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La sede del Consiglio regionale a Trieste/Trst/Triest

Un inestimabile patrimonio comunitario attende di essere valorizzato
BENI CIVICI: USCIRE DALL’INERZIA
Le richieste del Coordinamento della Proprietà collettiva alla politica regionale

Sono 148 (su un totale di poco più di 200) i Comuni della Regione interessati dai Beni civici eppure, «a 50 anni dall’entrata in vigore del suo Statuto di autonomia, la Regione Friuli-V. G. continua a non esercitare, se non in forma raffazzonata e disorganica, la propria potestà primaria» in questa materia che riveste importanti implicazioni economiche, sociali ed ambientali.

È questa l’inaccettabile situazione che il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva ha denunciato a tutti i candidati presidenti e consiglieri che, nel corso della campagna elettorale, ha potuto incontrare o contattare.
Per la sessantina di Comunioni familiari e di Amministrazioni frazionali che gestiscono le Proprietà collettive attualmente attive e autonome nelle quattro province regionali, la politica è ancora troppo disinformata o distratta su una realtà che potrebbe assicurare importanti benefici alla maggioranza delle Comunità locali, tanto più in tempi di crisi economica.
Il Popolo delle Terre civiche del Friuli e della Provincia di Trieste – ha scritto nel documento predisposto in occasione della campagna elettorale il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva – non rivendica nient’altro che doveri: «di gestire i Beni civici in forme usufruttuarie e partecipate, salvaguardando l’incommerciabilità del capitale naturale, la reversibilità delle scelte, il rispetto delle consuetudini e la trasmissione alle generazioni future di quanto ereditato dagli avi; di sviluppare soluzioni comunitarie e progetti per promuovere l’autonomia alimentare ed energetica delle Comunità, perseguendo la massima integrazione fra attività agricole e forestali, nonché progetti per il recupero ambientale del territorio, attraverso la gestione integrata delle risorse materiali, economiche e culturali».
Ma per consentire alle Comunità titolari di Beni civici di conseguire tali obiettivi, l’Amministrazione regionale è chiamata a compiere rapidamente alcuni passi che, a detta del Coordinamento, sarebbero «irrinunciabili»: varare «finalmente una legge regionale organica, seria e rispettosa della realtà dei Beni civici»; porre fine all’anomalia del Commissariato agli usi civici con funzioni amministrative e giurisdizionali; collaborare lealmente alla «costituzione di Comitati frazionali in tutti i 46 Comuni dotati di Accertamento e Bando previsto dalla legge statale 1766/1927»; e «concludere al più presto le operazioni di Accertamento e di riconoscimento dei Beni civici» in tutti gli oltre 90 Comuni della Regione ancora in attesa di tale atto dovuto.
Per il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva, «l’amministrazione diretta del proprio patrimonio civico – nel rispetto dei princìpi costituzionali della sussidiarietà e del riconoscimento delle formazioni sociali – è un incentivo straordinario alla partecipazione e al coinvolgimento di tutti i cittadini alla vita della Comunità, secondo i princìpi della “gestione patrimoniale” di tipo usufruttuario, visto che la proprietà delle Terre civiche appartiene alle generazioni future, in un’ottica di equità intergenerazionale e di rinnovabilità delle risorse, ed è una scuola di gestione responsabile e consapevole dei Beni pubblici e dei Beni comuni».


Richieste del Coordinamento alla politica regionale

A 50 anni dall’entrata in vigore del suo Statuto di autonomia, la Regione Friuli-V. G. continua a non esercitare, se non in forma raffazzonata e disorganica, la propria potestà primaria in materia di Beni civici (denominati anche Proprietà collettive o Demani frazionali e talvolta, ma erroneamente, Usi civici).
In questo settore, un Commissario agli Usi civici esercita ancor oggi al posto della Regione, con notevoli spese e scarsissima efficacia, le funzioni amministrative assegnategli, in forma transitoria nel 1927, dal regime fascista.
Non esiste un vero e proprio referente politico a livello di amministrazione regionale, visto che si occupano di Beni civici il Segretariato generale, il Servizio libro fondiario e usi civici, il Servizio elettorale e l’Assessorato alle risorse rurali, agroalimentari e forestali, cui si aggiungeva – fino a qualche mese fa – anche l’Assessorato alle relazioni internazionali e comunitarie, funzione pubblica, autonomie locali e coordinamento delle riforme.
Eppure, non si tratta affatto di una realtà trascurabile o marginale, visto che questa forma particolare di «bene comune di pubblico e generale interesse» riguarda almeno 148 Comuni della Regione su 219.
Dagli ultimi dati forniti dal Commissario agli Usi civici (datati 31 dicembre 2006), si ricava che i Comuni della Regione ove sussistono Beni civici ufficialmente riconosciuti sono 55.
I Comuni con patrimoni di questo genere accertati in base alla legge statale 1766/1927 sono 46 e ad essi vanno aggiunti 9 Comuni ove operano Comunioni familiari costituite in base alla legge regionale 3/1996.
Se si calcola la popolazione che vive in questi 55 Comuni, abbiamo un totale di oltre 418mila cittadini coinvolti (pari al 34,5% dell’intera popolazione regionale), su una superficie di 3mila 644 chilometri quadrati (pari al 46,3% dell’intero territorio regionale).
A questa parte consistente della Regione, vanno aggiunti altri 93 Comuni, ove le rispettive comunità locali – a oltre 80 anni dalla promulgazione dalla legge del 1927 – attendono ancora la definizione delle operazioni di accertamento, ovvero la verifica dei loro più che probabili diritti di proprietà sulle Terre collettive, che è la condizione primaria per un concreto autogoverno e una gestione condivisa del territorio e delle sue risorse naturali, ovvero per ridare vigore a quell’«Altro modo di possedere» indicato sia dal premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom sia dal giudice costituzionale Paolo Grossi, anche durante la sua ultima visita sul Carso triestino, come efficace “terza via” fra privatizzazione e sfruttamento insostenibile o inadeguata e costosa gestione pubblica.
Questa imponente realtà dei Beni civici, in Friuli e sul Carso, risulta ancor meno trascurabile o marginale se si considerano le sue oggettive funzioni, che le esperienze concrete sul campo (in Regione e nel resto del Paese) e la più aggiornata ricerca scientifica ed economica riconoscono.
Le tre funzioni principali della Proprietà collettiva sono:
- la funzione economica
- la funzione socio-culturale
- la funzione ecologica.

I principali caratteri di questa positiva multifunzionalità sono:
- La comunità è in grado di darsi regole precise per soddisfare le proprie esigenze economiche (inerenti alla sussistenza), conservando integro il proprio capitale naturale.
- Ogni risorsa locale è sfruttata al meglio delle sue possibilità e «la sopravvivenza del
sistema si lega alla capacità dei suoi utilizzatori di adattarsi al proprio ambiente di vita e alle conoscenze acquisite sul sistema stesso».
- Lo sfruttamento delle risorse collettive a fini produttivi (prelievo diretto, vendita o produzione di servizi) dà origine «a transazioni che ammettono lo scambio dei prodotti, con reciproco vantaggio e accordo dei soggetti interessati».
- Gli usi non economici a cui la risorsa collettiva è sottoposta, da cui dipendono anche la qualità della vita e la socialità della Comunità, hanno la capacità di produrre esternalità positive come la conservazione della biodiversità e del paesaggio, oltre che la tutela del patrimonio storico e tradizionale delle comunità locali.
Esempi concreti di ciò sono sotto i nostri occhi a Pesariis, a San Marco di Mereto, a San Giovanni di Polcenigo, in Val Canale, sul Carso triestino… e, non molto lontano da noi, nei territori ove operano le Regole di Cortina d’Ampezzo, la Magnifica Comunità di Fiemme, le Asbuc del Trentino o le Partecipanze e le Comunalie dell’Emilia-Romagna.

Noi non rivendichiamo nient’altro che i nostri doveri:
- di gestire i nostri Beni civici in forme usufruttuarie e partecipate, salvaguardando l’incommerciabilità del capitale naturale, la reversibilità delle nostre scelte, il rispetto delle consuetudini e la trasmissione alle generazioni future di quanto ereditato dagli avi;
- di sviluppare soluzioni comunitarie e progetti per promuovere l’autonomia alimentare ed energetica delle Comunità ove sono presenti le Terre civiche, perseguendo la massima integrazione fra attività agricole e forestali, che insieme devono continuare ad essere considerate il Settore primario, nonché progetti per il recupero ambientale e la conservazione sociale del territorio, attraverso la gestione integrata delle risorse materiali, economiche e culturali.

Per far ciò occorre anche:
- che sia emanata finalmente una legge regionale organica, seria e rispettosa della realtà dei Beni civici;
- che sia finalmente soppressa la figura del Commissario agli usi civici;
- che si collabori lealmente alla costituzione di Comitati frazionali in tutti i Comuni dotati dell’accertamento e del bando previsto dalla legge statale 1766/1927;
- che siano concluse al più presto le operazioni di accertamento e di riconoscimento dei Beni civici in tutti i Comuni della Regione ancora in attesa;
- che non sia più tollerato che, per colpa di Amministratori comunali inetti o senza scrupoli, vi siano Patrimoni collettivi abbandonati o utilizzati per funzioni incompatibili con la loro natura civica e con la loro valenza ambientale.

L’amministrazione diretta del proprio patrimonio civico – nel rispetto dei principi costituzionali della sussidiarietà e del riconoscimento delle formazioni sociali – è un incentivo straordinario alla partecipazione e al coinvolgimento di tutti i cittadini alla vita della Comunità ed è una scuola di gestione responsabile e consapevole dei Beni pubblici e dei Beni comuni, secondo i princìpi della “gestione patrimoniale” di tipo usufruttuario, visto che «la proprietà delle Terre civiche appartiene alle generazioni future, in un’ottica di equità intergenerazionale e di rinnovabilità delle risorse».