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"La Vicìnia"
Avrîl dal 2014
 
Le piantumazioni del 2014 sulla homepage del sito dell’associazione tegliese “Prati delle Pars” (www.pratidellepars.it/news.aspx)

Luca Vendrame interviene al convegno “Mi domandai di chi fosse quella terra. I nuovi beni civici per le nuove comunità” (Teglio, 9 e 10 marzo 2013)
Un contributo del ricercatore Luca Vendrame di Teglio
25 APRILE: SAN MARCO E I BENI COLLETTIVI
«“Far San Marco” è manifestazione di coesione comunitaria e consapevolezza dei propri diritti sul territorio»

[Luca Vendrame]
Luca Vendrame è insegnante, ricercatore e operatore culturale.
Alle Proprietà collettive del Friuli concordiese, lo studioso di Teglio ha dedicato, in particolare, l’opera “Lotte sociali a Teglio nell’Ottocento” (2012) e il saggio “Il Palù del Vescovo e il Sindacato di Cordovado dal Medioevo all’età moderna”, pubblicato nel volume della Società filologica friulana “Cordovât” (2002).
Nel marzo 2013, ha proposto il contributo “Dal Sindacato di Cordovado alle lotte sociali dell’Ottocento per la gestione delle Terre comuni” al convegno “Mi domandai di chi fosse quella terra. I nuovi beni civici per le nuove comunità”, organizzato dalle associazioni “Etica-mente” (www.eticamente.eu/) e “Prati delle Pars” (www.pratidellepars.it/news.aspx), in collaborazione con i Coordinamenti regionali della Proprietà collettiva del Friuli-V. G. e del Veneto.


Ogni anno, appena le nebbie invernali lasciano il passo alla fresca brezza che annuncia la bella stagione, allegre brigate di giovani e meno giovani italiani attendono impazienti il 25 aprile per festeggiare con una lieta scampagnata la ritrovata libertà, dono della vittoriosa guerra partigiana sostenuta contro il nazifascismo. La meta bucolica è incentivata anche dai primi caldi e la voglia di lasciarsi alle spalle le brume invernali rende tutti vogliosi di celebrare una giornata così importante perché la libertà è il primo e il più importante bene di cui gode una collettività e va ben oltre alle eccezioni economiche, politiche, sociali del lemma.
Va da sé quindi dire che la libertà nelle sue varie declinazioni è definibile “bene comune”, senz’altro il più importante.
Il tema dei beni comuni è da qualche anno tornato di moda anche per chi si occupa della contemporaneità e mi limiterò qui a citare due belle e recenti pubblicazioni: la prima di Laura Pennacchi, Filosofia dei beni comuni. Crisi e primato della sfera pubblica, Donzelli, Roma 2012; la seconda Il Ponte. Rivista di politica economia e cultura fondata da Pietro Calamandrei, a. 69 (2013), nn. 2-3 e qui soprattutto il contributo di Paolo Cacciari (La rivoluzione in atto dei beni comuni, pp. 43-54) per la ricca bibliografia citata.
Se per sociologi e politici e filosofi e economisti le due paroline associate (bene+comune) sono una bella e recente scoperta – e per capire che è davvero recente basta compulsare la peraltro preziosa bibliografia citata nei volumi di cui sopra – per gli storici l’argomento è piuttosto datato perché fin da subito la storiografia dell’Italia unita si è interessata al tema. A sostegno di tale affermazione cito l’esaustivo apparato bibliografico di Stefano Barbacetto in un volume edito dall’Istituto veneto di scienze lettere ed arti nel 2006 titolato “La più gelosa delle pubbliche regalie”.
Proprio questo titolo ci introduce la principale riflessione sull’argomento. C’è la parola “Pubbliche” intesa come ciò che deriva dal potere statale e poi c’è “Regalie”, nel senso di grazioso dono concesso dall’alto e qualcuno ne gode, ma è cosa d’altri, dello Stato appunto. Questo almeno è quanto intendevano tutti i governanti di ogni forma statale con un minimo potere coercitivo sui sudditi. Dunque si parla di un privilegio concesso a qualcuno (non a tutti) e ciò, ognuno ne converrà, è cosa diversa dal diritto che è una delle forme con cui si manifesta la libertà.
Eccoci giunti finalmente al centro del problema: in cosa consiste oggi la libertà insita nel concetto di bene comune, senza cadere in pericolose ed egoiste forme di esclusione sociale o politica?
Libertà oggi è anche una frittata con il salame (o con quello che si preferisce in base ai gusti) da gustarsi in campagna il giorno di San Marco… e qui il cerchio si chiude perché San Marco si festeggia il 25 aprile e nel Triveneto da secoli è il giorno di una particolare celebrazione. Per questo veneti e friulani “vanno a fare San Marco” quando gli altri italiani “fanno il 25 aprile della Liberazione” ma solo apparentemente celebriamo cose diverse. Per prima cosa eliminiamo l’equivoco che a “far San Marco” siano anacronistici fautori della tramontata Repubblica Serenissima (alla quale vogliamo bene, ma abbiamo letto Nievo e come lui pensiamo che il grande sogno debba essere quello nazionale, italiano e repubblicano, non una piccola aspirazione regionalistica).
Poi entriamo nel merito e cerchiamo di spiegare perché andare nei campi il 25 aprile a mangiar una frittata è un elevato e nobile rito laico e libertario.
Nei tempi in cui quasi nessuno poteva ritenersi autosufficiente (decidete voi l’epoca, il tempo di cui parlo… tanto anche adesso, per motivi forse diversi, il ragionamento mantiene la sua validità) e la principale attività economica era un’agricoltura – geniale nelle soluzioni trovate per sfruttare ogni centimetro quadrato di terra (perdonate l’anacronismo metrico) – ma di sussistenza, era giocoforza necessario fare affidamento alle antiche attività di raccolta garantite dagli ampi territori che la forza dell’uomo preindustriale non era ancora riuscita a bonificare: boschi montani o planiziali e zone umide in pianura (chiedo perdono per la necessaria genericità di tale affermazione) garantivano legna e vitamine e proteine animali da caccia, pesca, raccolta (frutta e lumache ad esempio). Erano i famosi beni comuni e la Repubblica veneta li concedeva in uso alle comunità con il vincolo della conservazione del sito, cioè era vietato ridurre a coltura i terreni. La palude o il bosco erano godibili da tutti i vicini (finché San Marco lo avesse concesso) mentre un sito coltivato deve essere per forza di qualcuno. Di fatto però questo sistema è appunto ancora una concessione ai sudditi e quindi non è il San Marco in forma di leone simboleggiante la Serenissima quello libertario di cui dicevo, è solo una forma paternalistica di aiuto statale (dopo però che lo stesso Stato si era incamerato i beni comuni appena c’era riuscito facendo diventare demaniale ciò che apparteneva agli uomini delle comunità).
Esistevano anche gli usi civici ed erano diffusissimi perché anch’essi erano fondamentali per la comunità, forse anche più dei beni comuni. Un uso civico molto diffuso era il pascolo vago, il diritto di tutti i vicini (i componenti della vicinia cioè delle famiglie originarie della villa di cui componevano l’organo di autogoverno locale) di pascolare gli animali grossi e minuti (rispettivamente bovini e ovini / caprini) nelle proprietà altrui per il periodo che intercorreva tra il raccolto e la semina. Il podere non doveva essere recintato (le colture intensive come gli orti erano esclusi) e ovviamente non si dovevano causare danni, ad esempio rovinare i polloni troppo giovani. Lo scambio reciproco era l’erba per il concime graziosamente “deposto” dai pascolanti. Tutto questo può sembrare poca cosa rispetto i boschi comuni, ma garantiva a tutti la possibilità di mantenere gli animali indispensabili al lavoro dei campi in un periodo in cui la produzione cerealicola era – quando andava benissimo - 1 a 10 tra seminato e raccolto e pochissimi proprietari potevano permettersi di non seminare anche i terreni marginali per destinarli a prato o pascolo. Certamente taluni non erano contenti di queste ancestrali abitudini (era chi di terra ne aveva abbastanza per garantire fieno invernale agli animali), ma la quasi totalità della popolazione rurale era conscia della necessità di tali usi. In sostanza una autolimitazione volontaria e consociata della proprietà era garanzia di sopravvivenza per tutti, anche per chi possedeva un po’ di terra più di altri. Il termine di questo periodo di “messa in comunione” dei beni terminava il 25 aprile, giorno di San Marco. Per celebrare tutti si recavano a far festa sui luoghi del pascolo vago (vago perché gli animali erano liberi di andare dove credevano) e la pietanza più facile da preparare era la frittata con il salame, da poco insaccato e ora pronto al consumo, grazie al sacrificio, non volontario pare, dell’amato porco di famiglia. Ecco il motivo della scampagnata: solennizzare la coesione della comunità e la libera scelta della cooperazione.
Non staremo certamente qui a dire come si stava meglio quando si stava peggio, anzi! Quanto descritto apparteneva alla necessità dettata dall’agricoltura preindustriale e già i fisiocratici di metà XVIII secolo vedevano il pascolo vago come il fumo negli occhi perché ritenevano fosse il simbolo dell’arretratezza economica dei nostri luoghi. Il progresso ha sempre avuto le sue vittime sacrificali ma c’è modo e modo. Nel corso dell’Ottocento i progressi nel settore primario furono incentivati da imprenditori che si ispiravano alle esperienze europee a loro note grazie ai preziosi viaggi di formazione allora in voga presso i rampolli delle famiglie facoltose (quasi un Erasmus ante litteram). Per il Lombardo-Veneto ricorderò Gherardo Freschi e la sua rivista “L’Amico del contadino”. Il primo numero (2 aprile 1842) parla – ma guarda il caso – proprio del foraggio.
Il Freschi passa per essere un lungimirante imprenditore… con il pallino dell’eliminazione dalla faccia della terra di ogni uso che gli ricordasse l’agricoltura di sussistenza praticata fino alla sua infanzia. Tra i bersagli principali dei suoi strali c’era il pascolo vago. C’è molto di vero, per non dire tutto, in quello che diceva il Gherardo: gli antichi usi bloccano il progresso perché rende meglio il trifoglio o l’erba medica piuttosto che mendicare pochi steli ai campi invernali incolti. Ma il piccolo agricoltore poteva permettersi di coltivare erba medica per le bestie quando non produceva cereali bastanti a nutrire lui e la sua famiglia? La conseguenza sarebbe stata la proletarizzarione di ampi strati della popolazione, costretta a cedere i piccoli poderi ormai economicamente non produttivi… ma il progresso ha i suoi costi, anche umani e noi oggi siamo ricchi perché qualcuno prima di noi quei costi li ha pagati tutti.
Non siamo qui a stracciarci le vesti, magari un po’ ipocritamente, però (di nuovo) c’è modo e modo… e quando il naturale corso dell’economia viene “forzato” ecco che il punto di vista diventa obliquo. La faccio breve: il Freschi faceva provocare danni ai suoi poderi dai suoi stessi lavoranti per incolpare i comunisti (Marx non c’entra: non lo so per certo ma potrei scommettere che “il Capitale” o il “Manifesto del partito comunista” a Teglio o a Morsano nel 1850 e giù di lì erano ancora testi sconosciuti agli illetterati contadini) che praticavano il pascolo vago anche sopra i beni del nobile friulano, con suo enorme dispetto. Evidentemente non gradiva la liberalità del dono insita nello scambio erba/letame tra lui e i suoi confinanti.
Fatto sta che il processo iniziato sotto l’Imperial Regio governo austriaco e terminato sotto l’ombra dei baffoni di uno dei pochi (forse l’unico insieme al padre Carlo Alberto) Savoia degni di essere ricordati con rispetto dagli italiani: Vittorio Emanuele II Primo Re d’Italia, celebra la vittoria del diritto al pascolo vago (mi scuso per l’autocitazione ma la vicenda è narrata in Luca Vendrame, Lotte sociali a Teglio nell’Ottocento, Teglio Veneto 2012). La storia poi è andata come doveva andare…
Il progresso ha reso obsoleto il pascolo vago e ora solo pochi cultori della materia (la “Storia”) riescono a vedere il nesso tra la frittata con il salame, San Marco e la libertà, ma è giusto e opportuno praticare il vizio della memoria e ricordare che lottare per i propri diritti usando mezzi legali (magari anche per difendere strutture secondo alcuni antiquate) è una manifestazione di libertà a tutela di tutti, anche di coloro che confondono il progresso (ora spesso fatto di strade e centrali termiche) con il proprio interesse egoistico.
Andare a «Far San Marco» è ora manifestazione di coesione comunitaria e consapevolezza dei propri diritti sul territorio spesso sventrato inutilmente: la libertà di Resistere contro chi ha orecchio solo per l’interesse di qualcuno mascherandolo con un presunto interesse di tutti.