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"La Vicìnia"
Zenâr dal 2014
 

Don Floriano Pellegrini interviene alla IV Festa regionale della Proprietà collettiva a San Gervasio di Carlino, nel settembre 2013. Il presbitero cadorino (Zoldo Alto, 1956) ha fatto parte della Commissione regionale di studio sulle Regole del Veneto e ha collaborato alla stesura della legge statale sulla montagna e di quella veneta sulle Regole
Un prezioso servizio offerto dal “Libero Maso de I Coi”
COMUNITà, CULTURA E CONSAPEVOLEZZA
Don Floriano Pellegrini ha diffuso il Comunicato n. 1500

[Floriano Pellegrini]
«Un traguardo culturale è una raggiunta maggior consapevolezza. Da questo pianoro, alto 1500… Comunicati, come i metri d’altitudine di Coi, vediamo meglio il senso di noi stessi, degli altri, delle cose, degli avvenimenti, delle inquietudini del cuore, degli scoraggiamenti collettivi, dei progressi, dei regressi, delle chiusure in sé stessi, dei disincanti, degli affaticamenti e degli slanci, delle ripartenze, dei risvegli della coscienza, delle primavere dell’umanità dei nostri giorni, dei nostri paesi»: inizia così il Comunicato n. 1500, diffuso dal Libero Maso de I Coi (Feudo signorile del XIV secolo, alle pendici del monte Pelmo, nella comunità storica del Patriarcato di Aquileia). Il testo è stato diffuso da don Floriano Pellegrini lunedì 13 gennaio con il titolo “Il traguardo dei 1500 numeri”.

Un traguardo culturale è una raggiunta maggior consapevolezza. Da questo pianoro, alto 1500… Comunicati, come i metri d’altitudine di Coi, vediamo meglio il senso di noi stessi, degli altri, delle cose, degli avvenimenti, delle inquietudini del cuore, degli scoraggiamenti collettivi, dei progressi, dei regressi, delle chiusure in sé stessi, dei disincanti, degli affaticamenti e degli slanci, delle ripartenze, dei risvegli della coscienza, delle primavere dell’umanità dei nostri giorni,
dei nostri paesi. Non vediamo tutto bene, semplicemente scorgiamo, e i nostri occhi intravedono meglio ciò che osservano, che hanno sempre osservato, in vero, ma non sempre compreso; e c’è ancora molto da comprendere; ma già tante realtà ci appaiono in una luce più distinta.
Abbiamo conservato la capacità di guardare verso un orizzonte, di saperci trascendere.
Abbiamo cercato di percepire meglio, davanti al mistero della totalità delle cose, quello, non meno importante, delle singole realtà; e, come gli antichi agricoltori pulendo la fava mettevano da una parte la buona e sana e dall’altra l’avvizzita e scadente, così noi sappiamo un po’ meglio mettere da una parte le marginalità, gli slogan che illudono e rimbombano e a nulla servono, le risposte facili, e conservare con gioia, dall’altra, per noi e per quanti ne vorranno godere nell’intimo dell’anima, le risposte vere, quiete, cariche d’amore, discrete, pulite; e pur forti, solide più delle montagne, terra ferma sulla quale porre i passi del nostro cammino, del nostro procedere, che perciò s’è fatto più sicuro, per certi aspetti persino molto più sicuro, al di là di tutte le apparenze contrarie.
Abbiamo imparato a non cedere al ricatto e alle pressioni delle modernità culturali, alla loro violenza mascherata di scientificità, ai loro dogmi tutt’altro che disinteressati, ai loro giudizi sferzanti, al loro porci ai margini di «ciò che conta».
Abbiamo mantenuto fede alla nostra storia, al nostro essere Comunità. Abbiamo conservato, senza cadere in facili spiritualismi, la maestà del senso religioso, la percezione della presenza di Dio nelle vite e nelle cose; non abbiamo avuto il minimo complesso d’inferiorità di fronte all’arroganza frivola dell’ateismo dominante, che resta sempre un cedimento interiore al non più cercare.
Abbiamo percepito il sogno di felicità di molti cuori e abbiamo accolto e stretto tutte le mani che ci sono state rivolte e di quanti desideravano, spesso pudicamente, divenire ed essere nostri fratelli, nostre sorelle, parte di una più vasta Comunità di amici, di uomini e donne liberi.
Abbiamo difeso fino il fondo il valore della persona, impedendo che nel nome di una spiritualità deformata e assurda ne venisse violata la fisicità, il valore della corporeità, e che, nel contempo, la valorizzazione di quest’ultimo divenisse così impegnativa da non veder più la necessità di salvaguardare, con pari energia, la dimensione spirituale, non meno importante.
Abbiamo condiviso il desiderio della bellezza, d’una bellezza integrale, il canto delle parole, or triste e or lieto, e il canto del silenzio, or segno di solitudine e or segno di condivisione e profonda comunione, d’inabissamento nel mistero della vita, che pur resta tale.
Abbiamo condiviso le fragilità, le cadute, il tormento della mancanza di risposte, le nebbie d’alcuni tratti di percorso comunitario, nei quali e a causa delle quali ci è parso a volte di essere degli estraniati a noi stessi e agli altri.
Soprattutto, e con profonda gioia, abbiamo elevato al cielo il canto della libertà delle cose e della vita, la musica dai diversi colori e della loro armonia, pur non sempre percepita, non sempre realizzata. Abbiamo fatto della libertà la via maestra della condivisione, della proclamazione della necessità di essere sé stessi il fondamento per poter essere Comunità. Abbiamo proclamato la libertà come capacità di amare, di offrire a sé stessi la capacità di amare, nonostante tutto e al di là di tutto, nel distaccarsi dagli imprigionamenti e dai ripiegamenti egoistici e inconsci, per avviarsi al bene essenziale, mai distaccati dagli altri, fratelli e sorelle nel cercare, ma pure nel procedere e nel conquistare, giorno dopo giorno, spazi nuovi, nuove conoscenze, nuove libertà, nuovi spazi d’amicizia.
Abbiamo proclamato, e proclamiamo, la libertà come possibilità di essere e di essere sé stessi, nella propria unicità e non solo in una secondo il criterio riduttivo della diversità, e di poter essere altro, anche da noi stessi se fosse, e dai piccoli schemi di noi stessi e degli altri nei quali ci ingabbiamo; come facoltà di distaccarci non per allontanarci, ma per rapportarci meglio, sempre più vicini all’identità essenziale di ognuno, al di là delle frivolezze che chiamiamo identità culturali. E abbiamo sentito che l’identità essenziale, in ognuno, è sempre e sempre resta la capacità stessa di amare, di essere, di poter essere, secondo il bene essenziale, e che l’accettazione e l’assunzione del proprio io non sarà mai senza una parallela assunzione nel nostro io dell’io-altro, con gioia, con amore; con fatica, sì, a volte e spesso, ma con la fatica non opprimente di chi si vede derubato, bensì quella gioiosa di chi sente di coltivare, proteggere e far crescere.
Forse, secondo qualcuno, non abbiamo fatto altro che scrivere delle pagine, dei file; rispettiamo la sua piccola opinione; essa non ci disturba affatto, perché siamo consapevoli che, scrivendo delle pagine e dei file, abbiamo costruito e messo a disposizione di tutti percorsi e spazi di vita, di amicizia e di libertà.
E continueremo, senza impegni, con questo spirito, finché sarà.
E grazie a quanti hanno letto, suggerito, incoraggiato e collaborato.
Grazie alle persone di Coi che, umili e quasi senza saperlo, ci sono state grandi maestre di vita vera!