, e chi difende il bene comune è considerato un illuso, un romantico fuori dal tempo e spesso soccombe, o è costretto a difendersi con armi sempre più spuntate: «qualunque cosa che sia fragile, come l’ambiente, rimane indifesa rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta» ammonisce il Papa, e continua: «non possiamo pensare che i programmi politici o la forza della legge basteranno ad evitare i comportamenti che colpiscono l’ambiente, perché quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o princìpi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare».
Trasmettere lo spirito regoliero non è quindi un segno di folclore, un nostalgico sguardo all’indietro verso tempi che immaginiamo fossero più felici: è oggi una necessità, che conferma quanto una cultura antica abbia un grande valore di attualità, un patrimonio culturale che – assieme al territorio – dobbiamo preservare nel tempo.
«Molte forme di intenso sfruttamento e degrado dell’ambiente possono esaurire non solo i mezzi di sussistenza locali, ma anche le risorse sociali che hanno consentito un modo di vivere che per lungo tempo ha sostenuto un’identità culturale e un senso dell’esistenza e del vivere insieme. La scomparsa di una cultura può essere grave come o più della scomparsa di una specie animale o vegetale».

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