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Foto tratta dal sito del Comune di Budoia, all’indirizzo www.comune.budoia.pn.it/gallery.aspx?c=1&sc=20&id=30

Se ne è parlato a Budoia, il 13 luglio
ASSETTI FONDIARI COLLETTIVI E PIANO PAESAGGISTICO
Il contributo del Coordinamento regionale della proprietà collettiva al processo partecipativo avviato dalla Regione

[Luca Nazzi, presidente del Coordinamento della Proprietà collettiva in Friuli-V. G.]
Il tema degli Assetti fondiari collettivi e della loro gestione, nonché lo spinoso problema del loro definitivo aggiornamento (processo nel quale la Regione Friuli-V. G. sconta un gravissimo ritardo) sono tornati alla ribalta anche nel primo dei nuovi workshop dedicati alla redazione del “Piano paesaggistico regionale”.
L’evento si è svolto, a Budoia, uno dei 5 Comuni del Friuli occidentale dotati di accertamento e Bando dei Beni collettivi appartenenti alle rispettive Comunità, il 13 luglio.
Le relazioni presentate al convegno sono a disposizione dell’opinione pubblica regionale nel sito della Regione, all’indirizzo www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/ambiente-territorio/tutela-ambiente-gestione-risorse-naturali/FOGLIA200/FOGLIA19/articolo.html#n5.
Il tema degli Assetti fondiari collettivi è stato svolto da Nadia Carestiato dell’Università di Udine (“La proprietà collettiva: una risorsa per la gestione del paesaggio montano”) e dall’architetto Andrea Marchesi (“Ricognizione e rappresentazione delle zone gravate da uso civico”).
Anche il Coordinamento regionale della proprietà collettiva è stato invitato a proporre un intervento, che pubblichiamo integralmente.


I documenti del Ministero per i Beni e le Attività culturali che stabiliscono i criteri per la corretta stesura dei Piani paesaggistici introducono un principio molto stringente, sul quale è doveroso richiamare la vostra attenzione.
Tali documenti riconoscono che certe forme di gestione, partecipata e comunitaria, del territorio costituiscono, per sé stesse, patrimonio culturale e paesaggistico e sono, al tempo stesso, la principale forma di garanzia per la conservazione e il mantenimento, nel tempo, di preziosi paesaggi, rurali e montani.
Questo preciso riconoscimento, che si aggiunge e che specifica i principi già formulati dal “Codice del Paesaggio” e, prima ancora, dalla cosiddetta “Legge Galasso”, riempie di responsabilità le Comunità titolari di Assetti fondiari collettivi della nostra Regione, che oggi ho l’onore di rappresentare in questo convegno.
Per questo, sia come Amministrazioni frazionali sia come Comunioni familiari, sia come Coordinamento regionale della Proprietà collettiva, stiamo seguendo con grande soddisfazione e con la massima attenzione l’iter avviato dalla Regione e abbiamo garantito, immediatamente, la nostra collaborazione all’Assessore Maria Grazia Santoro e ai suoi collaboratori, che ringraziamo nuovamente per averci invitati anche quest’oggi, a Budoia, come già a Prato Carnico.
Siamo certi che, grazie a questo impegnativo progetto e alla serietà e competenza degli studiosi e dei tecnici che vi si stanno dedicando, la sensibilità culturale, politica e amministrativa nei confronti del grande patrimonio degli Assetti fondiari collettivi –massicciamente presenti e vitali in tutto il Friuli e sul Carso triestino – avrà un forte impulso nella nostra Regione e sarà più facile per le Comunità titolari di Beni collettivi sviluppare al meglio le funzioni economiche, socio-culturali ed ecologiche che sono proprie di questa originale forma proprietaria, che già nel Documento-proposta del 1997, i Comitati civici della montagna friulana e del Carso triestino definivano: «un inestimabile “Bene comune” di pubblico e generale interesse».
I benefici di una attiva gestione comunitaria di questo patrimonio, infatti, «non ricadono soltanto sulle popolazioni titolari di Proprietà collettive o esercitanti Diritti di uso civico, ma sull’intera società regionale e statale», a patto però che sia favorita, insieme alla tutela, un’amministrazione autonoma, che rappresenti «una vera “gestione patrimoniale”, di tipo usufruttuario (in base al principio secondo cui la proprietà delle Terre civiche appartiene alle generazioni future, in un’ottica di equità intergenerazionale e di rinnovabilità delle risorse)».
Auspichiamo che, al termine di questo percorso amministrativo, anche la Regione Friuli-V. G. imbocchi con decisione la strada già intrapresa dalle Regioni Veneto e Piemonte, che hanno confermato in capo alle Comunità proprietarie dei Beni la gestione diretta di Parchi regionali importantissimi quali il Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino (in provincia di Vercelli) e delle Dolomiti di Ampezzo (nei dintorni di Cortina) e dalla Provincia autonoma di Trento, ove operano oltre 100 Amministrazioni separate dei beni di uso civico (“Asuc”).
A Prato Carnico, abbiamo già avuto modo di sottolineare che, affrontando i temi della tutela e della gestione del Paesaggio, nonché del ruolo prioritario che le Comunità debbono avere in questo campo, andiamo a toccare e ad applicare concretamente princìpi costituzionali fondamentali e irrinunciabili, sanciti in particolare dagli articoli 2, 9, 42 e 118 della nostra Carta costituzionale.
Anche in quest’occasione riteniamo doveroso incoraggiare la Regione a partire proprio da questi princìpi fondamentali per colmare un ritardo pluridecennale, che non solo offende la sua autonomia statutaria, ma soprattutto vìola diritti fondamentali delle Comunità, che vivono in ogni parte del nostro territorio, dalle Alpi alla Laguna, dal Carso alla Pianura e alla Zona collinare.
Le operazioni di accertamento degli Assetti fondiari collettivi, previsti dalla legge 1766/1927 sono ancora in alto mare, con grave pregiudizio anche per i lavori di redazione del Piano paesaggistico.
Ma, come se non bastasse, abbiamo il sospetto che non ci sia ancora la dovuta collaborazione fra i vari uffici che si occupano di queste questioni nella Regione Friuli-V. G. (dal Commissariato agli Usi civici al Servizio libro fondiario e usi civici, dalla Direzione Funzione pubblica, Autonomie locali e Coordinamento delle riforme alla Direzione attività produttive, commercio, cooperazione, risorse agricole e forestali).
Inoltre, riscontriamo, in troppe Amministrazioni comunali atteggiamenti incomprensibili e inaccettabili, tanto più in una stagione di gravissima crisi economica, ecologica e istituzionale.
Tolto il gruppo di Sindaci (per fortuna sempre più consistente e determinato) che hanno riconosciuto pienamente e concretamente le loro Comunità e i loro diritti civici, c’è chi si dimostra completamente all’oscuro di questa realtà e dell’abbondante normativa statale che la regolamenta; c’è chi lascia consistenti patrimoni agro-silvo-pastorali in completo stato di abbandono; c’è chi continua a violare impunemente i principi di incommerciabilità, di indivisibilità e di destinazione agro-silvo-pastorale vincolata dei Beni collettivi; c’è chi li destina o li utilizza per funzioni incompatibili con la loro natura civica e con la loro riconosciuta valenza ambientale; c’è chi finge di non sapere e c’è, infine, chi – in dispregio ai principi di sussidiarietà e di valorizzazione delle formazioni sociali, ma anche tradendo la funzione residuale e supplettiva riservata ai Comuni in questo campo, ove operano «a nome e per conto» delle Comunità titolari degli Assetti fondiari collettivi –, impedisce a tali Comunità di ricostituire i propri Comitati per l’autogestione dei patrimoni collettivi, come prevedono le leggi statali 1766/1927, 97/1994 e 278/1957 nonché la legge regionale 3/1996 e com’è normalmente stato in tutto il nostro territorio regionale fino all’avvento dei Comuni amministrativi, istituiti dai Regimi napoleonico e austroungarico, nel XIX secolo.
Per superare questa situazione, scongiurando il pericolo di pregiudicare l’efficacia e la legittimità del Piano paesaggistico, ci permettiamo di suggerire l’applicazione di un semplice principio, sancito chiaramente dalla dottrina e dalla giurisprudenza che si occupano di Assetti fondiari collettivi, ovvero la «Presunzione di demanialità civica», secondo la quale, essendo i Comuni sorti solo con la dominazione francese, tutti i beni che figurano ad essi appartenenti sono da presumere, salvo prova contraria, della Comunità, ossia Demanio universale soggetto agli Usi civici degli abitanti del luogo e, pertanto, indisponibili.
Peraltro, l’applicazione di tale principio anche nella nostra Regione appare avallata da significativi pronunciamenti del Commissariato agli usi civici.
Nei Bandi, ad esempio (compreso quello inerente il Demanio collettivo di Budoia, di cui parlerò tra un momento), si specifica che sono sottratti all’applicazione della legge del 1766 e, dunque, non rientrano tra i beni sottoposti a vincolo paesaggistico, soltanto i beni «già aventi la definitiva destinazione di servire all’uso pubblico (strade, piazze, campi sportivi, cimiteri, ecc.) e quelli considerati patrimoniali del Comune (cioè provenienti da atti di compravendita, legati, donazioni, ecc.)».
Spetta dunque ai Comuni l’onere di dimostrare l’eventuale patrimonialità di parte dei beni affidati alla loro gestione e, laddove tale patrimonialità non fosse dimostrabile, i beni agro-silvo-pastorali gestiti dai Comuni andranno ascritti al Demanio collettivo e dovranno rientrare fra i beni tutelati dal Piano paesaggistico, in base alle prescrizioni del Codice del paesaggio, unitamente a quelli «appartenenti alle Università agrarie» (secondo una terminologia storica che fa riferimento in modo evidente anche ai patrimoni gestiti dalle cosiddette Comunioni familiari o da «altre associazioni agrarie comunque denominate», come chiarisce il documento del Ministero per i Beni e le attività culturali “La Pianificazione paesaggistica – La collaborazione istituzionale”, che proprio a questo proposito cita sia la legge statale 97/1994 che la legge regionale 3/1996).
Quest’oggi, visto che gli organizzatori hanno inteso richiamare l’attenzione, in particolare, sul tema “Pianificazione paesaggistica e Siti Unesco”, al Coordinamento regionale della Proprietà collettiva urge il dovere di segnalare una situazione particolarmente critica che si riscontra in Regione.
A Forni di Sotto, le Comunità di Baselia, Tredolo e Vico possiedono in forma indivisa 6 mila 900 ettari di territorio montuoso, boschivo e pascolivo, di cui 3 mila compresi nel perimetro del Parco delle Dolomiti friulane e del Sito Unesco.
Orbene, dal gennaio 2014 queste Comunità attendono che il Sindaco convochi le votazioni per eleggere il Comitato per l’amministrazione dei beni collettivi, superando l’attuale stato di abbandono di quel vasto comprensorio e per «partecipare attivamente e responsabilmente alla conservazione e alla promozione del proprio patrimonio economico ed ambientale, valorizzando le tradizionali forme di gestione silvo-pastorale» nonché per poter operare finalmente da protagoniste nel processo di protezione e valorizzazione delle Dolomiti friulane, come “Patrimonio dell’Umanità”, avviato grazie al riconoscimento Unesco.
Infine, un cenno alla situazione locale. In questo Comune, le Comunità di Budoia, Dardago e Santa Lucia si trovano nell’invidiabile situazione non solo di possedere un vasto patrimonio collettivo, pari a poco meno di mille ettari di boschi e pascoli, posseduti in forma indivisa, ma anche di disporre del Bando commissariale, datato 1973, con il riconoscimento formale di tale prezioso Demanio civico.
Come in ogni altra parte della Regione ove esiste questa favorevole situazione, il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva invita Comunità e Municipalità a collaborare insieme per costituire, nel più breve tempo possibile, un Comitato di amministrazione dei Beni civici, sull’esempio di quanto stanno già facendo i Frazionisti delle Prese di San Giovanni di Polcenigo, di altre 4 Comunità friulane (Bressa, San Gervasio di Carlino, San Marco di Mereto di Tomba e Villanova di San Giorgio di Nogaro) e di altre 5 Comunità carniche (Givigliana e Tors, Ovasta, Pesariis, Priola e Noiariis e Tualiis e Noiaretto), conseguendo significativi risultati economici, sociali, culturali, democratici ed ecologici.