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"La Vicìnia"
Lui dal 2014
 
L’ultima edizione del drammatico saggio di Tina Merlin “Sulla pelle viva” (Cierre edizioni, 1997 - www.cierrenet.it)

Il logo della mostra curata dalla Soprintendenza friulana
Il potere come arbitrio genera mostri
ANCHE IL MARTIRIO DEL VAJONT è COMINCIATO CON L’AGGRESSIONE AI BENI COLLETTIVI
Le denunce di Tina Merlin e di Marco Paolini. La testimonianza di una preziosa mostra

[L. N.]
«Ecco, “Sulla pelle viva” è proprio questo: un libro sul potere come arbitrio e sui mostri che può generare… L’arroganza di troppi poteri forti. L’assenza di controlli. La ricerca del profitto a tutti i costi. La complicità di tanti organi dello Stato. I silenzi della stampa. L’umiliazione dei semplici. La ricerca vana di una giustizia. Il crollo della fiducia in una repubblica dei giusti», con queste parole, nel 1993, il giornalista Giampaolo Pansa presentava la seconda edizione del libro di Tina Merlin “Sulla pelle viva” (www.cierrenet.it - edizioni@cierrenet.it).
Quell’opera, arrivata a quattro edizioni e 10 ristampe, e la sua valorosa autrice hanno ottenuto la meritata consacrazione grazie all’orazione civile di Marco Paolini, “Il racconto del Vajont”, telestrasmessa nel 2013 e poi diffusa con ogni mezzo (www.youtube.com/watch?v=JGt5VV7Jh6c).
Fin dalla loro prima uscita, il testo della giornalista bellunese e lo spettacolo teatrale di Paolini hanno sottolineato come l’espropriazione e la distruzione del patrimonio collettivo delle Comunità di Erto e Casso rappresentano il prologo sinistro della tragedia, culminata con la frana dell’8 ottobre 1963, e rivelano la spregiudicatezza e lo spregio di ogni norma e rispetto praticati, fin dal 1949, dalla società idroelettrica “Sade” per perseguire i propri obiettivi e i propri profitti.
Sulle drammatiche vicende di Erto e Casso sta richiamando l’attenzione anche la mostra “Vajont Paesaggio ed architettura a cinquant’anni dal disastro”, allestita dalla Soprintendenza di Udine, nella sua sede di via Zanon, fino al prossimo ottobre.


Perché proporre queste testimonianze a oltre 50 anni dalla tragedia?
Perché proprio dalle pagine di questo sito?
Perché, ancor oggi, il patrimonio collettivo superstite di Erto e Casso (come purtroppo quello di tanta parte del territorio friulano) non è tutelato adeguatamente e le Comunità proprietarie non possono esercitarvi autonomamente e liberamente i propri secolari diritti.
Nel Comune della provincia di Pordenone, attraversato dal torrente Vajont, infatti, le operazioni di accertamento dei Beni civici sono qualificate dal Commissario agli Usi civici di Trieste, Oliviero Drigani, come ancora «Non definite».

La testimonianza della mostra
“Vajont Paesaggio ed architettura a cinquant’anni dal disastro”

Curata dalla Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici del Friuli-V. G., la mostra itinerante ”Vajont Paesaggio ed architettura a cinquant’anni dal disastro” potrà essere visitata fino ad ottobre, in via Zanon 20, a Udine.
Nel VI pannello, intitolato “Il paesaggio nella storia”, compaiono i riferimenti più espliciti ai Beni collettivi, che hanno consentito per secoli la sussistenza delle Comunità di Erto e Casso.
Si fa cenno alle mappe predisposte dai “Provveditori sopra beni comunali” di Venezia, all’organizzazione vicinale e ai «criteri ordinatori degli spazi territoriali delle comunità» (i borghi rurali, le aree coltivate della “tavella”, i prati, i boschi e le aree riservate al pascolo).
«Nei loro tratti distintivi – affermano le didascalie del pannello – questi elementi costituiscono alcuni dei caratteri originari del paesaggio agrario di Erto e Casso, di lunghissimo periodo, invidivuabili ancora per buona parte dell’800. Nelle inchieste dei funzionari del Censo, alla fine degli anni 20, solamente il 2% della superficie complessiva di Erto risultava destinata a seminativi, coltivati a zappa, mentre il 4% era occupata da prati e il 12% da pascoli. Oltre il 46% del territorio comunale era costituito da boschi “comunali” (Toch, Ranz, Vajont, Val, Pineta, Certen, Le Fratte, ecc.) con una accentuata presenza delle specie resinose (abeti e larici), dislocati soprattutto lungo la sponda destra del Vajont, sul monte Toch, e in genere fino alla sommità dei monti».
Ma anche altri pannelli sottolineano il ruolo svolto dalla qualità e dalla quantità dei boschi collettivi di interesse economico che, oltre a costituire «un elemento dominante del paesaggi agrario», rivestivano «un ruolo essenziale nell’economia e nella vita materiale delle popolazioni valligiane di Erto e Casso, le cui vicende storiche risultano strettamente legate allo sfruttamento del patrimonio boschivo (come sottolinea anche il pannello “L’evoluzione dell’economia rurale”, che illustra accanto all’attività pastorale la pratica del commercio ambulante dell’artigianato in legno).
L’intera mostra è visitabile virtualmente anche sulla rete internet al sito: http://paesaggioarchitettura.altervista.org/.
Dopo gli allestimenti in diversi centri friulani, attualmente l’esposizione è allestita presso gli uffici della Soprintendenza di via Zanon, a Udine, ove resterà aperta fino al prossimo mese di ottobre (orari: dalle 9 alle 15, tutti i giorni eccetto sabato e domenica). Per informazioni: 0432 504559.

La denuncia di Tina Merlin

La giunta comunale «il 5 ottobre 1948 prende in esame la domanda della SADE presentata nell’agosto, la stima del geometra, e delibera «di procedere alla vendita dei terreni situati in “Val Vajont” di proprietà comunale di ha 88.66.40 e della rendita di lire 126,50 mediante trattativa privata con la Società Adriatica di Elettricità di Venezia». Salvo, naturalmente, ratifica consiliare. Che avviene il 23 gennaio 1949 per la somma indicata in perizia di 3.500.000 - esattamente 3,94 lire il metro quadro - da vincolare in Titoli di Stato al ministero dell’Agricoltura e Foreste «trattandosi di terreni sottoposti ad usi civici». Il Comune, quindi, perde le terre e non ci guadagna nulla; gli abitanti di Erto e Casso vengono espropriati dal ricavo derivato dall’uso dei beni comunali.
Per le famiglie di Casso la questione assume un aspetto addirittura grottesco. Una parte della proprietà comunale venduta alla SADE, nella zona denominata Moliesa, era stata dal Comune «ceduta in godimento, verso un certo corrispettivo in denaro, ai frazionisti di Casso» ancora nel 1665. Nel 1908 il Comune perfezionava la pratica, incaricando un geometra di Barcis di frazionare la proprietà. I terreni vennero ufficialmente consegnati ai frazionisti che ne godettero come di loro proprietà – avendoli pagati – nel corso degli anni. Può il Comune vendere un bene non suo? I cassani vanno da un legale che scopre gli altarini. Il Comune scopre a sua volta che la pratica di frazionamento del 1908 non era stata registrata al catasto dal geometra incaricato, essendosi il Comune rifiutato di pagargli la parcella. La SADE si era basata sui dati catastali e non poteva sapere altro. Il Comune deve deliberare e dare a Cesare quel che è di Cesare.
Passano due anni dalla vendita delle terre comunali alla SADE. Il Commissario per gli usi civici di Venezia reclama i 3.500.000 che la municipalità ertana doveva accreditare presso il ministero dell’Agricoltura e delle Finanze. Il Comune, pressato da necessità «urgenti ed indifferibili» ha adoperato i soldi con l’intento di versarli, a chi di dovere, appena possibile. Adesso lo deve fare se non vuol andare incontro al peggio. Tanto più che dovrà restituirne parte alla SADE, che a sua volta dovrà tacitare i cassani per le terre di Moliesa. Per il Commissario, invece, è tutto chiaro: la volturazione non c’è stata, quindi tutti i soldi devono andare al suo ufficio. È un bel pasticcio, che comporterà lunghe pratiche da parte di tutti. Intanto bisogna ubbidire. Ma dove trovare i soldi? La giunta arranca nel buio più completo. Magnanimamente la SADE corre in suo aiuto. (Se non ci fossero questi padroni!). Anticipa al Comune la somma necessaria «senza carico di interessi, salva restituzione rateale, appena possibile ed in ogni caso con inizio al momento della percezione da parte del Comune dei sovracanoni che la SADE verserà per diritti rivieraschi in conseguenza dell’uso dell’acqua del torrente». Non è solo la politica del bastone e della carota. È anche un legare le mani al Comune, metterlo nella condizione di non nuocere a qualsiasi atto che la SADE, dentro e fuori della legge, andrà a compiere sul Vajont. E ancora di più: costringerlo ad allearsi al monopolio».

Tina Merlin, “Sulla pelle viva”, Cierre edizioni, 1997 (pagine 43 e 44)

«Finora sembra che le uniche autorizzazioni in mano alla SADE siano solo quelle degli espropri delle terre. Col «popolino» si va alla spiccia. Tacitata la protesta della prima ondata, si procede con la seconda, dopo la decisione di sopraelevare l’invaso fino a 722 metri. Ad «andare sotto» sono le ultime terre fertili della vallata e numerose case di abitazione. Vi sono anche nuovi terreni comunali. Ancora una volta il Consiglio municipale delibera su stima dei soliti geometri della SADE, di vendere al monopolio».

Tina Merlin, “Sulla pelle viva”, Cierre edizioni, 1997 (pagina 58)

«È la domenica di Pasqua del 1959. Il 22 marzo. L’operaio Arcangelo Tiziani, 55 anni, sta perlustrando i pendii boscosi che si specchiano nel lago artificiale di Pontesei nel comune di Forno di Zoldo, cinque chilometri in linea d’aria dal nuovo invaso che si sta costruendo sul Vajont. Quello di Pontesei non è un bacino molto grande e nemmeno la diga che lo forma sbarrando il torrente Mae è molto alta. Anche qui la SADE, qualche anno prima, ha espropriato le terre di uso civico dei frazionisti. Questi non furono nemmeno interessati dal Comune che stipulò con la SADE un atto illegale, visto che le terre non erano di sua proprietà. Anche qui come a Erto il Comune, amministrato dalla DC, «offerse ai poveri miliardari della SADE» i beni collettivi dell’antica Regola a pochi soldi: 11 lire e 77 centesimi il metro quadro. I contadini di Forno di Zoldo promossero diverse battaglie, tutte perdute: petizioni, interpellanze, delegazioni, esposti, manifestazioni. Si trovarono sempre di fronte a un muro insuperabile, impastato dalla concessione governativa della SADE a sfruttare le acque del Mae per «pubblica utilità», dal servilismo degli amministratori locali verso il grande monopolio, dalle autorità governative provinciali che gli tenevano mano, da uno Stato che smentiva se stesso».

Tina Merlin, “Sulla pelle viva”, Cierre edizioni, 1997 (pagina 67)