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"La Vicìnia"
Zenâr dal 2014
 

Originariamente, il nome “Comune” significava la parte indivisa del territorio comunitario
TRA COMUNITà RURALI E COMUNI
La riflessione dello studioso trentino Gianni Poletti

[Gianni Poletti]
Capire le differenze tra i Comuni attuali e le antiche Comunità rurali è indispensabile per ragionare sul significato e l’attualità sociale, economica e ambientale della Proprietà collettiva.
Un contributo importante a questa comprensione è stato offerto nel 2012 dallo studioso trentino Gianni Poletti. Il 1° giugno di due anni orsono, Poletti è intervenuto a Darzo, al convegno “Boschi, Pascoli, Malghe e (ex) Miniere. Un patrimonio di proprietà collettiva. Scopriamolo insieme”, in occasione della IV Giornata italiana sulle Miniere.
Si ripropone la sua relazione, intitolata “Le proprietà collettive: storia e significato per le nostre comunità” e messa a disposizione dal sito www.minieredarzo.it/it/news/news13/.
Il convegno è stato organizzato dall’associazione “La Miniera” e dall’Asuc di Darzo.


Cercherò di mettere in evidenza alcuni spunti per ragionare sulla storia e sul significato delle proprietà collettive per le nostre comunità.
Parto da tre differenze tra i Comuni attuali e le antiche comunità rurali del Trentino, che sono esistite fino all’epoca di Napoleone e che sono state caratterizzate proprio dalla proprietà collettiva del territorio.
1. La prima differenza riguarda il nome: “Comune” significava allora la parte indivisa del territorio comunitario, distinta dalla piccola parte del “diviso”, cioè del privato, costituito da abitazioni e orti e campi adiacenti al paese. La differenza non è solo nominalistica: anche oggi il “Comune” è un’entità amministrativa determinata da limiti territoriali, ma si caratterizza prevalentemente come centro per la vita sociale pubblica dei suoi abitanti, richiama funzioni e servizi, mentre una volta il concetto rimandava prima di tutto ai beni collettivi, che precedono i servizi organizzati.
2. La seconda differenza attiene la natura dell’ente: l’antica comunità esisteva fondamentalmente perché c’era una proprietà fondiaria indivisa, esisteva in funzione di un territorio di proprietà collettiva, di cui erano titolari i membri della comunità detti “vicini”; attenzione, ho detto membri, “vicini”, non “abitanti” di un dato paese; il termine “abitante” indicava il “forèsto”, cioè chi abitava in paese senza essere comproprietario del territorio.
Se non c’era la proprietà fondiaria indivisa, non esisteva comunità. La storia di Darzo ne è un bellissimo esempio: questa comunità nasce quando nel 1434 i Lodron, che erano i signori del territorio, assegnano ad alcune famiglie «villam et locum Dartii», il paese e il luogo di Darzo. Lo ripeto: una volta, se non c’era la proprietà fondiaria indivisa, non esisteva comunità. Oggi non è così: possiamo avere un Comune anche senza boschi o pascoli e con scarsissimo patrimonio.
3. La terza differenza riguarda il rapporto istituzione-cittadino: i componenti dell’istituzione antica (“vicini”) rispondevano personalmente ed in solido di ogni azione assunta per la gestione del territorio in pubblica “regola”, cioè nell’assemblea generale dei capifamiglia, che era l’organismo più importante dell’antica comunità. Rispondere solidalmente significa spartire oneri, diritti e responsabilità, ma anche provvedere agli oneri e ai debiti per il soggetto inadempiente. Oggi la responsabilità degli atti comunali ricade, tutt’al più, su sindaco, assessori, consiglieri e funzionari, non certamente sui cittadini.
A queste tre differenze fondamentali ne collego alcune – sei – secondarie e derivate.
1. La partecipazione alla vita comunitaria era vincolante. Si pensi solo alla multa (corrispondente al valore di un terzo di una giornata di lavoro) inflitta a chi non partecipava alla “regola” o agli amministratori assenti alla cosiddetta “resa dei conti” di fine anno. Ma si pensi anche alle “opere del Comun” (a Darzo erano dette “giornài dal pàsio”), sopravvissute anche dopo l’abolizione delle antiche comunità rurali e collegate all’uso dei pascoli e dei boschi. Erano giornate di lavoro non retribuito che i “vicini” avevano l’obbligo di prestare annualmente a favore dell’utilità pubblica.
2. Notevoli erano le differenze anche nella scelta degli amministratori. L’incarico di console, corrispondente al nostro sindaco, era assegnato seguendo regole di rigida rotazione e l’assunzione di esso era obbligatoria. La “regola” eleggeva anche i delegati per trattare cause particolari col signore del posto (feudatario o vicario vescovile) e con le comunità limitrofe, eleggeva il saltaro (una specie di messo comunale), i massari (cassieri di particolari enti quali chiese, altari, lasciti), i consiglieri che aiutavano i consoli nel loro ufficio, gli stimatori dei danni o di eventuali acquisti. Fino ad arrivare a specifiche mansioni per la gestione delle strutture e dei servizi pubblici, fondamentali per la vita economica e sociale locale (fontane, mulini, forno, fucina, pescheria, osteria, malghe, custodi delle capre e dei cavalli, incaricati dei servizi collegati al culto ecc.).
Ne usciva una rete di mansioni articolate che diffondevano la partecipazione e alzavano il tasso di democrazia. Perché la democrazia è partecipazione. Oltre a far da legante nella comunità agricolopastorale, alcune incombenze conservavano la cultura materiale, un «fai da te» che non ha riscontro nella situazione di oggi.
3. Un’altra differenza rispetto ad oggi stava nella durata in carica degli amministratori. Ho esaminato i “Libri di contabilità” di quattro anni della comunità di Storo tra il 1792 e il 1806. Gli amministratori riportati sono 62, di cui 50 ricorrono una sola volta. Solamente 6 nomi sono ripetuti due volte, ma in qualche caso ci si riferisce sicuramente a persone diverse. C’era quindi una grande alternanza, non potevano formarsi caste o clan politici. Il fatto era collegato a una precisa disposizione degli statuti, che vietano la permanenza in carica per oltre un anno e la non rielezione nel quinquennio successivo.
Va anche osservato che tra gli amministratori degli anni sopra citati non c’è alcuna presenza femminile. Quella delle antiche comunità era una società a totale rappresentanza maschile.
4. Chi era eletto si assumeva con gli oneri derivanti dal mandato annuale anche i vantaggi. Proprio come oggi, ma con qualche significativa differenza. Faccio ancora l’esempio di Storo. Nei primissimi anni dell’Ottocento il primo console percepiva in un anno, tra indennità e compensi per lavoro prestato, il corrispettivo del valore di 58 giornate di lavoro. In nessun altro modo era possibile per il contadino fare in un anno così tante giornate di lavoro retribuito. Trasportati i compensi in euro, il primo console intascava 3.500 euro, che è poco più di un terzo dell’indennità assegnata oggi al presidente del consiglio comunale, sempre di Storo, che penso non raggiunga le 15 giornate di lavoro in un anno, ricevendo quindi un compenso di 700 euro lordi a giornata.
5. L’antica comunità rurale conosceva inoltre una netta distinzione tra vicini e forèsti, oggi molto mitigata se non cancellata. Il “non vicino” residente era chiamato “abitante” ed era sempre forestiero anche se stava in paese da secoli. Solo ai “vicini” spettavano le cariche pubbliche ed eventuali spartizioni e distribuzioni ricavate dall’indiviso. Oggi assistiamo a un andare e venire di tutti per il territorio, che è usato da tutti con troppo poche regole, senza contropartite. Quando – raramente – nell’antica comunità un “forèsto” diventava “vicino”, le carte riportano che da molti anni egli aveva tenuto una buona condotta, che era un bravo artigiano, che da anni faceva le “opere del Comun”. Non voglio qui invitare ad alzare steccati, ma credo che ci sia bisogno di qualche regola in più e di qualche contropartita.
6. Il territorio della comunità era conosciuto e fatto conoscere. In alcuni paesi gli adolescenti venivano portati dal saltaro (messo comunale) a conoscere i confini. In quel tempo le comunicazioni e le frequentazioni erano più lente e “tra-montane”, si comunicava “trasversalmente”, scavalcando le montagne. Pensiamo ai collegamenti con Val Camonica, Val Vestino, Tremosine e Pregasina. Oggi che tutto è più veloce, le comunicazioni lente e “tra-montane” hanno lasciato il posto a quelle più veloci e comode di fondovalle, le valli sono diventate tra loro più lontane perché la montagna si è spopolata o è meno frequentata. In alcune delle malghe ben ristrutturate non ci sono più bestie, in altre trovi un pastore romeno (mi è capitato due anni fa all’Alpo di Storo) che non conosce il territorio e storpia gli antichi toponimi. E, lungo i sentieri di più alta quota, tre su cinque delle persone che incontri parlano tedesco.
Tutto il mondo delle antiche comunità fondate sul territorio venne cancellato nel primo decennio dell’Ottocento, quanto in Trentino si alternarono i governi austriaco e bavarese. Scomparve dopo otto secoli il principato vescovile di Trento, venne sciolto formalmente il Sacro Romano Impero, fu abolita la giurisdizione signorile (da noi quella dei Lodron), vennero eliminate le “vecchie usanze”, come le assemblee di regola, dichiarate «illecite combriccole di popolo», fu soppressa la distinzione tra “vicini” e “forèsti”.
Da quel momento, un po’ alla volta ma progressivamente, la Comunità si trasformò da gestore di beni collettivi in Comune erogatore di servizi. Con articolazioni e aggregazioni dei Comuni che nel corso dei decenni cambiarono, ma cambiarono sempre per interventi calati dall’alto, non per iniziative condivise che salgono dal basso, come è accaduto negli ultimi anni per Ledro e Comano.
Le Giudicarie, ad esempio, ebbero 64 Comuni nel periodo in cui il Trentino appartenne direttamente all’impero asburgico (1815-1918), 16 durante il periodo fascista, oggi sono 39.
La partecipazione diffusa creata dall’organizzazione e dalla cultura delle antiche comunità sopravvisse anche dopo la loro soppressione, sostenuta dall’economia contadina delle valli. Si pensi alla gestione delle malghe comunali o al caseificio turnario.
Ma cinquant’anni fa col passaggio alla società industriale e dei servizi, il fondamento di questa partecipazione è scomparso. È finita una cultura. È scomparsa l’idea di paesaggio di cui si prendono cura tutte le persone di una comunità. Oggi i beni comuni non sono più sentiti come proprietà condivisa; non si organizzano più servizi assieme dal basso, oggi assieme organizziamo le feste; non esiste più una rete di incarichi diffusi che alimentano la corresponsabilità dei cittadini, ci sono i funzionari, gli impiegati e i custodi forestali; sono scomparse le tasse inflitte ai non partecipanti, sostituite da gettoni di presenza.
La natura e l’organizzazione delle antiche comunità ha creato anche un terreno fertile per la nascita e la diffusione della cooperazione. Ma oggi della scomparsa di quella cultura può risentir anche la cooperazione.
Concludo. Quello che è rimasto delle antiche comunità oggi sta soprattutto nelle Asuc, che sono numerose, ma poco considerate dalla gente e bistrattate dalla normativa. Le Asuc si fondano sul patrimonio collettivo delle antiche comunità. Non possono, quindi, e non devono essere soppresse.
Reclamano però un intervento legislativo che le riordini, le riformi e le valorizzi.
Questo passaggio è importantissimo se si vuole andare in direzione di un’aggregazione dei piccoli Comuni, perché le Asuc di paese o di frazione consentono di mantenere i legami all’interno delle frazioni, sono sorgente di identità e aiutano a non considerare l’ente pubblico esclusivamente come un erogatore di servizi. Se l’appartenenza ad una comunità, oltre ad assegnare l’individuo a un determinato centro di servizi, non favorisce la partecipazione e non comprende precisi doveri, il risultato è la sottovalutazione del servizio prestato e il saccheggio del bene collettivo: «ròba del comun ròba de nisun».

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