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"La Vicìnia"
Avost dal 2014
 
Giovanni e Maria Cristina Strasiotto, durante la presentazione del volume “Storia di Pravisdomini”, domenica 3 agosto 2014 (foto Mario Rigoni)

Le “Edizioni Biblioteca dell’immagine” hanno stampato un’accurata ricerca di Giovanni Strasiotto
PRAVISDOMINI: STORIA DI UN PAESE SOLIDALE
Il volume “Storia di Pravisdomini” è stato presentato nei giorni del “Gran Perdon” e del 130° anniversario della “Cassa Cooperativa di Prestiti”

[L. N.]
Domenica 3 agosto, nel giorno in cui ricorreva il 130° anniversario di fondazione della “Cassa Cooperativa di Prestiti di Pravisdomini” e nel pieno dei festeggiamenti per il “Gran Perdon”, che si svolge ogni 5 anni in onore della Madonna della Salute, la Comunità di Pravisdomini ha ricevuto in dono la “Storia di Pravisdomini”.
Il 36° volume della collana “La nostra storia”, dedicata dalle “Edizioni Biblioteca dell’immagine” ai comuni della regione (www.bibliotecadellimmagine.it - info@bibliotecadellimmagine.it), è stato curato da Giovanni Strasiotto, per 40 anni insegnante e direttore amministrativo di una scuola e per 26 sindaco di Pravisdomini.
Ampio spazio è dedicato dall’opera alle vicende dei Beni collettivi e delle Vicinie che li hanno governati per secoli, consolidando quello spirito solidale, che continua a contraddistinguere ancor oggi le Comunità di Barco, Frattina, Panigai e Pravisdomini.


Nel volume “Storia di Pravisdomini” «ho scritto della Vicinia, delle Comugne/Comunai... e dei Camerari. Non si può scrivere la Storia senza illustrare la Vicinia... È la storia dei nostri avi, parte di noi», ha sottolineato in una lettera al Coordinamento regionale della Proprietà collettiva, Giovanni Strasiotto.
E nel corso della presentazione del volume “Storia di Pravisdomini”, dialogando il 3 agosto con la figlia Maria Cristina, con il sindaco Graziano Campaner, con i presbiteri Ugo Samaritani e Giacomo Tesolin, con il vicario episcopale per la cultura mons. Orioldo Marson e con il presidente della Banca pordenonese di Credito cooperativo, Pietro Roman, ha espresso la convinzione che le Terre comuni e la loro gestione comunitaria, attraverso la Vicinia, sono la radice di quello spirito di solidarietà che da sempre contraddistingue la comunità di Pravisdomini (unitamente alla singolare capacità di accoglienza) e che si è espresso in significative iniziative sociali e in un tessuto associativo ricco e vivace.
La storia di Strasiotto prende le mosse dall’epoca romana e si sofferma su tutte le principali vicende che hanno segnato la vita delle popolazioni di Barco, Frattina, Panigai e Pravisdomini.
Di particolare interesse sono i capitoli dedicati alle due Casse Rurali (la Cassa di Prestiti di Pravisdomini e La Cassa Rurale di Prestiti San Martino di Barco) e alle due guerre mondiali, in cui l’autore espone i frutti più originali del suo appassionato lavoro di ricerca storica.
Alla Vicinia, Giovanni Strasiotto, ha dedicato le seguenti note.

La Vicinia

«L’organizzazione dei villaggi dove non c’era la “corte” del castellano con la sua vita autonoma, quindi anche Pravisdomini, non contava su statuti scritti, ma l’ordinamento civile era retto dalla Vicinia. L’assemblea costituita dai capifamiglia, convocata dal suono della campana sotto un grande albero, normalmente di bagolaro, eleggeva un “meriga” a capo della comunità, coadiuvato da
due “zuradi” e da un “cursore”, una sorta di segretario verbalizzante.
Molte volte si doveva ricorrere a un “notaio” esterno, una persona in grado di stendere un verbale, a volte a sacerdoti-notai. Alla Vicinia potevano partecipare anche le donne (non sempre), se responsabili della conduzione di un fondo. L’assemblea prendeva decisioni sui beni comuni,
quelli ancora presenti nella toponomastica sotto il nome di: comunali, comunai, comugna, comugne. Per prendere parte alla votazione era necessario risiedere nel luogo da almeno quindici anni: c’era la paura del “foresto”. La Vicinia fissava le norme di cattura degli animali selvatici, della raccolta di frutti di bosco, legna, miele selvatico, funghi. Stabiliva l’esecuzione di particolari lavori, quale l’erezione di arginature, scavo di fossati, manutenzione delle palizzate e i giorni per l’inizio e la fine del pascolo. La data del 25 aprile quale termine di pascolo per le greggi, valida ancora oggi, risale alle regole di quel tempo. C’erano poi casi bisognosi di un minimo di solidarietà: il “cason” che prende fuoco, la vedova con tanti figli a carico o altro. I vicini erano chiamati i “comunisti del comun”. La votazione avveniva per ballottaggio: ogni capofamiglia aveva a disposizione due palline da introdurre in un bossolo o in un sacchetto, quella bianca per dare il proprio assenso alle proposte emerse dalla discussione e quella nera, o colorata, per esprimere il proprio dissenso.
La Repubblica di Venezia imponeva agli amministratori del comune rurale di: riscuotere le tasse;
eseguire lavori di manutenzione a strade e pianconi (tavoloni per superare i corsi d’acqua); sistemare dei rastrelli (sbarramenti stradali) in caso di malattie contagiose; denunciare ogni fatto criminale e qualsiasi danno capitato nei campi; giudicare in prima istanza su danni e furti; segnalare gli uomini adatti alle armi; acquistare e distribuire il sale. Gli amministratori appena eletti dovevano prestare giuramento secondo una lunga formula.
Un documento della metà del Settecento riporta alcune decisioni prese per ballottaggio, tutte all’unanimità, dalla Vicinia di Pravisdomini, convocata nel sagrato della chiesa San Vitale di Annone. La Vicinia, in riunione separata, convocata con un diverso suono della campana,
eleggeva uno o due “camerari” per amministrare i beni della chiesa, i lasciti. Acquistava l’abito talare (da indossare solo in chiesa) per il parroco o curato, privo di autorità per tutto quanto era inerente all’amministrazione; si occupava di arredi sacri, acquisti di altari, esecuzione di affreschi o di quadri, incasso degli affitti, imbiancature a seguito di epidemie (con la scomparsa di pregevoli pitture murali)».

(…)

«Ogni famiglia riceveva in assegnazione un “maso” o “manso”, cioè un podere sufficiente a sfamarla, ma doveva corrispondere un affitto oneroso in prodotti della terra, indipendentemente, come si è detto, dalla quantità del raccolto. Il manso in origine era l’unità fondamentale della proprietà immobiliare; secondo alcuni studiosi, esso corrispondeva esattamente a un quarto di centuria: dodici ettari e mezzo, che però non erano tutti coltivabili, per la presenza di porzioni a bosco, a prato e zone soggette ad allagamento. In seguito, con il termine “manso”, sarà indicato il podere che può lavorare una famiglia di coloni o “massari” e la superficie può variare da un minimo di venticinque campi friulani (8,6 ettari) a un massimo di trentacinque campi (11,556 ettari).
In località Coare c’è un podere denominato “masut”, quindi piccolo maso: un breve tratto di strada di accesso è stato denominato “via del Masut”».

dal Capitolo II di “Storia di Pravisdomini” (pagine 17-19)