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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2013
 
L’immagine correda il sito: www.fornidisotto.net/

27 dicembre: assemblea pubblica a Forni di Sotto
FORNESI PER GLI USI CIVICI
«Un Istituto che è magico perché vive nel presente ma affonda le sue radici in un remotissimo passato»

Il gruppo “Fornesi per gli usi civici”, al termine di un percorso di informazione e confronto, organizza una “Assemblea costituente per la gestione degli usi civici” di Forni di Sotto, in Carnia.
La riunione pubblica si svolgerà il 27 dicembre, alle 20.30 presso la sala consiliare del municipio.
Tutta la popolazione è invitata, dal momento che «verranno fornite informazioni puntuali e precise e chiunque potrà proporsi per far parte del Comitato che gestirà i 7 mila ettari di Uso civico».
Il Comitato frazionale, che ci si prefigge di costituire ufficialmente in tempi brevi, potrà «avviare, con l’apporto di tutti e strettamente supportati dalle realtà già funzionanti e dal Coordinamento regionale per gli Usi civici, una nuova/antica forma di “comunanza proprietaria”».


Nell’ambito del percorso di informazione e confronto sulla gestione comunitaria e diretta dei Beni collettivi della Comunità di Forni di Sotto è stato diffuso un articolato intervento di Ira Conti sui Beni comuni e le proprietà collettive, pubblicato anche dal periodico “Zint in vile”.

Cosa sono gli Usi Civici

“Usi Civici: un Istituto che è magico perché vive nel presente ma affonda le sue radici in un remotissimo passato”

Nel 1927 viene emanata la Legge n. 1766 riguardante il riordinamento degli Usi Civici dove, all’art. 4 e 11 si stabilisce cosa sono e a cosa servono: in sintesi, a garantire una vita dignitosa ai titolari di tali diritti. Si riconosce un Diritto amministrato già nelle antiche Comunità di villaggio o Ville e custodito gelosamente fino al ’7-’800; da allora molti tentativi di statalizzazione o privatizzazione vennero messi in atto, ma la resistenza delle popolazioni ha preservato questo Istituto fino ai nostri tempi.
Nel 1995, nel 2006 e 2007 la Corte Costituzionale afferma più volte che la disciplina degli Usi Civici, la quale ha attraversato indenne una storia millenaria, è una materia di rango Costituzionale in relazione a quegli interessi che essa protegge.
Il 25 febbraio 1976 viene emanato il Bando relativo agli Usi civici di Forni di Sotto, istruttoria curata dal geom. Albino Lenna, ove si legge che i beni ad Uso Civico del paese corrispondono a 6.968,51 ettari; la dichiarazione di esecutività di tale Bando è datata 2 marzo 2000. Già nel 1994, con lettera n. 1486, il Commissiario Regionale agli Usi Civici di Trieste, magistrato di Cassazione dott. Edoardo Cola (il commissario ha la competenza di determinare la qualitas soli dei terreni, ovvero se sussiste il diritto civico oppure no), scrive al Sindaco di Forni Andrea Ghidina e a vari Enti regionali che «i terreni di uso civico (di Forni) appartengono alla collettività degli utenti e costituiscono una proprietà collettiva»; infatti, con Delibera n. 267 del 1997 la Giunta Comunale dà atto che «tutti i cittadini residenti nel comune di Forni di Sotto godono del diritto di uso civico…».
Nel corso di svariati convegni, molti esperti del settore ribadiscono che “Il godimento del Reddito delle Terre Civiche, anche se amministrato in toto dall’Ente Comune, appartiene alla Collettività in generale e, in particolare, ai componenti della Collettività perché sono costoro che posseggono il reddito stesso che è del pascolo, del macchiatico, del legnatico, della semina e di ogni altra attività produttiva” (centraline, fabbriche, acquedotti ecc).
Nel 2009 l’economista americana Elinor Ostrom è stata insignita del Premio Nobel per l’economia (prima donna!) per i suoi studi sul governo dei beni comuni (“Governing the Commons: The Evolution of Institutions for colletive action”); studi che hanno spaziato in tutto il mondo e che hanno dimostrato come la gestione collettiva di tali beni, li preservi da abusi e produca ricchezza per le popolazioni.
La prima enciclica promulgata a suo tempo da Papa Ratzinger riflette proprio sull’avvenire della proprietà collettiva e sul ruolo che essa può svolgere per contribuire allo “sviluppo umano” inserendosi a pieno titolo fra le “forme economiche solidali che trovano il loro terreno migliore nella società civile” e che creano “socialità”. In poche parole, gli studi e le riflessioni sul campo dimostrano i vantaggi dell’autogoverno e come gli Enti gestori delle Proprietà collettive possano diventare ormai i nuovi soggetti istituzionali del sistema territoriale, amministrando il patrimonio civico essendo anche, a pieno titolo, imprenditori locali.

Gli Usi Civici sono una proprietà collettiva che la comunità potrà decidere di autogovernare (al posto del Comune che fino ad ora ha svolto un ruolo di supplenza), attraverso un piccolo Comitato di gestione composto di 5 membri e votato dalla popolazione residente (votazione indetta dal Comune su richiesta della popolazione, sentiti il Commissariato regionale agli Usi Civici e la Regione; votazione che non prevede un quorum di partecipazione, ovvero decide chi partecipa). Il Comitato dura 5 anni e risponde all’assemblea dei residenti. In FVG sono già attivi parecchi Comitati e altri si stanno costituendo, visti i notevoli benefici che ne derivano (vedi le esperienze in atto).

Approfondiamo e facciamo una premessa

Con il pretesto della crisi, assistiamo ad un’accelerazione del processo di centralizzazione e di concentrazione del potere democratico; invocando la necessità di ridurre le spese, in realtà si vuole ridurre proprio la democrazia, la partecipazione popolare; si disloca e si allontana in altri luoghi la sede delle scelte. Tale processo colpisce con particolare accanimento realtà piccole e periferiche come le nostre, di montagna. In altre parole, si lavora alacremente per cancellare gli unici presidi istituzionali presenti in loco, la democrazia di prossimità voluta dalla nostra Costituzione, estromettendo dalle decisioni i proprietari di gran parte dei beni detti pubblici, ovvero gli Enti Locali, i Comuni in particolare, per impossessarsi degli stessi.

La strategia in atto

Tale premessa è utile per comprendere il momento decisivo che stiamo vivendo: mai nella storia dell’umanità si è accentrato tanto potere in mano a pochi e, uno dopo l’altro come birilli, stanno saltando tutte le garanzie, gli antidoti, i contrappesi a tale potere. Potere, occorre aggiungere, che non mai ha avuto un simile potenziale distruttivo, sia tecnologico che economico. Uno degli antidoti principali è senz’altro il senso identitario di un territorio, la sua storia culturale, il senso di sé di una popolazione; fattori che soli, posseggono la forza per garantire la conservazione ed il miglior uso di una qualsivoglia risorsa, nella forma che oggi chiamiamo di Bene Comune.
La strategia per espropriare le popolazioni dai diritti sulla terra, nostro bene ultimo al pari dell’acqua, consiste, oltre che nell’impoverire le masse e nel concentrare in mano a pochi il capitale materiale, nel procedere anche alla disintegrazione di un capitale umano fatto di relazioni; si va estinguendo una dimensione “vicina”, conviviale dell’economia, della politica, dei rapporti sociali. Inoltre, bisogna prendere atto che in tale frangente il regime civilistico dei beni pubblici, a partire dalle leggi dello Stato e delle Regioni per arrivare alle Delibere comunali, si sta rivelando inefficace rispetto al fine di tutelare l’interesse generale che è proprio della proprietà pubblica. Tale regime abilita infatti ed esorta, le Regioni e gli Enti locali a “valorizzare” le proprietà pubbliche, anche ponendole sul mercato ovvero vendendole. Altre volte accade invece che la gestione delle stesse possa essere affidata a privati; ciò determina la scissione fra proprietà formale e sostanziale del bene con immediate conseguenze sulla fruibilità dello stesso da parte della comunità, ossia in termini di interesse generale. Infatti, come ormai la vasta casistica insegna, con l’ipocrita distinzione fra proprietà formale e gestione del bene affidabile a privati, non si garantisce il bene comune. La Legge lo permette, si dice, a volte lo impone, anche là dove essa non garantisce affatto che una vendita o cessione a qualsiasi titolo, avvenga a vantaggio della collettività. I Beni comuni sono in pericolo.

Cosa fare

Si rende urgente un nuovo assetto in cui sia assicurato il godimento di un bene alla collettività, in cui la gestione del bene sia funzionale al godimento della collettività e non al lucro di chi lo gestisce, in cui la stessa appartenenza del bene sia garantita a tutti: ad ogni individuo ed alle generazioni future. Ci soccorre un concetto “originario”, antico, di “terza via” ovvero ritroviamo la nozione di “bene non privato e non pubblico, bensì collettivo”, la cui gestione e titolarità si sottrae alle stesse istituzioni rappresentative e diviene oggetto di gestione partecipata e di decisioni indisponibili.
In questo contesto nasce, in molte parti d’Italia ma in particolare nelle piccole realtà, il bisogno di recuperare forme consolidate di democrazia diretta, non nuove e già praticate con successo nei secoli passati: gli usi civici ne sono un esempio. Essi rappresentano un potente strumento di coesione, efficace al fine di far rinascere il senso di identità ed il legame con il territorio delle piccole comunità di montagna. In assenza di un tessuto sociale coeso infatti, non esistono le basi materiali per garantire una economia sociale sostenibile atta ad impedire sfruttamento e distruzione delle risorse da parte dei soggetti più forti nella competizione sul mercato. Ecco perché si afferma come le proprietà collettive non siano un residuo del passato ed ecco perché esse stanno assumendo un ruolo attuale e di prospettiva via via che, crescendo la popolazione mondiale, cresce l’attenzione verso la terra, unica base alimentare. Infatti sono esse che hanno garantito, nei secoli, la sopravvivenza fisica, la coesione, la solidarietà, la democrazia, l’autogoverno, un rapporto equilibrato con il proprio territorio, la conservazione dell’identità, la realizzazione di opere non alla portata del singolo. Nell’era industriale le terre collettive sono in gran parte sopravvissute in fase dormiente e spesso sono state considerate dai Comuni proprietà dei Comuni stessi equiparando illegittimamente il “collettivo” al “pubblico”. Il loro “status giuridico” in realtà è altro e va oltre la proprietà privata individuale e oltre lo Stato sovrano territoriale; non si tratta di una somma di beni individuali, dove il vantaggio del singolo viene fatto coincidere con un vantaggio collettivo. No, esattamente l’opposto: nelle sue basi filosofiche e nella sua pratica quotidiana, il Bene Collettivo afferma e dimostra come il benessere della comunità produca il benessere individuale e non viceversa. L’avidità e l’egoismo umano, il desiderio di potere e possesso – viviamo in tempi ove ciò si rende palese – portano dolore e miseria al corpo sociale di cui ogni individuo fa parte e quindi si apre una frattura, un baratro fra i pochi che godono e i molti che soffrono. Il concetto di Bene Collettivo può rappresentare una buona medicina salvavita.

Ira Conti