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"La Vicìnia"
Lui dal 2013
 

Le proposte del Coordinamento regionale della proprietà collettiva per la montagna carnica
ECONOMIA E BENI CIVICI

Il periodico “In Carnia”, rivista di informazione pubblicata a Tolmezzo, nel numero di giugno, ospita un articolo del Coordinamento regionale della proprietà collettiva in Friuli-V. G. sulle prospettive di valorizzazione dei Beni civici.

Le potenzialità economiche, sociali e ambientali dei Beni civici

«A Sutrio sui monti della Carnia nel maggio 1840 un cartello anonimo sulla porta del municipio bastò a impedire l’apertura dell’asta. Il vecchio e infermo commissario distrettuale di Paluzza, impauritosi alla vista del cartello appena giunto in paese, pensò di porsi al sicuro rifugiandosi a pranzare in canonica, dove venne assediato da “un numero di persone con grida, con schiamazzi e voci minacciose”… Fatto sta che egli pensò bene di far ritorno a Paluzza, e più tardi si giustificò col delegato affermando che tutte le famiglie del comune avevano utilizzato fino ad allora i beni comunali “per una lunga serie di anni”».
Con questi rapidi cenni, l’opera “Ribelli, questuanti e banditi. Proteste contadine in Veneto e in Friuli 1814-1866” dello storico Piero Brunello dipinge un’epoca intera e l’ennesima mobilitazione delle Comunità della Carnia contro il tentativo di liquidazione del vasto patrimonio di boschi e pascoli collettivi, sopravvissuto alle statalizzazioni venete e ai vari tentativi di usurpazioni private.
Forti di una legge austriaca del 1839, i rapaci possidenti dell’epoca, che controllavano anche le Amministrazioni comunali in quanto costituite non con votazioni a suffragio universale ma in base al censo, utilizzavano il sistema delle “aste dei beni incolti” per impossessarsi delle Proprietà collettive che per secoli avevano consentito il sostentamento alla popolazione delle Ville carniche.
Brunello nel suo studio, oltre a quelle di Sutrio, cita le «invasioni di boschi» e le rivolte scoppiate ad Arta, a Sappada e nel Cadore.
A quasi duecento anni di distanza, e dopo i tentativi di liquidazione tentati da altri due regimi – il Regno d’Italia e la dittatura fascista –, la questione delle Terre collettive resta ancora sul tappeto. Anzi, torna di stretta attualità per colpa della drammatica crisi economica, che obbliga a riconsiderare i temi dell’occupazione e della valorizzazione delle risorse locali, a partire dall’uso della terra, per rispondere alle esigenze di sostentamento alimentare, e del bosco, per ripensare non solo il sistema delle costruzioni ma anche quello dell’approvvigionamento energetico (fra l’altro con la conseguenza di imporre, finalmente, i temi della sostenibilità ambientale e dell’equità intergenerazionale).
Prima ancora che la crisi scoppiasse, con i suoi tragici drammatici economici, sociali e politici, il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva era già da tempo impegnato a richiamare l’attenzione sulle potenzialità economiche, sociali e ambientali di una gestione diretta e innovativa dei Beni civici da parte di tutte le Comunità proprietarie.
Sorto 20 anni orsono per promuovere e difendere questa forma di «Organizzazione economica comunitaria con finalità di interesse pubblico», il Coordinamento (che ha la sua sede operativa a Pesariis), sostiene anche le 3 Comunioni familiari e le 5 Amministrazioni separate di Beni civici attive in Carnia (nei paesi di Collina, Givigliana e Tors, Liariis, Ovasta, Pesariis, Priola e Noiariis e Tualiis e Noiaretto) e promuove l’organizzazione di nuovi Enti frazionali in tutti i 13 Comuni ove esistono Proprietà collettive ufficialmente riconosciute (Cavazzo, Comegliàns, Forni Avoltri, Forni di Sopra, Forni di Sotto, Ovaro, Paluzza, Ravascletto, Rigolato, Sappada, Sauris, Sutrio e Tolmezzo).
Un impegno non trascurabile, infine, richiede l’opera di pressione perché sia finalmente portato a termine l’Accertamento ufficiale dei Beni civici nei 13 Comuni ancora privi dell’apposito Bando commissariale (Ampezzo, Cercivento, Enemonzo, Lauco, Ligosullo, Paularo, Prato Carnico, Preone, Raveo, Socchieve, Treppo Carnico, Verzegnis e Zuglio).
Laddove alle Comunità è stato garantito il diritto di gestire direttamente le proprie Terre civiche, gli organi comunitari di autogoverno hanno offerto un concreto contributo al recupero delle terre abbandonate, alla sovranità alimentare e all’autonomia energetica e sono concretamente intervenuti per soddisfare quei bisogni primari del cittadino che il mercato non soddisfa (ad esempio, garantendo la presenza di punti vendita alimentari, bar o sale sociali).
Attraverso i Comitati per l’amministrazione dei Beni civici, inoltre, le popolazioni hanno iniziato ad «assicurare almeno in parte l’autonomia dei mezzi di sopravvivenza alle proprie Comunità, contribuendo a creare valore economico, ambientale e sociale mediante produzione e consumo locali di energia e prodotti alimentari e manifatturieri», come evidenzia il capitolo sulla Proprietà collettiva del documento “La mont, mâri dal mont!”, diffuso nel gennaio scorso dal Coordinamento dei Comitati della montagna friulana.
«Ai fini della crescita della società locale e della sua capacità di autogoverno, – sottolineava in quel testo il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva – occorre riportare gli stili di vita al territorio, rilocalizzarvi l’economia, ridurre l’impronta ecologica chiudendo a livello locale i cicli dell’acqua, dell’alimentazione, dei rifiuti, della produzione e gestione dell’energia e, in generale, ogni filiera di produzione e consumo. Riunificando abitanti, produttori e consumatori della società locale, anche tramite l’espansione di attività di manutenzione del patrimonio territoriale finalmente vissuto come proprio, sarà superata l’estraneità dell’economia ai suoi luoghi».

Luca Nazzi
portavoce del Coordinamento regionale della Proprietà collettiva


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