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"La Vicìnia"
Març dal 2015
 
Giosuè Carducci, premio Nobel per la letteratura 1906 (www.nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/1906/) e autore della lirica “Comune rustico”, nella quale accenna fa cenno, secondo Sandro Lagomarsini, ad «una assemblea degli utenti delle terre collettive» della Carnia

Anche per Giosuè Carducci la gestione dei Beni collettivi è una scuola di democrazia e di buon governo
COMUNITà CHE SANNO AUTOGESTIRSI
Il pedagogista Sandro Lagomarsini presenta il significato originale della lirica “Comune rustico”, ambientata in Carnia

[Sandro Lagomarsini (“Avvenire”, 18 febbraio 2015)]
Anche nel numero del 18 febbraio del quotidiano “Avvenire” (www.avvenire.it), don Sandro Lagomarsini riprende il tema degli Assetti fondiari collettivi, già affrontato il 20 gennaio nella rubrica “Coltivare e custodire”.
La sua tesi è che le Proprietà collettive sono quasi sconosciute in Italia perché a scuola non se ne parla. Eppure, la letteratura italiana, può vantare fra i cantori degli antichi «beni della comunità» Giosuè Carducci, che le ha conosciute e ammirate durante i suoi soggioni in Carnia.


Perché le proprietà collettive sono quasi sconosciute
Beni comuni, quello che a scuola non insegnano

Alcuni lettori mi chiedono: «Se le proprietà collettive (ne abbiamo parlato in un articolo precedente) hanno avuto un rilievo storico e sociale così importante, perché sono quasi sconosciute?». C’è una prima risposta.
La conoscenza del territorio non è mai stata una grande preoccupazione della scuola, l’agenzia a cui è affidata la diffusione della memoria storica.
C’è una seconda spiegazione. È prevalsa per molto tempo tra gli storici l’idea che si devono cancellare le “economie di sussistenza”, di cui le terre comuni sarebbero uno degli elementi più arcaici. La terza ragione ha a che fare con i pregiudizi di una cultura ufficiale prevalentemente letteraria: siccome gli scrittori non ne hanno parlato, i “beni della comunità” non sono mai esistiti.
Ma la premessa di quest’ultima conclusione è falsa: un poeta, Giosuè Carducci, ne ha parlato. È andata così. Il poeta toscano, convinto delle virtù terapeutiche delle acque termali, frequentava regolarmente quelle già note e accorreva a quelle appena scoperte. Quando ad Arta (poi Arta Terme) venne aperto l’impianto “idroterapico”, Carducci andò a passarvi una vacanza.
È in quella occasione che ha vissuto l’esperienza descritta nel Comune rustico, la poesia comparsa nelle Rime nuove, composte tra il 1861 e il 1887.
Questa notizia non la trovate nelle antologie. Secondo i compilatori, Carducci «ripensa al passato, al lontano medioevo». Per Internet si tratta di una «ricostruzione fantastica della vita di un comune del Mille». Tutti fuori strada. Nel momento di lasciare Arta («o noci de la Carnia, addio!»), Carducci ripensa a una assemblea degli utenti delle terre collettive di Valle Rivalpo, ancora oggi attive. Vero è che il poeta dà alla scena una “patina” di antico («il tempo che fu»). Subito però egli contesta l’immagine folcloristica delle campagne, fatta di «paura di morti» e di credenza nei «diavoli» e nelle «streghe». Il vero marchio è «del comune la rustica virtù».
In Toscana ci sono i «comunelli rustici», altro modo per qualificare le terre comuni, da cui anche il titolo della composizione. L’assemblea si svolge davanti alla chiesa, dopo la messa domenicale, con una ritualità comune in tutta Italia. L’attribuzione dei lotti di legname da ardere e la turnazione dei pascoli, a cura del comitato di amministrazione, è l’atto annuale dell’assemblea.
Il “clima” cristiano degli impegni, apparente novità in Carducci, è in accordo col fatto che le terre collettive sono spesso unità a livello di parrocchia. Spiegabile l’appello alla mobilitazione, in caso di minaccia da parte di «unni» o di «slavi»: la Carnia era allora, ben più di oggi, terra di confine.
La sistemazione feudale dei diritti comunitari sulle terre, comprende frequentemente l’obbligo di corvée in armi. Ed è uno spirito di resistenza attiva quello che spiega il rifiuto di una popolazione ligure, nel 1940, di consegnare «a Mussolini, per la guerra» il legname dei beni frazionali. Agli amministratori viene minacciato il confino, ma poi c’è solo il commissariamento.
Carducci registra il «fremito d’orgoglio» di una comunità che sa autogestirsi. E quando l’assemblea si scioglie, il gruppo degli amministratori che si allontana ha la dignità di un «piccolo senato». Ha ragione Carducci: la gestione dei beni collettivi è stata lungo i secoli una scuola di democrazia e di buon governo. Lo ha sostenuto anche il grande giurista Guido Cervati, quando ha recitato Il Comune rustico durante una causa sui beni collettivi. C’è da augurarsi dunque che questo testo, ben compreso, divenga parte integrante della formazione dei giovani alla cittadinanza.

(Avvenire, 18 febbraio 2015)