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"La Vicìnia"
Avrîl dal 2015
 
Don Floriano Pellegrini

Don Floriano Pellegrini lancia l’allarme su recenti interpretazioni di stampa
«REGOLE E REGOLIERI SONO AVVERTITI»
Si stenta ad accettare che le Regole siano organizzate secondo una loro antropologia e una giurisprudenza storica specifica

A pochi giorni di distanza dall’articolo del quotidiano “Il Gazzettino” che, il 22 marzo, accusava pesantemente le Regole del Comelico di discriminazione nei confronti delle donne (“Le Regole senza quote rosa – Petizione-rivolta in Comelico”), un altro periodico veneto – il foglio “Ladins” (numero di marzo) – è intervenuto nelle vicende regoliere con considerazioni giudicate dalla newsletter “Dagli Schildhöfe di Coi e Col (in Alta Val Maè)” «attacchi, cortesi nella forma ma mortali nella sostanza».
Di seguito le repliche ai due articoli, firmate da don Floriano Pellegrini il 24 e il 26 marzo.


Autentiche pagliacciate
diffuse da “Il Gazzettino” a riguardo delle Regole

Ieri l’altro “Il Gazzettino” di Belluno ha pubblicato un articolo, a riguardo delle Regole, così ricco di pagliacciate (per non usare altri termini, ancora più pesanti), che si resta sbalorditi. Com’è possibile che qualcuno non sappia ancora che i titolari delle Regole non sono i singoli, uomini o donne (non ha alcuna importanza), ma i fuochi famiglia? E che non sappia che la trasmissione del diritto avviene secondo la linea del cognome, sia essa maschile o femminile?
Come fa Luigina Staunovo Polacco a non sapere, pur essendo del Comelico, che già da decenni la Corte costituzionale ha risolto la questione che adesso, come cascando dalle nuvole, dice d’aver individuato?
E come fa Yvonne Toscani a dire, andando completamente fuori strada, che in provincia di Belluno «la trasmissione del diritto in linea femminile non è alla stessa stregua di quella maschile»?
E come si permette di citare, continuando a sbagliare, i casi di Cortina d’Ampezzo e dell’Alpago? Ah, che articolo indegno d’un giornale serio! Ma perché certe persone, prima di scrivere o di parlare, non studiano come stiano realmente le questioni?

Dagli Schildhöfe di Coi e Col (in Alta Val Maè)
N. 5 Baliato di Coi, martedì 24 marzo 2015


Gli attacchi, cortesi nella forma ma mortali nella sostanza
da parte dell’avv. Cacciavillani e del foglio «Ladins»
all’identità specifica delle Regole

Riceviamo e, ringraziando, volentieri divulghiamo il seguente testo, ossia articolo a piena pagina (p. 3) del numero di marzo di “Ladins”. Il titolo, qui sotto riportato, è all’originale. Il direttore di “Ladins” introduce il testo con queste parole: «Facendo seguito a vari colloqui [,] allego un promemoria sul “tema-Regole” inviato dall’avv. Ivone Cacciavillani. Se il tema interessa [,] prendere contatto con l’Istituto Bellunese tramite Ladins, in vista d’un incontro operativo per concordare il da farsi. La cosa è urgente, poiché i tempi sono ristretti».
Come sempre, chi vuol ottenere qualcosa, senza che si dibatta come sarebbe giusto, trova che essa «è urgente» e che «i tempi sono ristretti». È un anno che il governo di un premier Renzi (non eletto, non è parlamentare), né nominato dal Parlamento) agisce con questa fretta, per compiere un continuo saccheggio della democrazia, di cui esso è già una dolorosa concretizzazione.
È noto e, per chi non lo sapesse, lo rendiamo noto noi, che l’avv. Cacciavillani, don Sergio Sacco (direttore dell’Istituto bellunese di Ricerche sociali e culturali e di “Ladins”), come altri, sono amanti delle Regole (in quanto non possono farne a meno di riconoscere le alte positività), ma soffrono, culturalmente e umanamente, che esse abbiano un così esplicito carattere di comunità (organizzazioni comunitarie) da potersi permettere il lusso, per essi insopportabile, di una vastissima autonomia statutaria, che comprende anche le forme di trasmissione della titolarità. Le quali si basano sul concetto o, meglio, sulla realtà dei fuochi-famiglia, di antichissima tradizione giuridica ma completamente ignorati dalla Costituzione italiana (come prima dallo Statuto albertino), si fondano cioè su sistemi antichissimi (quelli franco e longobardo), che esistevano quando il regno d’Italia e sua figlia la repubblica non erano neppure immaginabili e probabilmente era meglio era che rimanessero tali. Quando le comunità regoliere, nel 1797, vennero investite dalla bufera e dal terrorismo internazionale delle schiere fameliche del generale Bonaparte, esse vennero ben presto a trovarsi in conflitto con il nuovo ordine di idee che la Rivoluzione francese, tramite la violenza di quegli esaltati che cantavano la Marsigliese, diffondeva in Europa, come un orripilante tumore e un crimine contro l’umanità.
Si arrivò al 1805, quando le Regole vennero poste nella situazione di non poter più funzionare. Ma anche quel mostro blu-bianco-rosso che era stato partorito in Francia, non se la sentì di sopprimere sino in fondo le Regole, che – come si dirà dopo – continuarono ad esistere quali «Corpi morali dalle originarie investiture contemplati» e, lì dove le investiture non c’erano, a fortiori, nella loro appartenenza ad un sistema giuridico locale riconosciuto dagli Stati di allora. Dichiarate sciolte le amministrazioni regoliere e negato il riconoscimento giuridico alle consociazioni, esse rimasero, perciò, quali Corpi morali, ossia comunità di fatto, ai quali ad un certo punto l’Impero asburgico avrebbe capito di non poter fare a meno di riconoscere (tanto più che alle sue Regole – si veda il caso di Cortina d’Ampezzo – non aveva mai mancato di offrire riconoscimento e valorizzazione) la personalità giuridica. E subito dopo l’entrata in vigore della Costituzione, anche in Italia si sentì la necessità di meglio risolvere la questione delle Regole e l’attenzione si fermò, per allora, su quelle del Cadore.
In tutti questi provvedimenti: quello francese del 1805, quelli successivi dell’Impero austriaco (a cominciare dalla Sovrana Risoluzione del 1839), alla ricostituzione delle Regole della “Magnifica Comunità Cadorina” nel 1948 e, via via, a tutte le altre, la costante giuridica è la presa d’atto, da parte del legislatore, del valore del diritto regoliero: preminente nella formazione, costante nella durata temporale, tipico nella impostazione giuridica, assai esteso nell’applicazione territoriale, pacificamente condiviso per secoli da intere comunità e, indubbiamente, apportatore di vasti benefici locali ai diretti interessati (i titolari) e non solo.
La Costituzione della repubblica, nata dopo anni di palese violazione dei diritti umani personali e collettivi, non ebbe alcuna difficoltà a riconoscere le antiche Regole, né le trovò in contrasto con i principi egualitari e solidali che la impregnano; tutt’altro: trovò che, nell’attuazione di quei principi era stata da lungo tempo preceduta, tanto che, ben a ragione, si potrebbe e può dire che la Costituzione stessa trova, nel sistema giuridico delle Regole, una fonte d’ispirazione e un antefatto storico, che la confortano e la stimolano nel perseguimento delle sue idealità.
È perciò sorprendente che, a corsi e ricorsi storici, ci sia chi non sappia trattenere, a riguardo delle Regole, non conoscendole o non accettandole realmente nella loro identità specifica, o atteggiamenti di contestazione folle o di critica ingiusta, quand’anche apparentemente motivata da nobili motivi o di uguaglianza o di solidarietà. I punti caratterizzanti l’identità delle Regole, in quanto organizzazioni, sono riducibili, in ultima, alla ferma e totale difesa delle prerogative della persona umana; ma, si badi ed è da qui che nascono tante asperità e proposte assurde, non persona umana intesa in modo illuministico, bensì storico e, quindi, rientrante ancora una volta nell’antropologia antica, secondo la quale al centro della comunità vi è la famiglia e – importantissimo – la famiglia è intesa quale nucleo economicamente autonomo e stabilmente residente in un determinato territorio (determinato dalla comunità, ossia Regola, stessa). La trasmissione del diritto di titolarità, e di ogni altro afferente, è sempre stata collegata (e sempre sarà, finché le Regole non vorranno culturalmente suicidarsi) a questa realtà del fuoco o fuoco-famiglia o famiglia intesa come fuoco. Si vede bene che la stessa terminologia oggi in uso non è adeguata ad esprimere la realtà quale percepita e vissuta secondo questa antropologia, antica sì ma in tutto legittima. Il guaio è che le Regole si trovano a vivere, a differenza dei secoli passati, in un contesto nel quale l’antropologia è mutata, il concetto di persona s’è mutato in quello di individuo, con tutte le conseguenze negative che ciò comporta per la definizione delle aggregazioni personali, le quali diventano (ovvero sono intese) oggi, secondo questa nuova antropologia, quali mere unioni più o meno momentanee, nelle quali la caratura storica e spirituale è assai ridotta, mentre ha assunto una dimensione quasi esclusiva quella materiale ed economica. Sicché, mentre le Regole parlano di se stesse quali comunità storiche, ricche di una propria identità e di un proprio percorso collettivo non solo economico, altri, che non appartengono alle Regole le interpretano e giudicano secondo il loro metro, la loro antropologia, assolutizzandola e anzi credendola l’unica legittima e, perciò, arrabbiandosi e contestando se altri li fanno percepire nella loro relatività di prospettiva e analisi del reale, di ieri e di oggi.
Finché, però, a cadere in simile errore sono persone semplici, i cui impegni lavorativi impediscono o abbiano impedito di fatto d’approfondire l’argomento dell’identità e dei fondamenti delle Regole, l’atteggiamento ostile può essere perdonato, perché comprensibile sebbene non giustificato. Diverso il caso di persone dotte, dalle quali ci si aspetterebbe che, per l’inclinazione allo studio e un possibile maggior spazio di tempo per dedicarsi allo studio sistematico, di fronte alle quali gli errori di prospettiva, quali emergono dai loro scritti, appaiono ai membri delle Regole e a chi conosca la loro antropologia giuridica, assai meno e, persino, per nulla giustificabili. Nel primo caso, emerge, in ogni caso, la necessità, vera e propria, da parte delle Regole, di trasmettersi alle nuove generazioni e ai nuovi fuochi-famiglia, non solo come appartenenza sociale, inserimento in una storia e condivisione di una gestione collettiva di beni propri agro-silvo-pastorali e annessi, ma anche, e non meno, come condivisione e consapevolezza, al cento per cento (e non sarà mai abbastanza), della propria identità e cultura di fondo. Nel secondo caso, sarebbe auspicabile che chi, pur amando le Regole e forse proprio perché le ama, ma non le accetta in alcuni loro caratteri essenziali e irrinunciabili, quali l’antropologia giuridica del fuoco e l’assoluta autonomia nello stabilire non solo la gestione dei beni ma anche la forma statutaria dell’organizzazione; sarebbe desiderabile e moralmente doveroso che costoro non si sentissero in diritto – diciamolo in maniera spiccia ma impeccabile – di immischiarsi in realtà e affari che non li riguardano. Chi non appartiene alle Regole, pensi alle sue cose, non a criticare le Regole, alle quali non appartiene e alle quali, nello stesso tempo, in alcuni casi, pretenderebbe di entrare (o persino già di aver diritto). E ognuno, se si occupa delle Regole, sia per conoscerle e valorizzarle nei loro caratteri, non per stravolgerli, perché nessuno ha il diritto di ficcare il naso o il becco in cose che non lo riguardano, tanto meno per dare consigli non richiesti.
Come potrebbe la Costituzione o una legge qualsiasi esprimersi su realtà, quali i fuochi-famiglia, che nei suoi testi non nomina mai, che non sa neppure che cosa siano? Sarebbe come se la Costituzione pretendesse di stabilire come ci si deve organizzare in questa o quella società, eppure nessuno ha la sfacciataggine di dire che è incostituzionale l’esclusione che la Chiesa fa, alle donne, dell’Ordine sacro; nessuno che pretenda che un Ordine cavalleresco si strutturi a piacere dello Stato e che, per certe classi al suo interno, siano previsti solo uomini o donne: chi non è d’accordo con la struttura d’un Ordine, si ritiri e ne fondi uno di suo! Non si può pretendere sia la società, alla quale comunque vogliamo appartenere, che cambi nella sua identità, ma è doveroso ammettere che è chi non si riconosce in tale identità che deve ritirarsi. E le Regole hanno un carattere privatistico e, assieme, collettivo; in ogni caso, non pubblicistico, per quanto nel corso dei secoli abbiano svolto anche funzioni pubbliche; devono essere rispettate in questo carattere e chi le vorrebbe portare ad essere, o esplicitamente o fattivamente anche se in modo non dichiarato, degli enti a valenza pubblica, in realtà è nemico delle Regole. Ama le Regole in quanto enti amministratori di vasti beni terrieri, non in quanto organizzazioni tipiche.
Si potrebbe dire molto altro. Il seguente testo dell’avv. Cacciavillani, che ribadisce la sua linea culturale e umana a riguardo delle Regole, ci conferma nella necessità di smascherare ogni tentativo di fare delle Regole enti diversi da quello che realmente sono e hanno il diritto e il dovere di continuare ad essere, senza il minimo cedimento alle fantasie e alle più o meno (più meno che più) disinteressate aspettative di alcuni, persone semplici e persone dotte. È un testo, il seguente, che ci rifiutiamo persino di commentare, come sarebbe necessario, perché ci sembra troppo fuori strada, in molti e molti punti e nella sua stessa «visione di fondo» delle Regole; no, proprio non ci siamo! In allegato il testo di «Ladins» in fotografia digitale .

Dagli Schildhöfe di Coi e Col (in Alta Val Maè)
N. 7 - Baliato di Coi, giovedì 26 marzo 2015


Quando si vorrebbe che le Regole rinunciassero
a qualche elemento costitutivo

Uno dei cardini delle Regole, da sempre, tanto da costituire un elemento irrinunciabile (pena lo snaturarsi) è l’avere a titolari quei particolari soggetti che sono i “fuochi” o, con un linguaggio più vicino all’attuale, i “fuochi-famiglia”. È impossibile capire le Regole senza tenerne conto. Eppure, c’è chi proprio non accetta o, almeno, fatica molto ad accettare che le Regole siano organizzate in questo modo, secondo una loro antropologia e una giurisprudenza storica specifica. Ce ne ha dato la prova, pochi giorni fa, un articolo dell’avv. Ivone Cacciavillani, pubblicato dal foglietto “Ladins”. In tale articolo non compaiono mai né il termine “fuoco”, né quello di “famiglia”, sostituiti dall’espressione «gente della Montagna» o «gente del posto». E tale gente, si scrive, essere il gruppo dei «discendenti degli “antichi abitatori” che hanno diritto di essere considerati regolieri secondo gli antichi laudi». Affrettandosi persino ad aggiungere che, comunque, i laudi o statuti dovrebbero essere «eventualmente aggiornati» (due volte) «per renderli compatibili con i valori costituzionali, come la parità dei sessi e la successione di titolarità di regoliere».
Ora, parlare di «gente del posto» o di «abitatori» è come dire “i residenti”, ossia tutti, siano residenti da poco o da «antichi abitatori». Ed è l’esatto contrario del senso del termine fuoco e fuoco-famiglia, che indica solo certe persone del posto e i discendenti di ben determinati abitanti residenti, non di tutti. E dire, di conseguenza, che i laudi devono essere modificati e dire quel che si vorrebbe fosse, ma al quale le Regole non sono affatto tenute, come non lo sono mai state. Ecco come chi ama le Regole quali enti gestori di vasti beni terrieri, ma mal le sopporta in tutta la loro identità autonoma e storica, cerca di spingere per farle diventare un po’ alla volta quello che non sono. Regole e regolieri sono avvertiti!

Dagli Schildhöfe di Coi e Col (in Alta Val Maè)
N. 9 - Baliato di Coi, giovedì 26 marzo 2015