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"La Vicìnia"
Lui dal 2013
 
Pietro Nervi, presidente del Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive di Trento (© foto Simone Di Luca)

Un saggio di Pietro Nervi, economista dell’Università di Trento
LA GESTIONE PATRIMONIALE DEI DEMANI CIVICI
Lo ha pubblicato l’Associazione culturale “Carlo Cattaneo” di Pordenone

Grazie all’Associazione culturale “Carlo Cattaneo” di Pordenone, l’economista trentino Pietro Nervi offre un nuovo importante contributo alla comprensione e allo sviluppo del tema della “Gestione patrimoniale dei demani civici”.
Nel volume “La città sussidiaria – Vivere oltre lo Stato”, edito nel 2012 al termine di un ricco ciclo di conferenze e convegni (www.associazionecarlocattaneo.com), appare un suo saggio su “Assetti fondiari collettivi e strategie di governo del territorio”, che bene evidenzia le specificità della Proprietà collettiva. La quale non è soltanto un «altro modo di possedere», come in epoche diverse hanno sottolineato Carlo Cattaneo e Paolo Grossi, ma anche un «altro modo di fare economia» in grado di offrire risposte concrete ai bisogni delle famiglie e della comunità, anche in condizioni particolarmente svantaggiate e difficoltose.
Pietro Nervi, presidente del Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive di Trento (www.usicivici.unitn.it/), ha trattato a più riprese il tema della “Gestione patrimoniale”.
Nel 1997, per esempio, quando ha ispirato il Documento-Proposta su “Le Terre civiche nella montagna del Friuli”, scaturito dall’omonimo convegno di Ravascletto. Oppure, nel testo del 2003 “La gestione patrimoniale dei demani civici fra tradizione e modernità”, pubblicato dal volume “Terre collettive ed usi civici dagli antichi diritti delle popolazioni al diritto all’ambiente delle future generazioni” (“Edizioni del Parco”, Monte Sant’Angelo). E, inoltre, nel 2008, in occasione del convegno promosso da “Aproduc” su “La gestione dei Beni di Demanio civico: gli Enti gestori” (i cui atti sono stati dati alle stampe nel 2008).


Assetti fondiari collettivi e strategie di governo del territorio

Pietro Nervi

Nel recente numero della sua rivista, con la consueta lucidità di analisi, Sergio Ristuccia (1), dapprima, avverte che «rimane il problema del governo del territorio come governo che è sì delle città, allargate o meno, ma anche di quel territorio che si sottrae all’inglobante uso urbano» e, successivamente, si domanda «come lo si organizza o regola nella necessità, via via acquisita, che il sistema di governo debba essere pensato e realizzato partendo dai livelli bassi delle esigenze espresse dalle popolazioni residenti?».
In questi “livelli bassi” devono essere inseriti anche gli assetti fondiari collettivi, sia per l’estensione e la localizzazione della superficie interessata, sia per la natura giuridica ed economica, sia per la struttura eco-sistemica che tali assetti evidenziano; e, quindi, in ragione del fondamentale ruolo che essi possono svolgere sia in relazione con la comunità titolare del patrimonio civico, sia e, soprattutto, in ragione delle relazioni con l’ambiente fisico-geografico e con quello socio-economico più ampio.
Per una migliore illustrazione del problema conviene prendere le mosse dai rilievi compiuti (2) nell’immediato secondo dopoguerra dall’allora Ministero dell’Agricoltura (3), dai quali si ricavano i dati elencati nella tabella riportata nella pagina seguente.
Relativamente ai dati riportati nella tabella occorre precisare quanto segue: a) la rilevazione non poté essere estesa ad alcune aree del Nord-Est del nostro Paese; b) nel corso del tempo, i dati ivi riportati hanno subito variazioni: 1) in aumento, per successivi accertamenti e rivendicazioni da parte delle comunità locali, e 2) in diminuzione, per espropriazioni, occupazioni abusive, vendite; c) il recente Censimento dell’Agricoltura condotto dall’Istat nell’anno 2010 mette in evidenza una realtà complessivamente differente, essendo stata censita una superficie di 1.103.000 ettari in possesso e gestita dagli enti espressi dalle organizzazioni di proprietà collettiva.
Come si può notare dai dati sopra riportati, già l’entità stessa della superficie precisa la dimensione tecnica, economica, giuridica delle terre e stabilisce i limiti del problema politico delle terre di collettivo godimento, alla cui comprensione è ugualmente utile la conoscenza della sua distribuzione geografica.
Per conoscere e comprendere con maggior precisione il tema e tentare di dare una risposta alle domande poste da Ristuccia sembra opportuno approfondire alcuni profili degli assetti fondiari collettivi i quali possono portare a mo¬dalità di interventi utili al governo del territorio.

La questione semantica: la terra quale bene comune della collettività locale

Ancora nell’anno successivo alla promulgazione della legge n. 1766/1927, Arrigo Serpieri (4), trattando della c. d. “Comunità montana”, riconosceva nella montagna italiana e specialmente nelle Alpi e nell’Appennino settentrionale e centrale, la presenza di un ordinamento caratterizzato dall’esistenza di una collettività, generalmente di contadini, talora coincidente con la collettività di quegli abitanti in un comune amministrativo, talora distinta come Comunità avente personalità giuridica o solo di fatto (comunanze, comunalie, università, vicinie, corporazioni di originari, ecc.), i cui membri tengono in proprietà privata o in godimento individuale terreni prevalentemente agrari (seminativi, prati falciati, ecc.) ed insieme esercitano più o meno estesi godimenti (usi civici e simili), individualmente o collettivamente, in terreni prevalentemente pascolivi o boschivi, che il comune, o la comunità da esso distinta, tiene in proprietà pubblica o collettiva.
Dobbiamo in proposito ricordare come già in precedenza Carlo Cattaneo (5) (1852), malgrado le sue intenzioni e i suoi interessi ideologici, riconobbe che la razionalizzazione del Piano di Magadino non avrebbe ottenuto facilmente cessioni del terreno comune, poiché «nel concetto delle popolazioni questo è il bene più prezioso», non in funzione del suo valore di scambio, sentito come riduttivo e funzionale, ma in forza del suo significato sociale di ambiente a vantaggio di ognuno. E, a proposito degli assetti fondiari collettivi, Cattaneo ricordava come «questi non sono abusi, non sono privilegi, non sono usurpazioni: è un altro modo di possedere, un’altra legislazione, un altro ordine sociale, che, inosservato, discese da remotissimi secoli sino a noi».
Paolo Grossi (1977) (6), maturando la consapevolezza che delle proprietà collettive si trattasse non di episodi da relegarsi nel novero delle mere curiosità storiche, bensì di un pianeta appartato affondante in un costume almeno plurisecolare, munito di propri valori, disciplinato da un ben definito breviario di regole, rimasto assolutamente minoritario ed appartato nel corso dei secoli, ma meritevole di rispetto, adotta a titolo del suo contributo la locuzione “Un altro modo di possedere”, quale altra soluzione all’eterno problema del rapporto uomo/terra, mettendo in risalto (2008) come «il tratto tipizzante di queste realtà sia il rapporto uomo/terra non riducibile all’emungimento di un forziere di ricchezza, né la terra è qui, in prima linea ricchezza» (7).
Peraltro, ritenendo ambigue altre dizioni, quali proprietà collettiva, dominio collettivo, ecc., proprio su indicazione di Grossi (8), è venuto a trovarsi un diffuso consenso sulla dizione di assetto fondiario collettivo, da intendersi proprio nel significato in cui i componenti di una Comunità insediata in un territorio hanno il diritto di usare il medesimo terreno, ciascuno per proprio conto, al fine di trarne utilità secondo regole che la stessa Comunità stabilisce.
Gli assetti fondiari collettivi si presentano, quindi, con un fondo collettivo, generalmente, a destinazione agro-silvo-pastorale (il c. d. demanio civico) come unità oggettiva, con a fianco una unità soggettiva (l’unità di gestione) che si incentra in un ente di gestione espresso dalla Comunità locale.
Come tali, gli assetti fondiari collettivi concorrono a formare e, in parte anche, a condizionare lo specifico regime fondiario di un territorio, vale a dire quel complesso di caratteri e condizioni che ne determinano la varia attitudine a servire come mezzo di produzione e come sede di vita sociale.

La longevità storica degli assetti fondiari collettivi

Una delle caratteristiche più impressionanti degli assetti fondiari collettivi è la longevità storica, sia della tecnologia adottata, sia delle stesse istituzioni. A titolo di esempio, nel Trentino, nell’anno 2010 la Comunità delle Regole di Spinale e Manez ha ricordato i 600 anni dell’approvazione del suo primo statuto scritto e nell’anno 2011 sono stati ricordati i 900 anni del riconoscimento ufficiale della presenza storica della Magnifica Comunità di Fiemme, attraverso la stipulazione dei Patti Gebardini; la Regola Feudale di Predazzo ha festeggiato i 403 anni della sua fondazione, separandosi e distinguendosi dalla Regola Generale di Predazzo. Ma le istituzioni qui citate sono ancora più antiche!
Ragion per cui, accostandosi a questa complessa e non facile materia, di ogni assetto fondiario collettivo occorre tener presente la storia, la storicizzazione, l’attenta collocazione nel tempo e nello spazio, all’interno di fatti geologici, climatici, economici, politici, sociali, al fine di coglierne la tipicità, registrarne le diversità, pretenderne il rispetto della singolarità.
Molteplici possono essere le spiegazioni della longevità storica degli assetti fondiari collettivi.
Dalle ricerche compiute sulle esperienze di tali assetti si può sostenere che tale risultato non deriva dalla pigrizia o dalla ignoranza degli individui (Perrings (9), 1985), dovendosi piuttosto attribuire alla regolamentazione collettiva della capacità produttiva del demanio civico adottata al fine di minimizzare l’eccesso di domanda di risorse comprese all’interno delle terre di collettivo godimento. Alcuni autori (in particolare, A. V. Chayanov (10), 1966) sostengono che la performance degli assetti fondiari collettivi va individuata nella differenza degli obiettivi perseguiti dalla proprietà collettiva e dall’impresa privata: a differenza di quanto accade nell’impresa privata, negli assetti fondiari collettivi l’obiettivo non è il profitto, ma la massimizzazione delle utilità percepite dalle famiglie consociate nell’ente collettivo. Altri autori (ad esempio, M. Nash (11), 1967) mettono in risalto non le preferenze degli individui, avendo tutti la stessa “motivazione al guadagno”, bensì l’esistenza di vincoli collettivi sul comportamento individuale nell’uso del patrimonio comune. Altri (come M. Sahlins (12), 1974) sostengono la priorità della coesione sociale della comunità imposta come fine dell’attività di gestione del bene comune, per cui il livello di domanda di utilità assunto come norma deve essere alla portata della maggioranza delle famiglie consociate nella Comunità. L’esistenza, infatti, di un sistema di regole d’uso delle risorse comuni implica già di per se stessa un qualche tipo di consenso sociale sul tipo e sul livello di attività considerati appropriati e, quindi, una decisione collettiva, comunque presa. Altri ancora, (in particolare M. Godelier (13), 1972) sono giunti alla conclusione che la “struttura sociale” utilizza sistematicamente il bene comune secondo un “controllo cosciente” al fine di conseguire diversi obiettivi sociali, inclusa la sostenibilità dell’ecosistema rappresentato dal fondo comune.
Con riferimento al nostro Paese, oltre a Paolo Grossi precedentemente citato (14), dobbiamo ricordare M. S. Giannini (15) (1979) allorché afferma che «i dominii collettivi sono, in definitiva, strumenti di conservazione del patrimonio naturale in via storica e di fatto, in quanto la protezione dell’ambiente naturale non è nelle normative proprie di tali istituti, ma quasi sempre un risultato, non una finalità dell’istituto o un effetto giuridico che la normativa medesima produca». E C. A. Graziani (16) (2006) quando precisa che nel caso della proprietà collettiva siamo di fronte ad «una dimensione che sempre meno è riconducibile all’economia» e conclude che «in quelle proprietà la terra era veramente oggetto non già di dominio e sfruttamento, ma di buon governo».

Riconoscimento della soggettività delle organizzazioni famigliari montane

Non è necessario ricordare in questa sede le lotte che le organizzazioni famigliari montane, in particolare quelle del Nord Italia, hanno condotto per difendersi dalla legge del 1927 e per porsi fuori dalla sua applicazione. È sufficiente constatare l’incremento della superficie di collettivo godimento a favore degli enti di gestione collettivi, di cui si è detto in precedenza.
Peraltro, come sostiene Germanò (17), la legge 1766 del 1927 è “transitata” in una situazione politico-giuridica diversa da quella del momento della sua approvazione, ed è “finita” in un sistema caratterizzato dal principio democratico, dall’esaltazione del principio di partecipazione alla gestione della cosa pubblica e dalla tutela delle formazioni intermedie e, quindi, con l’inserimento dell’Italia nella Comunità Europea, dalla tutela dell’ambiente.
Sembra tuttavia utile richiamare a questo proposito alcuni pronunciamenti significativi aventi per oggetto il riconoscimento della soggettività degli assetti fondiari collettivi.
I primi, di natura legislativa, per i quali tale autonoma soggettività rispetto a quella dell’ente di appartenenza risulta attribuita sia dalla stessa legge 16 giugno 1927 n. 1766 (artt. 8, 11 e 25), sia dalla legge 17.4.1957 n. 278. A queste vanno aggiunte le disposizioni del lgs. 1104/1948 sulle Regole del Cadore e quelle dell’art. 34 (18) della legge 991/1952, la legge 1102/1971 (art. 10), infine la legge 97/1994 (art. 3).
I secondi, di natura giurisprudenziale, avendo la Suprema Corte di Cassazione affermato nel 1992 che «le Frazioni del Comune – che, di norma costituiscono una mera entità naturale di fatto caratterizzata dalla presenza dell’insediamento di una parte della popolazione comunale in una località staccata da altri nuclei abitati dell’ente locale e dotata di interessi, sempre di fatto, legati a circostanze di ordine economico, storico, sociale e religioso – hanno tuttavia, in materia di amministrazione di beni assoggettati ad uso civico della popolazione frazionaria, una soggettività diversa da quella dell’ente di appartenenza ed autonomamente esercitabile, anche ai fini del recupero del perduto possesso di detti beni, attraverso un apposito comitato per l’amministrazione separata, da nominarsi secondo le previsioni dell’art. 26 della l. 16 giugno 1927 n. 1766 e del relativo regolamento di esecuzione di cui al r. d. 26 febbraio 1928 n. 332, come successivamente modificato e integrato» (19). La stessa Suprema Corte ha stabilito nel 1994 il principio per cui «le frazioni dei comuni, pur costituendo circoscrizioni amministrative del comune, possono essere titolari di beni di proprietà o di uso collettivo, come quelli destinati ad uso civico» (20).
A conclusione di questo tema specifico, come insegna A. Germanò (21), sembra opportuno riflettere sulla portata dell’art. 3 della legge 97/1994, rilevando come essa riconosce a tutte le collettività titolari di terre civiche o di terre collettive: a) la natura di soggetti privati e non pubblici; b) un’ampia autonomia statutaria; c) la natura indivisibile, inalienabile, inusucapibile e vincolata ad una destinazione agro-silvo-pastorale dei beni collettivi; d) un potere di auto-determinarsi nella disciplina endo-associativa, nella gestione dei beni collettivi e nell’esercizio delle attività agro-silvo-pastorali, con l’obbligo non già di conformarsi a determinate regole statali e/o regionali, salvo il rispetto dell’ordine pubblico, ma di comprendere nel proprio statuto specifiche disposizioni che garantiscano la destinazione e la conservazione della proprietà collettiva.

Un patrimonio collettivo composito

La gestione patrimoniale del demanio civico, come attuata dagli enti di gestione, si presenta in generale come un prolungamento della gestione della terra, considerata dal punto di vista delle sue attitudini che derivano dalle sue qualità fisiche originali o acquisite attraverso i miglioramenti fondiari.
Tuttavia, invece della parola “terra” considerata tradizionalmente come fattore della produzione terriera, sembra a noi più consono riprendere oggi dalla celebre tripartizione che ci è stata tramandata dai classici (22) il termine “natura”, nel senso lato di “fattori naturali”, che sono un insieme di materie e di energie: l’estensione e la fertilità dei terreni coltivabili, le materie racchiuse nel sottosuolo, il clima, i corsi d’acqua, e così via (23). Ragion per cui nel caso degli assetti fondiari collettivi, per patrimonio civico si deve intendere l’insieme degli elementi naturali e dei sistemi che essi formano suscettibili di trasformarsi e di essere trasmessi alle generazioni future così come individuabili nel demanio civico (24).
Sotto questo profilo, attributi fondamentali della terra comune sono la sua estensione, che è una quantità fissa, la giacitura, la topografia, non modificabili dall’uomo, un “dato” e non un’“incognita” del problema economico.
Nell’accezione comune “natura”, in contrapposto al “capitale”, è tutto ciò che non è stato creato dal “lavoro” dell’uomo, quantunque questo possa modificare o circoscrivere o dirigere l’azione dei fattori naturali, combinandoli in vario modo. E se all’osservatore attuale non appare possibile distinguere la “terra” da tutte le modifiche che gli uomini hanno apportato alla terra stessa nel corso delle generazioni, ciononostante c’è pur sempre un elemento “natura” diverso da ciò che è dovuto all’azione dell’uomo: azione che è una semplice trasformazione di materie e di forze preesistenti.
Conseguentemente, tutti i fattori naturali individuabili nell’unità oggettiva, che abbiamo chiamato demanio civico, sono da considerarsi componenti del patrimonio naturale, che l’unità soggettiva è chiamata a gestire e a trasformarli in risorse naturali nella prospettiva di solidarietà, ad un tempo
sincronica con la presente generazione e diacronica con la generazione futura.
Tra le numerose classificazioni delle risorse naturali, utile ai fini della gestione patrimoniale dei demani civici, può essere giovevole quella che suddivide le risorse in due gruppi: “risorse materiali” e “risorse ambientali” distintamente dalla base territoriale.
Le “risorse materiali”, sono rappresentate da:
a) risorse minerali, quali i minerali, la ghiaia, le rocce, l’energia geotermica, ecc., la cui caratteristica fisica è rappresentata dalla non rinnovabilità;
b) risorse biologiche nell’aria, nell’acqua e di terra, potenzialmente rinnovabili;
c) risorse di flusso, date dalla radiazione solare, dal ciclo idrologico, dall’atmosfera (vento), ecc., caratterizzate dalla rinnovabilità.
Le “risorse ambientali”, dette anche risorse di stato, vanno individuate nel suolo, nell’aria, nell’acqua, nelle specie biologiche, specie se uniche, ma anche nelle biocenosi, ecc. Sono potenzialmente rinnovabili e presentano la caratteristica di combinarsi al fine di erogare servizi naturali finali. Il processo di produzione è governato da un insieme di principi ecologici e non richiede un intervento specifico da parte dell’uomo, non richiede né fattore lavoro né fattore capitale. Tutte le funzioni di natura bio-geo-chimiche di cui beneficia direttamente l’uomo, senza che questi debba intervenire nella loro produzione, designano le risorse che costituiscono la base di fattori di produzione di servizi naturali finali.
Come anticipato in precedenza, le risorse naturali contribuiscono alla erogazione di servizi naturali finali ed alla produzione di beni finiti o intermedi. Ci sembra, peraltro, di dover insistere sulla necessità di tenere distinti chiaramente questi due tipi di funzione e la base territoriale del demanio civico che ne è il supporto fisico: per cui contenuto (risorse e funzioni) e contenente (supporto fisico) possono essere esaminati distintamente, ma non si possono separare. In proposito, vale la pena di sottolineare il caso dell’acqua (25). Questa, considerata come elemento naturale non può essere dissociato dalle strutture permanenti, né dai fattori stabili e mutevoli che ne provocano la precipitazione e ne organizzano la distribuzione, che ne determinano i regimi, ne condizionano lo stato.
Volendo scendere in un esame più dettagliato, dobbiamo riconoscere che per le “risorse naturali come fattori di produzione di beni finiti o intermedi” ci troviamo nell’ambito privilegiato dell’analisi economica tradizionale. La letteratura sul tema è considerevole e raggiunge molto spesso livelli di complessità notevoli. Sotto questo profilo, si privilegia l’obiettivo della massimizzazione della produttività primaria e si pone l’accento sulla rilevazione delle potenziali produzioni territoriali che somministrano le materie prime ed alimentari.
I soggetti interessati a trarre utilità da queste risorse sono individuabili nelle unità (26) di consumo e/o di produzione e appartengono ai rami di attività:
a) dell’industria estrattiva; b) dell’industria collettrice (caccia, pesca, raccolta di funghi, di materiale genetico, ecc.); c) dell’agricoltura; d) della selvicoltura; e) dell’allevamento; f) dell’industria delle energie rinnovabili; g) dell’industria delle acque minerali.
In questo caso, l’utilizzazione delle risorse naturali come fattori di produzione ha una duplice conseguenza: da una parte, ne àncora le funzioni ad un determinato territorio favorendo la denominazione di origine geografica del prodotto (il marmo o l’acqua minerale come gli abeti di risonanza, il formaggio di malga come il tartufo bianco o nero) e, da un’altra parte, le rende strettamente collegate al progresso tecnico che permette, mediante la sostituzione o per effetto diretto di innovazioni, di ridurre il consumo della risorsa naturale nel processo di produzione a parità di risultato.
Prendendo in esame le “risorse naturali come fattori di produzione di servizi naturali finali” ci troviamo in un ambito meno studiato nella loro allocazione: non è più presa in considerazione la singola risorsa con i relativi flussi, bensì un’area. Queste risorse possono essere direttamente “consumate” poiché entrano come argomento della funzione di utilità degli individui. I servizi sono molto diversificati: per esempio, certi equilibri naturali non sono evidenti se non in presenza della loro rottura; altri sono addirittura vitali (mantenimento della composizione chimica dell’aria, filtro dei raggi ultravioletti, ecc.). Vale la pena di rimarcare come i servizi naturali finali contribuiscano anche a formare le c.d. amenità o le attrattive di un territorio, contribuendo a rendere il quadro di vita piacevole (paesaggio, possibilità di percorsi nella natura, ecc.), come anche a rappresentare un valore pedagogico dato dal potenziale di informazioni presente degli ecosistemi del demanio civico. E, per chiarire l’importanza della diversità dei servizi resi, basti ricordare il valore d’uso di un parco, il valore di esistenza di un’area protetta, il valore di esistenza dato dalla garanzia della demanialità civica del terreno, ecc.
Ponendo l’attenzione sulla produzione di servizi naturali finali, è possibile riconoscere che appartengono a questo ramo di produzione le funzioni:
a) ambientali (regolazione dei cicli biogeochimici, conservazione della natura, captazione delle sostanze inquinanti, protezione idro-geologica, conservazione dei geni, biodiversità, ecc.);
b) ricreative a carattere rigenerativo e/o a carattere attivo/sportivo;
c) estetico-paesaggistiche (paesaggio naturale, paesaggio curato, amenità, quadro di vita piacevole, ecc.);
d) culturali (potenziale di informazione ecologica, storica, sociale).
A differenza di quanto esposto per le risorse naturali considerate come fattori di produzioni di beni, per le risorse considerate come fattori di produzione di servizi naturali finali, si deve, invece, rilevare come queste presentano possibilità di sostituzione solamente entro certi limiti, in ragione del fatto per cui i servizi naturali finali risultano da processi autonomi poco suscettibili di sostituzione e la base territoriale non è suscettibile di estensione; inoltre, non è difficile intravedere un modo di intervento positivo, poiché molto spesso le azioni antropiche si rivelano in grado di generare effetti negativi sulla base territoriale di erogazione.
Da ultimo, ma non ultimo, osservando la destinazione delle terre di demanio civico e tenendo conto che dalla combinazione degli elementi naturali si perviene a individuare specifici “eco-sistemi”, questi devono essere singolarmente valutati come «l’unità di base del funzionamento della natura e il livello di organizzazione della natura stessa più conveniente per l’analisi ecologica» (27).
Nella diversità di situazioni vale la pena di distinguere specifici ecosistemi:
a) zone artificializzate (cave, miniere a cielo aperto, aree di deposito, aree attrezzate per attività sportive, aree per pic nic);
b) zone agricole (terre lavorabili, prati, ecc.);
c) zone poco artificializzate (aree forestali, spazi con vegetazione, spazi senza vegetazione, zone umide);
d) corpi idrici (corsi d’acqua, laghi, bacini artificiali, ecc.).
Negli eco-sistemi è possibile individuare una struttura (componenti e fattori), un funzionamento (i processi ecologici), una vicenda temporale (successione ecologica). Sotto questo profilo, è evidente l’attenzione dovuta dall’ente di gestione all’obiettivo della massimizzazione dell’efficienza eco-sistemica con riguardo sia all’ambiente fisico geografico, sia all’ambiente economico-sociale.
In proposito, l’esperienza ci insegna come l’utilizzazione non agro-silvo-pastorale è generalmente pressoché irreversibile e se è relativamente facile trasferire una terra agricola verso un uso non agro-forestale, tale non è il caso in senso inverso. È per questa ragione di irreversibilità che si impiega generalmente il termine di “consumo” di suolo per la destinazione edificiale, industriale e infrastrutturale. Si può anche ammettere che una volta destinata ad uno di questi usi, il suolo diventi inutilizzato per gli altri: in maniera generale, si può dire che ogni cambiamento d’uso comporti un costo di adattamento. Ad esempio, quello che è basso, nel senso dal prato alle terre coltivabili diventa già molto elevato nel senso dalla foresta verso terre coltivabili e si raggiunge praticamente l’irreversibilità nel caso delle superfici edificate.

Le implicazioni patrimoniali delle caratteristiche delle risorse naturali

Per esaminare correttamente le implicazioni patrimoniali delle caratteristiche delle risorse naturali nella gestione delle risorse naturali, occorre distinguere almeno quattro situazioni caratteristiche: 1) quella delle risorse rinnovabili; 2) quella delle risorse non rinnovabili; 3) quella delle risorse naturali ad uso comune; 4) quella delle risorse uniche.
Come è noto, una risorsa è detta rinnovabile se prelievi periodici possono essere prolungati indefinitivamente. In generale, la crescita netta della risorsa è condizionata dal livello dei prelievi e deve essere fissato per l’insieme di un periodo e non a un dato istante. È questo il caso delle risorse naturali di tipo biologico. Il fatto di essere rinnovabile non implica necessariamente che la risorsa sia non distruttibile; anzi, si può ritenere che le risorse rinnovabili siano addirittura più vulnerabili delle risorse non rinnovabili.
Una risorsa è detta non rinnovabile se i prelievi compiuti riducono irrevocabilmente gli stocks disponibili. In questo caso si pone il problema di sapere se la risorsa è utilizzata troppo velocemente oppure troppo lentamente.
Sono risorse naturali soggette ad uso comune di più soggetti quelle per le quali nessuno ha il diritto o i mezzi di escludere gli altri dall’uso e tutti possono concorrere liberamente all’uso. In questo caso non si tratta tanto di una situazione che può condurre all’annullamento della rendita, quanto a prelievi che si risolvono in una diminuzione della produttività primaria o della fertilità del fondo; tali sono i casi collegati, ad esempio, all’abbassamento della falda freatica oppure ai diversi fenomeni di inquinamento che riducono la fertilità della terra o la produttività della singola risorsa o che allontanano la selvaggina da determinate aree. È noto, infatti, come la scomparsa di specie biologiche può derivare sia dalla distruzione dell’habitat, sia da un prelievo eccessivo; ma, di queste due cause, la prima è incontestabilmente la più importante e più subdola, dal momento in cui i prelievi sono, almeno potenzialmente, soggetti alla regolamentazione ed ai relativi controlli.
Esistono poi, risorse che per le loro proprietà possono essere considerate come uniche; ciò significa che la loro scomparsa riveste un carattere irrevocabile. Alcuni elementi della flora o della fauna possono essere compresi in questa categoria, ma sono soprattutto gli “habitats” che devono esservi senz’altro compresi.
Indubbiamente, per le risorse di tipo rinnovabile possono essere individuati principi che garantiscano un uso inferiore o uguale al tasso di rinnovazione naturale oppure uno che non superi in maniera distruttiva la capacità di assimilazione dell’inquinamento. Ma per le risorse non rinnovabili la questione è più delicata: in termini fisici, è chiaro che il loro stock può essere mantenuto costante purché non lo si usi. Sia che si tratti di risorse esauribili o non, il progresso tecnico gioca un ruolo determinante: permettendo di migliorare la produttività biologica, di accrescere la capacità di assimilazione dell’ecosistema, di realizzare sostituti per le risorse esauribili.
La questione dell’irreversibilità e dell’esaurimento delle risorse, sulla quale ci siamo brevemente soffermati in precedenza, sono fondamentalmente problemi di equità tra le generazioni; ed appare chiaro come principi etici devono prevalere in rapporto al semplice funzionamento del mercato.
Già i forestali (28), operando proprio nelle terre demaniali e potendo così sottrarsi alla pura logica di mercato, sono stati i primi ad elaborare il concetto di rendimento regolare e continuo.
Sulla stessa linea, Ciriacy-Wantrup (29), ancora nel 1952, delinea un principio con il suo “safe minimun standard of conservation”, secondo il quale bisogna evitare le alterazioni che economicamente impedirebbero un ritorno allo stato iniziale. A seguire, nel 1977, per Page (30), sono le opportunità di scelta delle generazioni future che bisogna mantenere.
Contemporaneamente, con i lavori di Hartwick è venuta emergendo molto chiaramente la nozione di compensazione intergenerazionale. L’autore enuncia la regola secondo la quale tutte le rendite che sorgono dall’esaurimento delle risorse naturali devono essere investite in capitale riproducibile, in grado di sostituirsi ai fattori naturali di produzione (31). L’ampio dibattito che ha fatto seguito al lavoro di Hartwick ha messo in evidenza come il problema dell’equità intergenerazionale e dell’attualizzazione non possa essere ricondotto in maniera semplicistica alla fissazione di una regola di attualizzazione o ad una scelta di un conveniente saggio di capitalizzazione.
Un ulteriore contributo ci viene dai lavori di Henry (1990), orientati ad esplorare gli effetti del principio di co-proprietà tra le generazioni. Secondo questo principio, le generazioni hanno un uguale diritto all’esistenza del patrimonio, ragion per cui «una generazione non può espropriare un’altra che alla condizione di assicurare a questa una compensazione specifica sufficiente quale sarebbe accettabile in una transazione volontaria» (32).

La gestione patrimoniale del demanio civico

Si tratta di una forma di gestione fondiaria che riposa sul concetto di patrimonio (33), vale a dire l’insieme dei beni ereditato dalla generazione precedente e destinato ad essere trasmesso alla generazione successiva secondo una destinazione oppure una linea.
Secondo Madjarian (34), «ciò che è proprio di un patrimonio è di non essere indifferente agli uomini che l’hanno prodotto o riprodotto; il patrimonio rinvia necessariamente al passato della sua produzione e della sua riproduzione, alle condizioni nelle quali esse si sono realizzate. Il patrimonio lega al passato il soggetto che al presente ne è il titolare. E il patrimonio ha la funzione di assicurare l’unità dei membri di una comunità e la sua permanenza attraverso i differenti momenti della sua esistenza. Il rapporto dell’uomo con ciò che istituisce come patrimonio è contrassegnato da doveri e da responsabilità». Sulla stessa linea di pensiero già Barel (35) aveva insegnato che «non si gestisce un patrimonio alla stessa maniera con cui si gestisce un capitale: si gestisce un capitale per aumentarlo, si gestisce un patrimo¬nio per trasmetterlo». In altre parole, a fondamento della gestione si mette l’accento sui doveri di conservazione del patrimonio.
Peraltro, come ci insegna Cornière (36), nel caso del demanio civico «i beni naturali, non essendo interamente appropriati, è per estensione che la nozione di patrimonio giuridico è loro applicata. Essa significa principalmente che i beni naturali appropriati o no, suscettibili di essere utilizzati attraverso le nostre attività devono essere trasmessi di generazione in generazione, indefinitivamente, come si fa da padre in figlio per i beni privati».

Si tratta, quindi, di una speciale modalità di gestione che deve essere considerata di natura istituzionalista (37), almeno sotto quattro aspetti, tutti correlati:
1) la presenza di una amministrazione che si collochi come centro di attenzione e come nucleo di valutazione;
2) la necessità di porre la gestione del patrimonio civico in relazione con l’ambiente fisico-geografico e con quello socio-economico esterni (all’assetto fondiario collettivo);
3) l’opportunità di ricorrere a paradigmi forniti da una pluralità di discipline, ciascuna con propri concetti, con proprie teorie, con propri metodi;
4) l’obbligatorietà di riconoscere il ruolo degli aspetti non monetari accanto a quelli monetari.
Gli elementi chiave della gestione patrimoniale del demanio civico possono essere così individuati:
1) nella concezione “olistica” del patrimonio civico, secondo la quale il valore dell’insieme è maggiore della sommatoria dei valori delle singole parti che lo compon-gono;
2) nella garanzia demaniale delle terre di collettivo godimento che consente di allungare i tempi dei piani di investimento e di valorizzazione delle risorse nell’ottica di conservazione delle risorse e del rendimento massimo regolare e continuo;
3) nella partecipazione della comunità titolare dei diritti d’uso all’attività amministrativa in senso oggettivo e soggettivo;
4) nel possesso delle terre di collettivo godimento da parte della stessa comunità locale, quale condizione necessaria e sufficiente affinché le risorse in esse presenti abbiano valore positivo;
5) nella consapevolezza collettiva che la gestione del demanio civico è associata ad un particolare tipo di proprietà e, quindi, ad un particolare sistema di valori (non solo prezzi) che deve informare le decisioni dell’amministrazione;
6) nella piena comprensione che la proprietà collettiva non ha intenti lucrativi, ma deve mirare, prioritariamente, a fornire ai componenti della comunità locale beni di consumo, materie prime ed energie, servizi naturali finali;
7) nell’adozione di regole d’uso delle risorse appropriate e legittime, approvate e riconosciute da tutti, accettate e rispettate.
Assetti fondiari collettivi quali elementi stabili
del sistema territoriale locale, non residuali né marginali
Nella visione dell’economista territorialista, gli assetti fondiari collettivi si collocano nel sistema locale come soggetti neo-istituzionali, in quanto, per un verso, ad essi compete l’amministrazione – sia in senso soggettivo che in senso oggettivo – del patrimonio civico e, per un altro verso, come enti gestori dei demani civici, rientrano a pieno titolo nell’imprenditorialità locale. Loro competono le responsabilità di tutela e di valorizzazione del “pool” di risorse naturali ed antropiche presenti, come già detto, nello spazio tridimensionale definito dal demanio civico, sotto il vincolo prioritario “della produzione per l’uso” rispetto a quella per lo scambio. Di più, nell’attuale fase di sviluppo delle aree rurali, le cui strategie fanno affidamento essenzialmente sul modello di sviluppo locale, agli assetti fondiari collettivi va riconosciuta la capacità di endogeneizzare anche gli stimoli provenienti dall’esterno della comunità locale per la mobilitazione delle risorse interne, di trattenere “in loco” effetti moltiplicativi, di sostenere gli indotti nella manifattura familiare, artigianale e nel settore dei servizi del sistema locale.
Pur nell’ampio e variegato quadro di tipologie presenti nel nostro Paese, gli assetti fondiari collettivi si contraddistinguono per la comune caratteristica di porsi come centro unitario di situazioni gestionali che interessano il demanio civico, direttamente, per quanto riguarda le attività di tutela e di valorizzazione delle risorse e, indirettamente, per quanto riguarda le famiglie e le imprese delle comunità locali relativamente ai flussi di utilità da garantire loro. Queste, infatti, con il diritto d’uso, come sottolineato in diverse occasioni, hanno diritto di avere, normalmente e non eccezionalmente, utilità del fondo, consistenti in uno sfruttamento di esso.
Questa singolare caratteristica si basa essenzialmente sul concorso di tre fattori: la comunità, il patrimonio civico, l’elemento teleologico.
La comunità è costituita da una pluralità di persone fisiche, non solo e non tanto, come destinatarie dell’attività dell’ente gestore, bensì in quanto pluralità di persone fisiche chiamate a gestire il patrimonio comune e a raggiungere lo scopo comune, conformandosi nella propria attività e nelle relazioni con il patrimonio civico a principi che la stessa comunità si dà.
Il patrimonio civico, come già è stato descritto, è rappresentato dal “pool” di risorse naturali ed antropiche esistenti nello spazio tridimensionale all’interno del demanio civico; patrimonio che è dotato di propria autonomia rispetto ai patrimoni personali dei singoli membri della comunità.
L’elemento teleologico va individuato proprio nello scopo istituzionale degli assetti fondiari collettivi, diverso e trascendente rispetto agli interessi individuali delle singole persone fisiche che compongono la comunità.
L’importanza del riconoscimento della soggettività alle organizzazioni familiari su cui abbiamo insistito va messa in relazione alle decisioni da parte dell’ente di gestione circa il posizionamento strategico del demanio civico. Questo problema si è posto all’attenzione degli amministratori, principalmente, con il secondo dopoguerra, quando gli studiosi hanno affrontato, ancora all’inizio degli anni Sessanta, i problemi connessi ai modelli di sviluppo territoriale individuati essenzialmente in “La città regione” (38), e, “La campagna urbanizzata” (39), allorché l’espansione e diffusione delle aree industriali e l’esplosione del turismo di massa hanno investito le aree rurali.
È ben vera la constatazione di come la pratica abbia tradizionalmente tenuto distinta l’analisi delle risorse naturali da quella dell’ambiente ed anche dalle istituzioni cui la legge demanda le attività di gestione, con la conseguenza che le risorse rinnovabili (foreste, acque, fauna selvatica, ecc.) o quelle non rinnovabili sono state trattate come singoli elementi naturali, con scelte di allocazione d’uso vincolate ad assicurare la disponibilità futura della risorsa (40).
A noi sembra, invece, indispensabile, per un verso, garantire nel tempo il rapporto comunità/demanio civico con la piena consapevolezza dell’interazione fra la comunità locale e il proprio demanio civico e, per un altro verso, tenere prioritario l’obiettivo della conservazione della base territoriale del demanio civico, considerata questa, non tanto come potenziale di produzione di beni naturali o intermedi, quanto e piuttosto, come potenziale di produzione di servizi naturali finali, per le ragioni già esposte precedentemente. La base territoriale di fattori naturali di produzione dei servizi naturali finali si caratterizza, infatti, per due proprietà che la differenziano nettamente dalla base territoriale di fattori di produzione di beni: essa è refrattaria al progresso tecnico ed è condizionata irreversibilmente dalla scomparsa di fattori di produzione, sia essa per esaurimento di qualche risorsa sia essa per prelievi dall’esterno del demanio civico di flussi di risorse (di acqua, in particolare), sia per la riduzione dell’estensione stessa della base territoriale del demanio civico.
In proposito, si potrebbe supporre che, per un verso, il requisito della demanialità civica, garantito dalla legge, – per cui le terre di collettivo godimento sono inalienabili, inusucapibili, indivisibili – e, per un altro verso, la fissazione di norme limitanti il funzionamento del mercato fondiario previste dal legislatore, possano essere sufficienti a dare attuazione ai principi in precedenza esposti ed ai pericoli appena indicati.
L’esperienza degli assetti fondiari collettivi è, tuttavia, diversa. Già Serpieri, in proposito, lamentava come «la sottrazione al Comune di questi beni o la sottrazione delle loro utilità ai montanari, anche per necessità di bilancio comunale (fatti più volte avvenuti o tentati), sono di grave pregiu¬dizio ad una sana, equilibrata economia della montagna» (41).
Il posizionamento strategico del demanio civico deriva, infatti, dalla corretta concezione dell’elemento costitutivo degli assetti fondiari collettivi – che in precedenza abbiamo chiamato elemento teleologico – e che può essere definito come identità profonda di questo modo di possedere, e che è la parte visibile del disegno strategico derivante dalle valutazioni e dalle scelte compiute dall’ente di gestione. Si tratta di un insieme di idee-guida, valori e atteggiamenti che riguardano propriamente l’amministrazione del demanio civico: a) che cosa fa o vuole fare (in termini di campo di attività, orizzonte temporale e sviluppo quali-quantitativo perseguito); b) perché lo fa o lo vuole fare (cioè i suoi fini ed obiettivi di fondo); c) come lo fa o lo vuole fare (cioè la sua filosofia gestionale ed organizzativa); d) con chi lo fa o lo vuole fare.
Tutto ciò in quanto gli assetti fondiari collettivi si possono qualificare, altresì, come organizzazione economica privata con effetti esterni di interesse pubblico; come tale, il patrimonio della comunità, soddisfatta la domanda degli aventi diritto, può essere anche valorizzato, tutto o in parte, da un’unità economica privata, a seguito di un atto di concessione, nel quale sono prescritte le regole d’uso.
Se questa soluzione può essere accettata per lo sfruttamento di singole risorse da parte di organizzazioni privatistiche, nel caso della base territoriale del demanio civico, la nostra preferenza va, invece, a favore di una strategia diversa: la gestione patrimoniale negoziata, allorché si tratta di affrontare le problematiche di governo del territorio più ampio del demanio civico.

La gestione patrimoniale negoziata

Per dare un significato maggiormente definito al paradigma della gestione patrimoniale negoziata è necessario aver presente che, come nel passato, le risorse presenti nel demanio civico devono contribuire alla erogazione di utilità sia sotto forma di servizi naturali finali sia sotto forma di beni finiti o intermedi. Ma il paradigma della gestione patrimoniale non può trascurare che l’economia dell’ambiente ha richiamato l’attenzione, non tanto sulla singola risorsa, quanto sulle attività di uso e sulla maniera di come l’azione di alcuni individui condiziona il benessere di altri individui.
Giova quindi prendere in esame le relazioni che in un determinato territorio possono emergere tra i governi elettivi sub-nazionali del territorio (Comune e Regione) e gli assetti fondiari collettivi. Significativo e chiaro, a proposito di potenziali conflitti o convergenze tra la comunità titolare del demanio civico e le istituzioni pubbliche, è l’enunciato del Giudice amministrativo di Trento (42), quando avverte che l’ente gestore di demanio, sia esso il Comune o una amministrazione separata dei beni di uso civico, ha il compito precipuo di tutelare l’interesse delle collettività utenti. Qualora esso coincida con l’ente titolare della potestà pianificatoria, non di meno le due attività di adozione del parere circa la destinazione economica del bene, per un verso, e pianificatoria, dall’altro, debbano mantenersi distinte e riconoscibili proprio perché si tratta istituzionalmente di compiti ben distinti, oltre che di espressione di interessi non necessariamente coincidenti e forse anche, in ipotesi, potenzialmente configgenti.
Dal nostro punto di vista, tra le relazioni che i soggetti istituzionali presenti nel territorio possono stabilire, pur tra diversi sistemi di legittimità di riferimento, esiste una modalità particolarmente interessante, quella della soluzione di compromesso fra le due parti in contrasto. Questa si realizza quando entrambe le parti, ciascuna ferma sui propri principi, abbandonano in parte la propria posizione per trovare una qualche forma di accordo (43), quanto meno temporaneo, fra le opposte esigenze.
Noi proponiamo, quindi, di considerare la proposta della gestione patrimoniale del pool di risorse presenti nel demanio civico come una figura di compromesso nei casi in cui si trovi un accordo sulla realizzazione di un reciproco vantaggio.
In verità, questa figura delinea un processo in grado di innestare la costituzione di un nuovo sistema di relazioni e di impegnare due o più sistemi di legittimità esistenti: da una parte il Comune, cui sono attribuite le funzioni amministrative sul territorio, o la Regione, cui sono attribuite le competenze di politica economica di area; e, da un’altra parte, la Comunità locale titolare del demanio civico cui competono le attività di tutela e conservazione del patrimonio civico.
Vale la pena di precisare subito che non si tratta di un compromesso nel senso comune del termine, vale a dire di un accomodamento locale reso possibile con la sospensione del rispetto dei fondamenti legittimi, bensì della ricerca di mezzi per “compromettere” (44) logiche che possono essere opposte o conflittuali, per integrarle in un sistema più vasto ed in una prospettiva temporale molto più lunga, quale è quella che contraddistingue gli assetti fondiari collettivi, rispetto a quella abbastanza breve adottata dagli agenti individuali e, molto spesso, anche dalla Pubblica Amministrazione. Rispetto all’interesse privato, l’interesse collettivo alla sostenibilità della produzione territoriale si dimostra, infatti, un incentivo molto più forte alla conservazione di un dato insieme di risorse ritenute molto importanti, non solo per la Comunità locale, ma per l’intera società.
Indubbiamente, si tratta di una figura fragile, ma che può essere consolidata progressivamente. Tuttavia, solamente ridando importanza al ruolo della collettività locale nella tutela e nella regolamentazione dell’utilizzo delle risorse del demanio civico, i principi che ne contraddistinguono la gestione potrebbero essere di aiuto «per ottenere il meglio sull’ignoranza, sulla miopia, sulla meschinità degli individui abituati ad agire solamente secondo i propri interessi di breve periodo» (45) e nel «difenderci dal modo miope e disinvolto di tener conto dell’incertezza ambientale da parte della soluzione di mercato» (46).

Note

1. Sergio Ristuccia, “Fondazioni e strategie dei territori”, in Queste istituzioni, 2011, 162, pp. 88-90.
2. L’indagine, laboriosissima, venne compiuta dall’ispettore Alfano e “i dati sono valutati come attendibili”, come si legge a pag. 264 della Relazione generale all’Indagine Inea.
3. Secondo i confini dell’epoca.
4. Arrigo Serpieri, Guida a ricerche di Economia Agraria, Libreria Internazionale F.lli Treves, Roma 1929; ristampa, Edizioni Agricole, Bologna 1960.
5. Carlo Cattaneo, “Su la bonificazione del Piano di Magadino a nome della Società promotrice”, in Scritti di economia, Firenze 1956.
6. Paolo Grossi, Un altro modo di possedere. L’emersione di forme alternative di proprietà alla coscienza giuridica postunitaria, Giuffrè, Milano 1977.
7. Paolo Grossi, “La proprietà collettiva e le sue dimensioni ambientale e sociale”, in Archivio Scialoja-Bolla, 2008, 1, p. 17.
8. Paolo Grossi, “La proprietà collettiva e le sue dimensioni ambientale e sociale”, p. 17.
9. Charles Perrings, “The Natural Economy Revisited”, in Eco¬nomic and Cultural Change, 1985, 33, 4, pp. 829-850.
10. Alexander V. Chayanov, “On the Theory of Non-Capitalist-System”, in Daniel Thorner e Basile Kerblay (a cura di), On the Theory of Peasant Economy, Irwin, Homewood 1966.
11. Manning Nash, “The Social Context of Economic Choice in a Small Society”, in G. Dalton (a cura di), Tribal and Peasant Economies, University of Texas Press, Austin 1967.
12. Marshall Sahlins, Stone Age Economics, Tavistock Press, London 1974
13. Maurice Godelier, Rationality and Irrationality in Economics, Monthly Review Press, New York 1972.
14. Cfr. nota 5.
15. Massimo Severo Giannini, “Protezione della Natura”, in Enciclopedia del Novecento, Istituto Enciclopedia Italiana, Roma 1979, IV, pp. 489-497.
16. Carlo Alberto Graziani, “Proprietà della terra e sviluppo rurale, in Diritto romano attuale, 2006, 16, p. 83.
17. Alberto Germanò, “Usi civici, Terre civiche, Terre collettive: punti fermi per le future leggi regionali in materia”, in Consulta Nazionale della Proprietà Collettiva, Atti dell’Assemblea costitutiva, 7 marzo 2006, p. 20.
18. Che riconosce alle Regole di gestire le terre secondo gli antichi laudi.
19. Cassazione civile sez. II, 19 settembre 1992 n. 10748.
20. Cassazione civile sez. II, 23 dicembre 1994 n. 11127.
21. Alberto Germanò, “Usi civici, Terre civiche, Terre collettive: punti fermi per le future leggi regionali in materia”, p. 43.
22. Il primo ad adottarla fu Jean-Baptiste Say, in Traité d’économie politique, Paris 1826.
23. La nostra tesi è fondata sul pronunciamento della Suprema Corte di Cassazione (Cass. Sez. III Pen. 8 aprile 1993 n. 3436) relativo alla definizione di bosco e riportato in Diritto e Giurisprudenza agraria, alimentare e dell’ambiente, 1995, (p. 45 e ss.), nel quale si afferma che «in base a dati di interpretazione sistematica forniti dal legislatore con una molteplicità di leggi diverse succedutisi nel tempo, il concetto di bosco deve essere riguardato come patrimonio naturale con propria individualità, un ecosistema completo, comprendente tutte le componenti quali suolo e sottosuolo, acque superficiali e sotterranee, aria, clima e microclima, formazioni vegetali (non solo alberi di alto fusto di una o più specie, ma anche erbe e sottobosco), fauna e microfauna, nelle loro reciproche e profonde interrelazioni, e quindi non solo l’aspetti estetico-paesaggistico di più immediata percezione del come sentimento».
24. In proposito è bene ricordare che i forestali, quando si riferivano alla stazione forestale come fattore di produzione, hanno sempre inteso far riferimento ad un «fattore complesso, in quanto abbraccia bene non economici, come gli elementi del clima, e beni economici, come il terreno con le sue qualità fisico-chimiche originarie». Così, G. Patrone, in Economia forestale, Coppini, Firenze 1970, p. 46.
25. Pietro Nervi, “Origine, luoghi e forme di una risorsa”, in Gianni Santucci, Anna Simonati, Fulvio Cortese (a cura di), L’acqua e il diritto, Dipartimento di Scienze giuridiche, Università degli studi di Trento, 2011, p. 10.
26. Il diritto di uso civico sui beni presenta infatti due elementi caratteristici: 1) di avere normalmente e non eccezionalmente, ad oggetto utilità dal fondo comune, consistenti in uno sfruttamento di esso da parte dei membri della comunità locale e 2) di essere riservato ai cittadini del Comune o, addirittura ad una parte di essi. Peraltro, lo sfruttamento del fondo può essere dato in concessione ad imprese, private o pubbliche da parte della comunità.
27. Antonio Moroni - Francesco Faranda, Ecologia, Piccin, Padova 1983, p. 10.
28. Michael Prodan, “Sustained Yield as a basic principle to economic action”, in Rolf Steppacher, Brigitte Zogg-Valz, Hermann Hatzfeldt (eds.), Economics in institutional perspective: memorial essay in honor of K. William Kapp, Lexington Books, Lexington 1977, p. 110.
29. Siegfried V. Ciriacy-Wantrup, Resources conservation: economics and policy, University of California Press, Berkeley 1952.
30. Talbot Page, Conservation and economic efficiency: an approach to materials policy, Johns Hopkins University Press, Baltimore 1977.
31. John M. Hartwich, “Intergenerational equity and the investing of rents from exhaustible resources”, in American Economic Review, 1977, pp. 972-974.
32. Claude Henry, “Efficacité économique et impératifs éthiques: l’environment en copropriété”, in Revue économique, 1990, pp. 195-214.
33. Per una esposizione più dettagliata, rinvio al mio contributo “La gestione patrimoniale dei domini collettivi”, in Paolo Gajo e Francesco Nuvoli (a cura di), Analisi degli aspetti economico-estimativi e giuridici delle terre soggette al diritto di godimento collettivo, Stampacolor Industria grafica, Sassari 2002, pp. 43-89.
34. Grégoire Madjarian, L’invention de la propriété. De la terre sacrée à la société marchande, L’Harmattan, Paris 1991, p. 331.
35. Yves Barel, La société du vide, Le Seuil, Paris 1984, p. 115.
36. Paul Cornière, “Introduction”, in Les Comptes du patrimoine naturel, Insee, Paris 1986, p. 16.
37. Edella Schlager and Elinor Ostrom, “Property-Rights Regimes and Natural Resources: A Conceptual Analysis”, in Land Economics, 1992, 68, pp. 249-262.
38. Basti ricordare i contributi presentati al convegno di Stresa del 1962 promosso dall’ILSES di Milano.
39. Adottato nella pianificazione urbanistica della Provincia Autonoma di Trento.
40. Amedeo Postiglione, “Una proposta contro la residualità di suoli e campagne”, in Archivio Scialoja-Bolla, 2009, 1, pp. 27-36.
41. Arrigo Serpieri, Istituzioni di economia agraria, Edagricole, Bologna 1950, p. 475.
42. TAR di Trento, sentenza n. 179/2006 di data 27 maggio 2007.
43. È citato negli atti del Consiglio Provinciale di Trento l’esempio della Magnifica Comunità di Fiemme, il cui Consiglio Generale, durante il periodo della seconda guerra mondiale, ha deliberato contemporaneamente due decisioni: 1) di anticipare i prelievi di legname superando il limite di quanto consentito dai piani di assestamento approvati dall’Autorità Forestale, per acquistare farina da distribuire ai “vicini” e 2) ridurre i prelievi annuali per ripristinare la provvigio¬ne allorché la situazione alimentare fosse ritornata nella normalità.
44. Yves Barel, Le paradoxe et le système: essai sur le fantastique social, Presses Universitaires de Grenoble, Grenoble 1979, p. 276.
45. Così Gunnar Myrdal, in Against the Stream, Vintage Books, New York 1975, pp. 232-233.
46. Charles Perrings, Economy and Environment, Cambridge University Press, Cambridge 1987, p. 184.

Pietro Nervi: nato l’11 novembre 1932 a Toirano, in provincia di Savona, laureato in Scienze Agrarie all’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano, è docente di economia e politica montana e forestale all’Università di Trento. Dal 1995 è Presidente del Centro Studi e Documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive dell’Università degli Studi di Trento. Si interessa di analisi della gestione dell’impresa agricola e/o forestale, dei problemi del lavoro agricolo dipendente, l’assetto territoriale delle regioni rurali e lo sviluppo economico dei sistemi locali, dell’economia della proprietà collettiva. È conosciuto come uno dei maggiori esperti nazionali nel campo dei diritti di uso civico e delle tematiche riguardanti i beni collettivi.

Questo saggio, pubblicato nel volume “La città sussidiaria – Vivere oltre Lo stato” a cura di Carlo Lottieri (Pordenone, 2012), viene riprodotto con il permesso dell’Associazione “Carlo Cattaneo” (www.associazionecattaneo.com)