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"La Vicìnia"
Avrîl dal 2005
 

Tieris civichis a Udin, Tavagnà, Reane dal Rojâl, Cjampfuarmit, Pradaman, Pavie, Puçui, Pasian di Prât, Martignà e Pagnà, intant de dominazion di Vignesie
I BENI COMUNALI IN ETà VENETA

[Alma Bianchetti, insegnante di Gjeografie umane de Universitât furlane]
Con il volume di Alma Bianchetti “Ville friulane e Beni comunali in Età veneta”, l’Editrice universitaria “Forum” (www.forumeditrice.it - forum@forumeditrice.it) ha iniziato la pubblicazione sistematica degli atti di “concessione” dei Beni comunali alle ville e ai borghi del Friuli, durante la dominazione veneta (1420-1797). Alla trascrizione dei “Privilegi” riguardanti le terre di uso collettivo di Udine e dintorni ha collaborato Nadia Carestiato, secondo un progetto messo a punto con Andreina Stefanutti e inserito nella collana di studi “Monografie friulane”. “La Vicìnia” presenta ampi stralci dell’introduzione all’opera, che illustra l’impostazione e la portata culturale del progetto di studio su un patrimonio che ha «costituito un elemento decisivo nella vita delle comunità rurali del Friuli».

Questo volume riporta la trascrizione dei “Privilegi” con cui la Serenissima Repubblica di Venezia concedeva in uso le terre di pubblica proprietà, appunto “i beni comunali”, alle “ville” (termine che all’epoca designava i villaggi) e ai borghi di un comprensorio che abbraccia gli attuali territori del comune di Udine e di quelli ad esso limitrofi, ovvero Tavagnacco, Reana del Rojale, Campoformido, Pradamano, Pavia di Udine, Pozzuolo, Pasian di Prato, Martignacco e Pagnacco. Tali atti sono parte di un corpus archivistico conservato presso l’Ispettorato Ripartimentale delle Foreste di Udine e costituito da vari volumi manoscritti intitolati “Provincia del Friuli. Investiture di Beni Comunali in tempo veneto”. Si tratta della copia di documenti sei-settecenteschi stilata negli anni subito successivi al ritorno del Friuli sotto l’Austria dopo la parentesi napoleonica: l’Imperial Regio Governo voleva infatti determinare con la maggior precisione possibile quale fosse allora la consistenza residua di questo patrimonio fondiario nella Provincia friulana sia in seguito alle vendite attuate da Venezia che agli usurpi perpetrati nel corso del tempo.
Ed ora, più in dettaglio, le ragioni di questa pubblicazione. Il tema dei beni comunali nei territori compresi entro il Dominio veneziano di Terraferma ha interessato studiosi di valore, tra cui vanno citati, per gli anni più recenti e per il versante specifico del Friuli, Furio Bianco e Antonio De Cillia. Non posso però dimenticare chi resta, a diversi anni dalla sua scomparsa, un punto di riferimento per gli specialisti del settore, ossia Carlo Guido Mor, sotto la cui guida ho iniziato ad esplorare questo campo di ricerca (...).
La spinta a questa pubblicazione risiede in ragioni che, tenendo conto di quanto sinora è stato prodotto, mirano in prospettiva a coprire alcuni vuoti, il principale dei quali riguarda la ricostruzione del volto del Friuli configurato dalla presenza dei beni comunali, da realizzarsi attraverso una mappatura che consenta di seguire nel tempo come si sia pervenuti alle loro condizioni di residualità. Questo sia per la importantissima estensione spaziale delle terre collettive sia per il loro ruolo storico nella vita delle antiche comunità rurali, cui consentivano di attingere a vitali risorse integrative per una sussistenza ovunque e comunque magra e difficile (fino a un paio di secoli fa gran parte delle masse contadine lavorava campi di cui altri erano proprietari), ed anche in quanto questo patrimonio ha costituito una delle fonti del radicamento territoriale e della compattezza del “corpus” sociale delle “ville”, accanto alla propria chiesa (...).
Un ulteriore motivo risiede nel tentativo di far luce, in termini puntuali, sulle modalità con cui questi beni sono andati dissolvendosi nei secoli vicini, ultima decisiva tappa entro un processo di riduzione che si era manifestato già nel corso del medioevo man mano che la rete insediativa assumeva l’assetto moderno (...).
La stesura dell’apparato cartografico cui si è accennato precedentemente sarà però solo il passo conclusivo di un lungo percorso di lavoro che procederà per tappe, di cui la prima è proprio la pubblicazione del presente volume riguardante l’area udinese, che ha l’obiettivo di cominciare a rendere disponibili questi documenti al vasto pubblico e agli specialisti e di garantirne la sopravvivenza in rapporto ai manoscritti originali, il cui stato di conservazione va degradando. Va altresì ribadita l’importanza del loro contenuto, che non è un puro, arido elenco di toponimi, di destinazioni d’uso e di superfici, di nomi e di cronologie: infatti da questi dati è possibile risalire, ed indagare, su altri processi e aspetti di natura socio-economica, demografica, toponomastica e onomastica, linguistica, giuridica, paesistico-territoriale ed ambientale. Tali approfondimenti costituiranno un’ulteriore fase del progetto messo a punto assieme ad Andreina Stefanutti.
Ma che cos’erano esattamente i beni comunali? Si tratta di un istituto noto fin dall’età prelatina, in Italia e non solo, per il quale gli abitanti di una comunità potevano ricorrere collettivamente per le proprie necessità di pascolo, sfalcio, legnatico, raccolta di strame su terreni a ciò deputati – la gamma degli usi possibili era naturalmente correlata alle diverse caratteristiche ambientali locali. È dunque una consuetudine remota, della cui origine, come spesso di posteriori conferme o investiture sovrane, i diretti fruitori avevano perduto la coscienza, al punto da ritenere un tale utilizzo «un diritto che “ab aeterno” la provvidenza aveva loro concesso», come recitano le fonti storiche. E tale incertezza e vacuità delle ragioni giuridiche su cui si fondava il godimento collettivo di questi patrimoni comportò conseguenze pesanti per le popolazioni rurali allorché furono chiamate a esibirne i titoli di piena proprietà, e non furono in grado di farlo: infatti Venezia, diversamente da quanto era avvenuto sotto il dominio patriarcale, nel 1476 avocò a sé (nazionalizzò, diremmo oggi) tutte le terre comuni – designandole con il nuovo termine di “beni comunali” – in tutti i casi in cui esse non fossero risultate in modo inequivoco bene patrimoniale, cioè in piena proprietà (le cosiddette “comugne”, secondo Mor), dei discendenti ed eredi del consorzio delle famiglie originarie di una villa, concedendole però in uso “per grazia” alle medesime comunità, che poterono in tal modo mantenerne in sostanza le modalità di utilizzo consuetudinarie.
La spinta a questo passo venne anche dal fatto che parte rilevante delle terre in questione era costituita da boschi, che rappresentavano, con tutta evidenza, una risorsa vitale per uno stato che fondava la sua potenza sulla flotta (...). Le misure a tutela dell’integrità dei beni comunali, soggetti peraltro a continui usurpi soprattutto da parte della nobiltà, furono a loro volta copiose e minuziose e furono determinate anche da preoccupazioni di natura sociale, come ben si evince dai “Privilegi”, nell’intento di sollevare le condizioni miserrime di esistenza delle masse contadine. Nel corso del XVII secolo ebbero tuttavia il sopravvento le prime, e ben diverse, ragioni ispiratrici della politica veneziana in materia, ossia quelle che legavano l’esigenza della preservazione direttamente al disegno della vendita delle terre di uso collettivo. Il progetto, che era stato inizialmente accantonato per l’opposizione delle comunità rustiche, fu portato a realizzazione quando apparve come la via immediatamente praticabile per far fronte alle gravi difficoltà economiche in cui versava la ormai declinante potenza marittima. Dopo aver proceduto alla sua catasticazione nel 1606, la Serenissima dette risolutamente avvio nel 1646 all’alienazione, e dunque alla dissoluzione di questo immenso patrimonio fondiario (nel 1606 era, nella Patria del Friuli, pari a 149.289 campi “alla trevigiana” di circa 5217 mq ciascuno: ma è certo che la consistenza fosse ben maggiore, perché non furono computati i beni di vari territori, tra cui la Carnia). Il processo si concluse sostanzialmente, tuttavia, solo attorno alla metà del XIX secolo. Va infatti ricordato che, in seguito alla riforma amministrativa napoleonica, vennero istituiti, previa aggregazione di abitati viciniori fino ad allora autonomi (i cosiddetti comuni censuari), gli attuali Comuni, cui furono attribuiti in amministrazione i beni comunali residui dopo le alienazioni disposte da Venezia e gli usurpi verificatisi nel tempo. Per effetto della Patente imperiale del 1839, gli stessi beni furono attribuiti in proprietà ai nuovi enti e l’esigenza di questi ultimi di rimpinguare le magre casse locali portò all’ultima, decisiva ondata di vendite con cui venne meno quasi completamente questo storico patrimonio (...).