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"La Vicìnia"
Fevrâr dal 2015
 
Don Sandro Lagormarsini, autore dell’articolo sulle Terre comuni pubblicato dal quotidiano italiano “Avvenire”

Un articolo di Sandro Lagomarsini sulle Terre comuni
COLTIVARE E CUSTODIRE
È apparso sul quotidiano “Avvenire” il 20 gennaio 2015

[Sandro Lagomarsini]
Ripubblichiamo l’articolo “Terre comuni: quell’antica e civile pratica di condivisione”, apparso sul quotidiano “Avvenire” il 20 gennaio 2015.
Lo ha scritto don Sandro Lagomarsini, difensore delle Comunità titolari di Assetti fondiari collettivi in Liguria e assiduo frequentatore delle Riunioni scientifiche del Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive dell’Università di Trento. Il presbitero ligure cura per il giornale cattolico italiano la rubrica “Coltivare e custodire”.


Terre comuni: quell’antica e civile pratica di condivisione

Tradizione secolare il cui studio è stato anche premiato
con il Nobel per l’Economia

Quando Elia la incontrò, la vedova di Zarepta stava raccogliendo legna (1 Re 17,10). Lo faceva in quell’area marginale che ogni città riservava alle necessità dei poveri. Col tempo, queste aree hanno acquistato la fisionomia di «terre della comunità». Con diversi nomi le troviamo a tutte le latitudini, dalla Russia alla Cina, dall’Africa alle Filippine. Città come Pisa, Milano o Roma hanno riservato vaste aree all’uso comune (pascolo in particolare).
Ma è soprattutto nelle zone montane che le «terre collettive» hanno avuto un rilievo storico, economico e sociale, con ricadute ambientali esemplari.
Basti pensare alla «Magnifica Comunità della Val di Fiemme» in Trentino, alle «Regole Ampezzane», alla «Foresta Umbra» del Gargano. Gli economisti di Sette e Ottocento considerano poco redditizie le terre comuni.
Di qui le privatizzazioni e l’appropriazione statale. In Inghilterra, a metà Settecento, le terre comuni vennero abolite per fornire manodopera alle miniere e alle industrie. Recenti studi mostrano però che le “terre di villaggio” non erano misere fonti di sopravvivenza, come la pubblicistica dell’epoca sosteneva, ma elementi di una gestione complessa del territorio, in grado di sostenere e integrare le produzioni dei singoli agricoltori.
In Italia, le privatizzazioni hanno avuto come conseguenze l’abbassamento della produzione e l’impoverimento delle comunità. È accaduto nelle Marche, come in varie zone della Toscana.
Nei primi decenni dell’Ottocento il Regno sabaudo destina al demanio statale le ricche faggete dell’Appennino ligure.
Molte comunità della montagna ingaggiano i migliori avvocati genovesi per difendere le proprie terre; i libri parrocchiali registrano il pagamento delle parcelle: in denaro, formaggio e salumi. Lo Stato unitario continua la pressione sulle terre comuni. Per questo, quando mia nonna materna allora bambina (era nata nel 1878) andò a raccogliere legna nelle vecchie «terre della parrocchia» (cioè della comunità), le guardie le minacciarono l’arresto.
Alcune espropriazioni sono state rimediate dalle Amministrazioni regionali, dopo lunghe cause giudiziarie.
Ci sono voluti decenni per restituire agli abitanti di Orgosolo seimila ettari di Supramonte e altrettanto hanno dovuto aspettare i pastori della Garfagnana. Anch’io scaldo la mia casa col legno di faggio ricavato dai boschi collettivi. Chi si scandalizza di quest’uso di un legno «nobile», tenga presente che la nostra faggeta è collocata su un crinale periodicamente soggetto ai danni del ghiaccio: la nostra utilizzazione permette ogni volta la ricostituzione del bosco a costo zero.
Nel 1968, lo studioso Garret Hardin sostenne che l’uso collettivo delle risorse, sotto la spinta di un individualismo incontrollato, portava alla loro distruzione. Ma si sbagliava. Fin dal 1500 le terre comuni di Alpi e Appennino hanno statuti che prevedono comitati elettivi di gestione e guardie che assicurano il rispetto delle regole. Le ricerche di Elinor Ostrom (premio Nobel per l’economia nel 2009), hanno poi documentato tantissimi esempi della possibilità di «governare i beni collettivi», dalle acque sotterranee della California, alle risorse ittiche dei mari turchi, ai sistemi di irrigazione nelle zone aride di Spagna o Filippine.
Una legge del 1927 proibisce di creare in Italia nuove «associazioni agrarie» sul modello delle terre collettive.
E se questa fosse invece una possibilità da riaprire, in tempi di crisi e con tante terre in abbandono? Sarebbe anche una nuova occasione per esercitare la condivisione, assieme a un uso sobrio delle risorse della terra.

“Avvenire”, 20 gennaio 2015
www.avvenire.it