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"La Vicìnia"
Lui dal 2014
 
Il palazzo della Giunta regionale, in piazza dell’Unità d’Italia, a Trieste (foto tratta dal sito: www.protezionecivile.fvg.it)

Il municipio di San Giorgio di Nogaro (Ud)
Un’antica sentenza a confronto con una contemporanea deriva pericolosa
L’IMPRESCRITTIBILE DIRITTO DI PROPRIETà DELLE FRAZIONI
«I beni demaniali hanno la destinazione di servire ai bisogni di una serie infinita di generazioni»

[L. N.]
«Il Commissario, udite le parti nelle loro conclusioni, respinta ogni contraria istanza, eccezione e deduzione, dichiara che i sottoindicati terreni... costituiscono beni demaniali di appartenenza delle Frazioni per le quali sono intestati e sottostanno al riordinamento prescritto dalla Legge sugli Usi civici 16.6.1927 n. 1776».

È datata «6 dicembre 1932 anno XI° E. F.» (Era Fascista, ndr.) la sentenza del Commissario regionale agli Usi civici per la Venezia Giulia, l’Alto Veneto e per la provincia di Zara da cui è tratta l’inequivocabile conclusione citata.
Il giudice speciale di allora (probabilmente il dottor Silvio De Milost, stando alle informazioni che siamo riusciti a raccogliere) aveva intentato «di ufficio e nell’interesse della personalità degli abitanti delle Frazioni di S. Giorgio di Nogaro, Villanova, Carlino e S. Gervasio» una causa contro il Comune di San Giorgio di Nogaro (guidato dal podestà Archimede Taverna), poiché si ostinava a considerare «tutte le terre accatastate a sua ditta per le rispettive sue frazioni» come «patrimonio comunale liberamente disponibile» ed era perfino riuscito a dissuadere i Frazionisti (definiti dal dispositivo con l’antica denominazione di “Comunisti”) dal difendere i propri diritti imprescrittibili.
A riguardo di tale situazione paradossale, il coraggioso Commissario, commentava: «il Comune non era autorizzato a cambiare di propria iniziativa la causa del suo possesso (art. 2118 del cod. civ. patrio e parag. 319 del Cod. civ. austriaco) né una rinuncia degli utenti stessi, in qualunque tempo e sotto qualsiasi forma fosse avvenuta, avrebbe potuto fornire valido titolo per il trapasso della proprietà al Comune, poiché i beni demaniali hanno la destinazione di servire ai bisogni di una serie infinita di generazioni e non quello di arrecare vantaggi transitori agli abitanti di un dato momento».
Perché rinverdire l’antica vicenda?
E perché riproporre integralmente la storica sentenza del giudice De Milost?
Perché gli alti valori civici che ispirano l’intervento del 1932, pur formulato nel bel mezzo della dittatura fascista, sembrano fare a pugni con alcuni recenti pronunciamenti, partoriti nel palazzo di Piazza Unità d’Italia 1 di Trieste ove hanno attualmente sede sia il Commissariato regionale agli usi civici sia la Giunta regionale del Friuli-V. G.
«Non rientra tra le competenze del Commissario agli usi civici dichiarare quale sia il soggetto titolare della proprietà dei beni ricompresi in ambito comunale», si legge in quella stessa lettera, inviata dal giudice Oliviero Drigani al sindaco di Mereto di Tomba, nella quale si afferma pure che i «beni civici frazionali», di cui parla la legge 278/1957 (varata dal parlamento repubblicano per istituire gli organi democratici di autogoverno delle Proprietà collettive di diritto pubblico), non vanno confusi con «i beni di uso civico di cui alla L. n. 1766/’27».
Quanto ai cosiddetti “usi civici” (oggetto della legge del 1927, tuttora in vigore, e di cui si faceva fedele interprete il giudice Silvio De Milost), secondo un autorevole esponente del governo regionale dei giorni nostri, essi si differenzierebbero dal «diritto di proprietà collettiva, inalienabile, indivisibile e inusucapibile» in quanto – a suo dire – sarebbero soltanto «un diritto di godimento in varie forme (caccia, pascolo, legnatico, semina) spettanti a quanti vivono nel territorio di una determinata collettività, su terreni di proprietà comunale o anche di terzi, non scaturente da una legge formale ma radicato nella prassi collettiva» (cfr. Generalità n. 717 Estratto del processo verbale della seduta dell’11 aprile 2014).

N. Reg. 5/32 Pos. FU 26/25
In nome di sua maestà Vittorio Emanuele Terzo
Per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d’Italia
Il R. Commissario regionale per la liquidazione degli usi civici per la Venezia Giulia, l’Alto Veneto e per la provincia di Zara, con sede in Trieste, ha pronunziato la seguente
SENTENZA
Nella causa promossa di ufficio e nell’interesse della personalità degli abitanti delle frazioni di S. Giorgio di Nogaro, Villanova, Carlino e S. Gervasio, tutte del comune di S. Giorgio di Nogaro, rappresentate dai Sigg. Coz Gio Batta fu Enrico, in Carlino, Cristofoli Cav. Achille fu Angelo, in S. Giorgio Nog., di Montegnacco conte Guglielmo in Villanova e Runcio Rodolfo fu Giovanni in S. Giorgio Nog., tutti membri della speciale Commissione costituita dalla Giunta Provinciale Amm.va di Udine, con provvedimento del 9 aprile 1932 A. X.mo N. 10051/111 contro il Comune di S. Giorgio di Nogaro, convenuto, rappresentato dal Podestà Sig. Taverna Archimede col procuratore e domiciliatario avv. Dott. Nimis Giuseppe in Udine, legittimato con mandato speciale in data Udine 5/7/1932:
OGGETTO
Riconoscimento della demanialità dei terreni accatastati al Comune di S. Giorgio di Nog. per sue frazioni. Le parti prendevano conclusioni: Per il Comune convenuto nella comparsa presentata all’udienza del 6 luglio 1932: Pregiudizialmente: dichiararsi improcedibile la citazione 16/6/1932 rep. Martin introduttiva di questo giudizio. Subordinatamente e salvo gravame: In merito: dichiararsi che i terreni indicati in citazione allibrati in catasto al Comune di S. Giorgio di Nogaro per le rispettive frazioni di S. Giorgio di Nog., Villanova, Carlino e S. Gervasio sono beni patrimoniali del Comune che non sono soggetti presentemente, né risulta in alcun modo siano stati per il passato, ad usi civici di qualsiasi genere. In via istruttoria: sospendersi il giudizio sul merito ed ammettersi il Comune a provare per testi le seguenti circostanze notorie
1) È verità che i beni immobili di proprietà del Comune di S. Giorgio di Nog. per le singole frazioni di S. Giorgio di Nogaro, Villanova, Carlino e S. Gervasio, di cui la citazione per accertamento del Sig. Commissario Usi C. sono terreni boschivi non destinati ad uso pubblico, che i Comuni a memoria d’uomo e per universale notizia, hanno goduto pienamente e liberamente senza che mai siasi sentito far cenno (men che reclamato) di usi civici di qualsiasi natura a favore di determinata classe e degli abitanti tutti del Comune o di singola frazione: 2) È verità che il godimento avveniva direttamente per Comune, con devoluzione delle rendite a integrazione del bilancio comunale. 3) È verità che durante la guerra nel Palazzo Comunale di S. Giorgio di Nog. ebbe a funzionare la Università Castrense, e che durante la invasione nemica (ottobre 1917-novembre 1918) il palazzo del Comune fu completamente vuotato e danneggiato, di tal che alla liberazione non vennero rinvenuti né documenti, né contratti del Comune di S. Giorgio di Nogaro e sue frazioni. I rappresentanti delle frazioni si associavano alla suddetta udienza del 6 luglio 1932, alle conclusioni del Comune convenuto dichiarando però il Sig. Giovanni Coz della frazione di Carlino che i beni inscritti in catasto al nome del Comune di S. Giorgio di Nogaro per la frazione di Carlino dovessero restare anche in avvenire beni della frazione stessa. All’udienza di spedizione del 19 settembre 1932, nessuno è comparso in rappresentanza delle frazioni, mentre il patrono del convenuto si riportava alle conclusioni rese nella precedente udienza.
IN FATTO
Il Comune di S. Giorgio di Nog., in provincia di Udine, è attualmente composto delle seguenti quattro frazioni: frazione di S. Giorgio di Nogaro, con Portonogaro, Zellina, Torre di Zuino e Malisana; frazione di Villanova con Chiarisacco e Zuccola; frazione di Carlino e frazione di S. Gervasio. Entro il territorio del Comune esistono complessivamente ettari 176,36.C di terreni accatastati al Comune di S. Giorgio di Nogaro per le rispettive frazioni. Fra questi vi sono ettari 7.95.20 che costituiscono beni aventi la definitiva destinazione di servire ad uso pubblico come strade, piazze, edifici e simili; mentre ettari 168.40.80 sono formati dai terreni in prevalenza boschivi iscritti in catasto come segue: Per la frazione di S. Giorgio di Nogaro: i mappali N.1 657=658 “Pralungo”; 1212 bosco “Galbi”; 1310a. bosco “Boscat” in censuario di S. Giorgio di Nogaro, ettari 11.35.90; Per la frazione di Villanova, in Censuario di Chiarisacco, i mappali N. 1 905 bosco “Simona” 908=705 bosco “Ronch di Sass” estensione ettari 37.67.90. Per la frazione di Carlino in Censuario di Carlino, i mappali N. 333a. Bosco “Coda Coluna”. 323 bosco “Paluduz”. 348 bosco “Venchiarats prima”. 318d. Bosco “Venchiarata seconda”. 317 bosco “Bolderate”. 318 a bosco “Pra Quaino”. 286 prato paludivo detto “Cesso”. 777 boschetta detto “Cesso Casone”. 481 palude detta “Busatta Savalona”. 858b 859=561 bosco detto “Ortus”. 595 bosco “Bocon” 924B. palude “Cesso del Rovere”. 396 bosco “La Oltre” estensione ettari 56.81.70.
Per la frazione di S. Gervasio, in Censuario di S. Gervasio, i mappali N. 188 bosco “Lama Zuliana” 191-192a. Bosco e prato cespugliato, detto “Muzzanella” 381 palude della “laguna”. 311 Prato detto “delle saline”. 187 c.187 d.203 bosco “Bando”: estensione ettari 62.55.30. Fino ancora nell’anno 1811 le frazioni di S. Giorgio di Nog., Carlino e S. Gervasio avevano costituito comuni a sé; la frazione di Villanova, assieme a Zuccola faceva parte di Chiarisacco, in allora pure comune autonomo. Tutti questi comuni possedevano beni propri che nel catasto napoleonico (1811), risultavano iscritti rispettivamente alla “Communità di S. Giorgio di Nogaro”, al “comune di Chiarisacco con Zuccola e Villanova”, al “comune di Carlino”, al “comune di S. Gervasio”. Fra i beni così intestati figuravano già in quel tempo tutti i terreni sopraspecificati ora iscritti al nome del comune del capoluogo per la rispettiva frazione tranne i mappali 187 c. - 187 d. - 203, costituenti il cosiddetto “bando” in censuario di S. Gervasio, i quali furono appena nel gennaio del 1824 accolti tra i beni allibrati per la frazione di S. Gervasio, in sostituzione del mappale n. 186 (fondo denominato Comugnis) che è stato ceduto con l’approvazione dell’autorità tutoria, a ditta privata in via di permuta col suddetto bosco Baldo. Nell’anno 1823 è avvenuta l’aggregazione della Villa di Chiarisacco, Villanova e Zuccola, al Comune di S. Giorgio di N. e della Villa di S. Gervasio al Comune di Carlino. All’atto della formazione del vigente catasto (1844-1846) i relativi beni furono allibrati al nome dei capoluoghi con l’indicazione delle Ville cui essi spettavano. Con R. D. 11 marzo 1928 n. 543 anche il comune di Carlino fu aggregato assieme alla sua frazione di S. Gervasio al Comune di S. Giorgio di Nogaro. Da ciò l’attuale intestazione dei terreni più sopra indicati. Tutti questi terreni sono compresi nel perimetro di bonifica della Bassa Friulana, rispettivamente delle bonifiche Saline e Planais, tranne il mappale 203 in censuario di S. Gervasio (ettari 1.11.50). Quanto precede è emerso dall’istruttoria avviata di ufficio dal Commissario regionale ed è rimasto pacifico in causa. Le ricerche esperite dall’incaricato ing. Olindo Pez per accertare la provenienza dei terreni non approdarono a risultati positivi. Tutti i documenti che si trovarono nell’archivio comunale, compresi quelli relativi al patrimonio terriero del comune e delle sue frazioni, andarono distrutti durante l’invasione nemica (ottobre 1917-novembre 1918) Il comune di S. Giorgio di Nogaro ha affermato che tutte le terre accatastate a sua ditta per le rispettive sue frazioni costituiscono patrimonio comunale liberamente disponibile, da esso sempre liberamente goduto, senza che mai fossero stati sulle stesse esercitati o vantati diritti di godimento di qualsiasi specie da parte di determinate classi di abitanti o degli abitanti tutti del comune o di singole frazioni. Analoga dichiarazione era stata fatta in data 10 marzo 1928 n. 460 del Podestà dell’ex comune di Carlino rispetto ai beni già adesso allibrati per le sue frazioni di allora (Carlino e S. Gervasio). Nella detta lettera si dichiara che «la provenienza deriva da antico possesso». Nell’inventario dei beni immobili, dimesso in copia, vi è l’indicazione che il comune ha sugli stessi «il dominio relativo». L’attuale Podestà di S. Giorgio di N. mantenne anche nei riguardi di queste due frazioni la contestazione della demanialità. Il Commissario regionale, avendo ravvisata l’esistenza di opposizioni di interessi tra il Comune e la generalità degli abitanti delle sue frazioni, provvide alla norma della speciale rappresentazione dei comuni di cui all’art. 75 del R. D. 26 febbraio 1918 n. 332, ed avviò d’ufficio il procedimento contenzioso per accertare la natura giuridica dei terreni in contestazione citando con atto 6 giugno 1932 n. 497 dinanzi a sé il Comune e le frazioni per sentir dichiarare che i terreni sopra descritti, designati con i numeri mappali e con le loro denominazioni, allibrati in catasto a ditta del Comune per le rispettive sue frazioni di S. Giorgio di Nogaro, Villanova, Carlino e S. Gervasio, costituiscono beni demaniali per le singole rispettive frazioni, sottostanti all’applicazione della legge sugli usi civici 16 giugno 1927 n. 1766. All’udienza del 6 luglio 1932 il Comune prendeva le conclusioni sopra riportate e la rappresentanza dei comunisti si associava alle conclusioni stesse. All’udienza del 17 settembre successivo comparve solo il patrono del Comune che rinnovò le surriferite conclusioni, e la causa fu spedita a sentenza in assenza dei rappresentanti dei comunisti. In merito alle spese non furono avanzate richieste.
DIRITTO
Il convenuto Comune ha sollevato l’eccezione della improcedibilità dell’azione perché è stata omessa la dichiarazione degli usi prescritta dall’art. 3 della legge sugli usi civici 16 gennaio 1927 n. 1766 e perché è mancata pure la tempestiva emanazione e pubblicazione di un decreto di nomina di istruttore ai sensi e per gli effetti dell’art. 3 del Regolamento per l’applicazione della legge suddetta, approvata con R. D. Del 26 febbraio 1928 n. 332. Tale eccezione è però priva di fondamento non trattandosi della specie di diritti civici pretesi su terre di privata proprietà, per cui è comminata la decadenza se tali diritti non si trovavano in esercizio e non sono stati dichiarati entro il termine di 6 mesi dalla pubblicazione della legge, ma di terre di originario dominio della popolazione le quali, anche nella inesistenza dell’esercizio degli usi civici non possono perder la loro qualità pubblica per effetto della mancata dichiarazione, perché a tenore dell’art. 2 del surricordato regolamento, la indicazione delle terre comuni o demani comunali ai fini dell’art. 3 della legge, non è obbligatoria ma solo facoltativa. Passando al merito, giova anzitutto porre in rilievo che il Comune convenuto non è in grado di indicare la provenienza delle terre in contestazione. Le quattro frazioni di cui oggi si tratta costituivano ancora prima dell’impianto del catasto napoleonico comuni a sé, distinti topograficamente e con proprio patrimonio originario esattamente identificato nella sua consistenza. In seguito a successivi regolari atti di alienazione e di donazione in enfiteusi perpetua, sono rimasti in possesso delle singole frazioni, oltre ai beni di uso pubblico, solo i terreni di cui è questione. È quindi da risolvere il quesito se i detti terreni rientrano fra quelli contemplati dall’art. 1 della legge sugli usi civici. La risposta a questo quesito non può essere che affermativa. Risulta accertato che si tratta di terre possedute dalle frazioni da epoca anteriore alla formazione del catasto napoleonico: ma è anche storicamente dimostrato che le stesse costituivano già molto prima di allora terre di uso civico destinate al godimento dei cittadini. Intorno all’anno mille il Friuli sottostava alla Signoria dei Patriarchi di Aquileia. Al tempo del Patriarca Rodoaldo (+ nel 943) che risiedeva a Cividale il loro dominio si estendeva ad oriente fino al torrente Torre e le ville ora costituenti le quattro frazioni di S. Giorgio di N. erano quindi ente il detto territorio: tant’è che le ville di S. Giorgio e di Carlino figuravano tra quelle che sotto il patriarcato di Popone, il ricostruttore della basilica di Aquileia 1031, dovevano sopperire al mantenimento dei 50 canonici della Basilica. Subentrata ai patriarchi la Serenissima (1420) la Repubblica affermò il suo pieno dominio su tutti i beni di terraferma perché appartenenti alla sua signoria, ma avendo accertata la preesistenza di terreni, boschi e pascoli posseduti dai comuni e dalle ville sui quali i cittadini esercitavano collettivamente gli usi del pascolo e del legnatico, ordinò che questi beni fossero lasciati «per uso e godimento dei poveri comuni» e dispose con decreto in PREGADI 26/6/1557 che i detti beni «debbano da tutti gli uomini del Comune essere ugualmente goduti». (Opera di Agostino Spinotti - Privilegi della Carnia - Venezia 1740).
Per i boschi in particolare la Repubblica adottando lo stesso sistema aveva dettato norme per la loro conservazione lasciando liberi il loro godimento per la popolazione, fatta eccezione per i boschi “Banditi” i quali dovevano restare riservati per l’uso dell’arsenale. I boschi della Carnia restavano liberi per gli usi e bisogni di quel popolo: così ordinava la liberazione 1 ottobre 1621.
Questi privilegi furono ripetutamente rinnovati ed estesi a tutto il Friuli tanto nei riguardi dei boschi posti in montagna e di quelli in pianura (decreti 25 del febbraio 1698 - 5/7/1734 op. cit. pagg 236 e 239).
I surricordati diritti di godimento, che risalivano certamente a tempi anteriori all’epoca feudale, furono mantenuti inalterati fino alla caduta della Repubblica. Con gli ordinamenti francesi si formarono nuovi Comuni con la riunione di ville, ma le singole comunità aggregate conservarono i loro patrimoni con bilanci distinti per ciascuna villa (legge 24/7/1803) Bollettino delle leggi del Regno d’Italia e decreto 18/9/1808 - Bollettino stesso: art. 1 e 2. Risulta dal catasto del 1811 che tutte le ville costituenti oggi il Comune di S. Giorgio ebbero iscritto a proprio nome i beni di loro appartenenza. Fu fatta eccezione per i villaggi di Portonogaro e Zellina, già allora riuniti al Comune di S. Giorgio, i quali non avevano un proprio patrimonio nettamente distinto da quello del capoluogo con il quale si saranno trovati in promiscuità di godimento e questa deve essere stata la ragione per cui i terreni furono intestati non a ditta della villa di S. Giorgio ma a quella della comunità di S. Giorgio di Nogaro. Da quanto sopra esposto risulta storicamente provato che i terreni ora controversi costituivano l’antico possesso delle singole frazioni sul quale la popolazione aveva, almeno fino alla fine del 1800, esercitati diritti di collettivo godimento. Non è dato stabilire quale precisamente e per quali ragioni l’esercizio sia venuto a cessare. È un fatto notorio, emerso anche da altre istruttorie avviate dal Commissario regionale, dirette ad accertare l’esistenza di terre demaniali in diversi comuni dell’alto Veneto che nei paesi di montagna, ove le terre sono incapaci di sostanziali miglioramenti e di coltivazione, gli usi esercitati dalle popolazioni sono conservati nelle loro forme primitive, mentre invece nelle regioni della pianura ove invece i terreni sono suscettibili di cultura intensiva e possono trovare facilmente acquirenti affittuari, è talvolta avvenuto che i comuni cercassero di restringere l’uso civico degli abitanti fino a dichiararlo concessione temporanea se non addirittura farlo sparire del tutto, assorbendo le terre da esso aggravate, nel patrimonio comunale. Nella specie conviene ritenere che qualcosa di consimile si sia avverato nei riguardi dei terreni di cui trattasi. La cessazione però dell’esercizio degli usi, per qualsiasi ragione fosse essa avvenuta, non poteva per sé sola togliere ai terreni la loro qualità demaniale, perché i diritti delle popolazioni sulle terre di loro originaria appartenenza destinate a sopperire ai bisogni di vita anche delle future generazioni, sono per la loro natura inalienabili ed imprescrittibili. Ciò stante e poiché rispetto ai terreni controversi nessun cambiamento della economia agraria è intervenuto, sì da escludere per sempre l’esercizio degli usi, i terreni stessi hanno conservato la loro natura di beni di uso civico e vanno pertanto reintegrati ai rispettivi demani frazionali. Il Comune non è stato in grado di fornire neppure ombra di prova atta a dimostrare che le terre in contesto sono passate per titolo di privato acquisto in sua proprietà, rispettivamente in proprietà degli ex comuni autonomi, ora frazioni del Comune impetito. Si osserva al riguardo che le indicazioni catastali alle quali il Comune ha fatto richiamo (comune di S. Giorgio di N. per la frazione…) oltre a non essere tributive di diritti, stanno, nella specie a dimostrare che i terreni dovranno restare riservati alla rispettiva comunità. L’art. 15 del testo unico 14/9/1931 n. 1175 sulla finanza locale invocato dalla parte convenuta dispone che nulla è innovato per quanto concerne i terreni soggetti a usi civici, alle disposizioni della legge 16/6/1927 n. 1766. Ne viene di conseguenza che nessuna prova della patrimonialità dei beni controversi può essere data dal fatto che gli stessi sono stati dal comune accolti nell’inventario dei beni patrimoniali immobili di cui all’art. 177 della legge comunale e provinciale. Quanto ai beni poi di uso pubblico e cioè le strade, le piazze e tutti i beni destinati al pubblico servizio, già di appartenenza dei rispettivi ex comuni, ora frazioni, essi sono sottratti alla applicazione della legge sugli usi civici e non formano pertanto oggetto della presente controversia. Nei riguardi degli altri terreni, rimasti in contestazione, si può senz’altro ammettere che il Comune li abbia per molti decenni amministrati e goduti come suo libero patrimonio. Ma questi atti di utilizzazione non valgono, dato il surricordato principio della imprescrittibilità dei diritti civici, a costituire il titolo di acquisto del diritto di proprietà. Poiché il Comune non era autorizzato a cambiare di propria iniziativa la causa del suo possesso (art. 2118 del cod. civ. e patrio e parag. 319 del Cod. civ. austriaco) né una rinuncia degli utenti stessi, in qualunque tempo e sotto qualsiasi forma fosse avvenuta, avrebbe potuto fornire valido titolo per il trapasso della proprietà al Comune, poiché i beni demaniali hanno la destinazione di servire ai bisogni di una serie infinita di generazioni e non quello di arrecare vantaggi transitori agli abitanti di un dato momento. Il Comune convenuto si è anche trincerato dietro l’eccezione di essere impossibilitato di portare documenti dimostranti la patrimonialità dei territori in contesto, essendo andato distrutto l’intero archivio comunale. Non per questo fatto però l’onere della prova della demanialità dei terreni può essere addossato alle frazioni. Comunque tale prova è tuttavia da ritenersi raggiunta sulla base di quanto sopra esposto ed è inoltre avvalorata dalla circostanza che anche in molti altri comuni del Friuli già sottostanti al dominio veneto, è stata accertata l’esistenza di terre di uso civico lasciate dalla Serenissima in godimento ed uso degli abitanti. Basti accennare al fatto che entro il territorio del Comune di Palazzolo dello Stella, distante circa dieci chilometri da quello di S. Giorgio, esistono terreni che erano stati concessi per l’uso del pascolo e del legnatico agli abitanti della villa di Palazzolo, rispettivamente a quelli dell’ex comune di Piancada, ora frazione di Palazzolo dello Stella. Fanno prova di questa concessione i decreti dei Provveditori sopra i beni comunali di terraferma in data 4/9/1610 e 19/9/1768 custoditi in originale presso il regio archivio di stato di Venezia n. 287 carta 544, rispettivamente sub “Rinnovazione delle investiture” vol. I° 612. È da ritenersi quindi che nella stessa condizione si trovavano anche i beni di cui oggi si discute, tant’è che nel catasto del 1811 la villa di S. Gervasio ora frazione di S. Giorgio, è designata come «aggregata di Palazzolo». Va inoltre notato che entro il territorio dello stesso comune di S. Giorgio, in censuario di S. Gervasio, esisteva il bosco mappale n. 186, avente l’estensione di ettari 27.09.98, denominato “Comugnis” il quale bosco fu poi permutato col complesso boschivo chiamato “Bando” distinto in mappa di S. Gervasio coi mappali n. 187 c. - 187 d. - 203. La denominazione “Comugnis” denota precisamente la destinazione originaria che aveva il bosco mappale n. 186 di servire ai bisogni comuni degli abitanti, mentre il nome di “Bando” attribuito ai beni boschivi 187 c. 187 d. 203 voleva forse designare uno di quei boschi che la Serenissima nelle diverse investiture voleva riservare per il proprio arsenale di Venezia (Boschi Banditi). Già tutto considerato conviene concludere che tutti i terreni controversi sono beni demaniali di originaria appartenenza delle frazioni per le quali figurano iscritti in catasto, tranne quelli distinti in mappa di S. Gervasio coi numeri 187c. 187d. 203 costituenti il bosco denominato “Baldo” di cui si fece sopra menzione i quali vanno pure compresi tra le terre di uso civico della frazione di S. Gervasio essendo a questa pervenuti come già accennato in via di permuta del bosco “Comugnis” mappale n. 186 già facente parte delle originarie terre demaniali dell’anzidetta frazione. I rappresentanti delle frazioni però non solo non hanno contestato in causa l’assunto del Comune, ma si sono associati alle sue conclusioni, dirette a far dichiarare che le terre controverse costituiscono beni patrimoniali del Comune liberamente disponibili: ma questa sottomissione alla tesi avversaria non poteva vincolare il Commissario giudicante il quale è intervenuto ai termini dell’art. 29 comma 2 della legge 16/6/1927 n. 1766 d’ufficio per dichiarare e determinare la natura giuridica dei terreni formanti l’oggetto della lite. Visto non ostare alla definizione della presente controversia la circostanza che tutti i suddetti terreni sono situati in territorio di bonifica, perché in esito alla decisione definitiva della presente causa che è pregiudiziale, il Commissario sarà chiamato ad eseguire rispetto alle terre dichiarate demaniali quelle operazioni di riordinamento che gli sono riservate dall’art.1 della legge 16/3/1931 n. 277. Ritenuto inconferendi le prove testimoniali: Visto che nulla fu chiesto per spese Il Commissario udite le parti nelle loro conclusioni, respinta ogni contraria istanza, eccezione e deduzione
DICHIARA
che i sottoindicati terreni, iscritti in catasto a ditta del Comune di S. Giorgio di N. per le sue frazioni e cioè: Per la frazione di S. Giorgio di N. I numeri mappali 657 – 658 – 1212 – 1310a – 1302 in censuario di S. Giorgio di N. della estensione complessiva di ettari 11.35.90. Per la frazione di Villanova in censuario di Chiarisacco, i mappali 905 bosco “Simona” 908 e 1705 bosco “Ronch di Sass” della estensione complessiva di ettari 37.67.90.
Per la frazione di Carlino i mappali n. 333a - 323 - 348d - 317 b - 318a - 286 -777 - 481 - 858b - 859 - 561 - 595 - 924b - 396 in censuario di Carlino della estensione complessiva di ettari 56.81.70. Per la frazione di S. Gervasio i mappali n. 188 - 191 - 192a - 381 - 311 - 187c - 187d - 203 in censuario di S. Gervasio della estensione complessiva di ettari 62.55.30.
In totale ettari 168.40.80
COSTITUISCONO BENI DEMANIALI DI APPARTENENZA DELLE FRAZIONI PER LE QUALI SONO INTESTATI E SOTTOSTANNO AL RIORDINAMENTO PRESCRITTO DALLA LEGGE SUGLI USI CIVICI 16/6/1927 N. 1776.
Nulla per le spese.
Così deciso in Trieste, addì sei dicembre 1932 anno XI° E. F.

Il Commissario regionale degli Usi Civici