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"La Vicìnia"
Avost dal 2013
 
Lo studio “Note sulla storia dei Beni civici di Gemona”, pubblicato nel maggio 2013 dall’Ecomuseo delle Acque del Gemonese (www.ecomuseodelleacque.it/)

La ricercatrice gemonese Alida Londero
Pubblicate le note storiche di Alida Londero
I BENI CIVICI DI GEMONA
Un’iniziativa dell’Ecomuseo delle Acque del Gemonese

Per le edizioni “ecomuseodelleaque”, è uscito il preziosissimo fascicolo “Note sulla storia dei Beni civici di Gemona”, curato da Alida Londero.
La distribuzione è iniziata nel maggio scorso, in occasione del convegno “Terre comuni”, promosso dall’Ecomuseo delle Acque (www.ecomuseodelleacque.it/ - info@ecomuseodelleacque.it), dal Circolo della pedemontana gemonese di “Legambiente”, dall’Associazione “Valentino Ostermann” e dal Coordinamento regionale della Proprietà collettiva, con il patrocinio del Comune.
Lo studio della ricercatrice gemonese Alida Londero si inserisce a pieno titolo nel percorso di riscoperta e di riflessione su innovative possibilità di gestione collettiva e sostenibile delle vaste aree di montagna possedute collettivamente dalla Comunità di Gemona.
Per l’occasione, Luca Nazzi, portavoce del Coordinamento regionale della Proprietà collettiva, ha introdotto la conferenza con il seguente intervento.


Un altro modo di possedere
Un altro modo di fare economia

30 maggio 1792, l’arciprete di Gemona constata e ammonisce: «In questa popolazione di circa cinquemila persone vi sono… 477 famiglie di contadini, che senza possedere alcun campo tengono numero 1980 animali grossi e numero 976 animali piccoli, ed altre famiglie che appena hanno un campo di terra e tengono animali grossi numero 150 ed animali piccoli numero 300 che per necessità li sostengono colli pascoli… sia pubblici… sia comunali a uso pubblico, senza li quali non potrebbero assolutamente mantenerli ed in mancanza di tale comodo dovrebbero rinunciare al mantenimento degli animali con rovina delle famiglie».
26 anni dopo, i diligenti redattori dell’indagine del 1818, commissionata dalle autorità austriache, sullo “Stato dei Beni Comunali” nella Provincia del Friuli: annotano: «La Regia cancelleria di Gemona asserisce che tutti li fondi Comunali possessi dalle sue Comuni sono di loro proprietà».
Quasi altri cent’anni sono passati, ma queste due testimonianze, tratte dalla copiosa documentazione raccolta e studiata da Alida Londero e Alma Bianchetti, penso siano sufficienti a farci intuire perché valga ancora la pena di ragionare sulle Terre civiche della Comunità di Gemona.
Se conosciamo qual è l’origine di tali proprietà e quale sia stata nei secoli la funzione di questi Beni, possiamo capire chi oggi sia il legittimo proprietario di ben 1400 ettari di boschi e pascoli e, a maggior ragione, possiamo confrontarci sulle modalità più opportune per gestire tale consistente porzione di territorio, affinché rappresenti, oggi come nel passato, un antidoto a quella che, Grazie a Dio, non siamo più costretti a temere come «rovina delle famiglie», ma che sicuramente possiamo definire crisi economica, sociale, politica ed ecologica.
L’incontro di questa sera cade dunque a proposito. Proprio nel mentre la Comunità gemonese ha iniziato a prendere coscienza di essere comproprietaria di una consistente fetta di territorio ed ha intrapreso un percorso di riflessione per valutare se tali Beni collettivi possano essere goduti e valorizzati attraverso quelle forme di gestione diretta e comunitaria che la legge auspica (cfr. legge statale 17 aprile 1957, n. 278), riconoscendo le radici storiche di questo «altro modo di possedere», né privato né pubblico, e riconoscendo che soltanto una gestione comunitaria consente il pieno dispiegamento delle funzioni economiche, sociali e ambientali delle Terre collettive.
Nel percorso di riscoperta dei Beni civici della Comunità di Gemona ci aiuteranno, questa sera, l’insegnante e studiosa di storia locale Alida Londero, che tutti voi già conoscete, e la professoressa Alma Bianchetti, docente di Geografia umana presso la nostra Università friulana.
Da tempo, Alida Londero offre contributi preziosi per capire come siano stati utilizzati nel passato i Beni civici del Gemonese e quali attentati abbiano subìto per colpa di statalizzazioni e privatizzazioni. Al riguardo, segnalo in particolare due saggi della Londero: “La città e il Campo - Per una storia del territorio”, apparso nell’opera “Decennale dell’Ecomuseo delle acque”, e “Il borgo di Godo nel medioevo”, diffuso dalla “Mappa della Comunità di Godo”.
Alma Bianchetti, dal canto suo, alla fine dello scorso anno, ha dato alle stampe la terza parte dell’opera “Ville friulane e Beni comunali in Età veneta”, nell’ambito del progetto “Atlante dei beni comunali”. Nel volume, edito dall’editrice universitaria “Forum”, sono trascritti e analizzati importanti documenti riguardanti le Terre collettive di Gemona e di tutti gli altri Comuni (eccettuato Montenars) riuniti nell’Ecomuseo delle acque.
Se ancor oggi si pubblicano libri di questo genere o si intraprendono studi sulle forme di gestione collettiva sperimentate in epoche ormai lontane non è per nostalgia del passato o per rievocare inesistenti “Età dell’oro” né tanto meno per ricercare improbabili pretesti per intralciare la macchina amministrativa o l’intraprendenza imprenditoriale di chicchessia.
L’attualità della Proprietà collettiva e l’urgenza di una gestione comunitaria dei Beni civici, ma anche dei Beni comuni e dei Beni pubblici, è testimoniata in modo autorevole da positive esperienze, in parte analizzate nel recente inserto del periodico “Pense & Maravee”, che potete trovare anche in questa sede, e da personalità di livello mondiale.
Ad esempio, si può ricordare che, nel 2009, la “Reale Accademia svedese delle Scienze” ha insignito la scienziata americana Elinor Ostrom del “Premio Nobèl” per i suoi studi sull’Economia delle scelte collettive e delle risorse comuni. Lo stesso Stefano Rodotà, salito agli onori della cronaca durante la tormentata elezione del Presidente della Repubblica, si era distinto nel 2007 come presidente della Commissione, istituita dal Ministero della Giustizia, per la modifica delle norme del Codice civile in materia di Beni pubblici, che ha affrontato anche i temi di cui ci occupiamo questa sera.
L’opportunità di confrontarci con il fenomeno della Proprietà collettiva è suggerita anche dalla consistenza che tali assetti storici e giuridici continuano a rivestire, in tutto il Friuli.
Questa particolare forma di «Bene comune di pubblico e generale interesse» riguarda 148 Comuni della Regione su poco più di 200.
I Comuni ove sussistono Proprietà collettive ufficialmente riconosciute (come nel caso di Gemona) sono 55 e, se calcoliamo la popolazione che vive in questi 55 Comuni, abbiamo un totale di oltre 418mila cittadini coinvolti (pari al 34,5% dell’intera popolazione regionale), su una superficie di 3mila 644 chilometri quadrati (pari al 46,3% dell’intero territorio regionale).
A questa parte consistente della Regione, vanno aggiunti altri 93 Comuni, ove le rispettive Comunità locali attendono ancora l’accertamento dei loro più che probabili diritti di proprietà sulle Terre comuni.
Secondo il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva, ma anche secondo la Consulta nazionale della Proprietà collettiva, di cui potrete leggere con calma la Carta costitutiva che vi è stata distribuita, soltanto una visione distorta dello sviluppo e della gestione delle risorse naturali e una scandalosa carenza di cultura della democrazia impediscono ancora che le Terre civiche esplichino le proprie potenzialità economiche, sociali e ambientali, anche nei nostri Comuni e nella nostra Regione, come già avviene in Regioni quali Veneto, Trentino ed Emilia-Romagna.
Putroppo, da noi, si stenta ancora a riconoscere che lo sviluppo non può prescindere dalla valorizzazione delle attività agro-silvo-pastorali, dalla salvaguardia ambientale del territorio e dal potenziamento delle attività economiche fondate sulle risorse e sui saperi locali e sostenibili socialmente e ambientalmente.
Purtroppo, non è ancora pacifico nemmeno il fatto che la gestione delle risorse naturali non può prescindere dal coinvolgimento e dalla responsabilità delle comunità locali.
In crisi, però, è anche la nostra cultura democratica, visto che invece di riconoscere la democrazia come «forma di convivenza che vive della pluralità» si continua a perseguire l’“uguagliamento” dei cittadini e non si permette che gli ordinamenti comunitari tipici delle Proprietà collettive si esprimano liberamente.
D’altronde, chi mira principalmente alla gestione del potere per forza mal sopporta un sistema rappresentativo della Comunità che non tien conto soltanto degli interessi delle singole persone, ma che ha a cuore anche degli interessi delle cose – ovvero la Terra comune – e delle persone che faranno parte della Comunità soltanto in futuro – ovvero le prossime generazioni –.
E allora succede che coraggiose esperienze di gestione patrimoniale di tipo usufruttuario siano avversate e intralciate dai Comuni e debbano quotidianamente fare i conti con l’incertezza legislativa, la farraginosità burocratica e gravi ritardi amministrativi.
Nonostante tutto ciò, il popolo delle Terre collettive, per essere credibile e convincente, deve dimostrare di essere capace di realizzare “un altro modo di fare economia”. Non basta difendere le Proprietà collettive, ci vuole una gestione vera, che superi la riduttiva concezione del prelievo o della rendita.
Ci vogliono Piani di gestione attiva e associata dei patrimoni, affinché ogni Comunità titolare di Beni civici divenga un autentico “Attore territoriale dello sviluppo locale”, attraverso i propri organi di autogoverno, siano essi i Comitati per l’amministrazione separata (come avviene in Carnia e nella pianura friulana e come noi auspichiamo avvenga presto anche a qui a Gemona) siano essi le Comunioni familiari o i Consorzi vicinali (come avviene in Val Canale e sul Carso).

Luca Nazzi
Coordinamento regionale della Proprietà collettiva