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"La Vicìnia"
Avrîl dal 2013
 

Alla scoperta dei Beni civici di Gemona e delle sue Borgate
UN ALTRO MODO DI POSSEDERE
I contenuti dell’inserto proposto a marzo dal periodico “PenseEMaravee”

[Luca Nazzi]
«Questi non sono abusi, non sono privilegi, non sono usurpazioni: è un altro modo di possedere, un’altra legislazione, un altro ordine sociale»: l’acuta definizione del federalista risorgimentale Carlo Cattaneo (elaborata per descrivere le Proprietà collettive dell’Alta valle del Ticino, alla metà dell’Ottocento) è divenuta una forma quasi proverbiale per introdurre ogni riflessione sull’essenza e sul destino dei Beni civici.
Ben si adatta, dunque, anche alla natura dei numerosi ettari di territorio che la Comunità di Gemona ha cominciato a riscoprire e a riconoscere come proprio possedimento.


L’appassionante questione è tornata alla ribalta, nel dicembre scorso, quando è stata resa pubblica l’intenzione dell’Amministrazione comunale di liquidarne una parte, trattata erroneamente alla stessa stregua delle proprietà patrimoniali del Comune.
Un’accorata petizione ha ricordato a tutti che i Beni civici non appartengono all’Ente comunale, ma sono da esso amministrati «a nome e per conto» della Comunità e soltanto finché essa stessa – vera e unica proprietaria – non si organizzerà per assicurarne una gestione autonoma, secondo le modalità previste dalla legge 278/1957 (“Costituzione dei Comitati per l’amministrazione separata dei beni civici frazionali”).
La normativa, infatti, pur fra mille omissioni e incongruenze, riconosce il valore dell’immenso patrimonio di terre, campagne e aree di pesca, godute in Proprietà collettiva in ogni angolo della penisola; e prevede che questo “tesoro” economico ed ecologico, per la sua natura di Bene comune di pubblico e generale interesse, vada preservato nel suo particolare regime d’inalienabilità, indivisibilità, inusucapibilità, imprescrittibilità, garantendo anche l’immutabilità della sua destinazione agro-silvo-pastorale e, dunque, ambientale.
Anche il Friuli, dalla laguna alle Alpi, «di ca e di là da l’aghe», è ancor oggi caratterizzato da consistenti Proprietà collettive. Esse sono già riconosciute in 46 Comuni; mentre in altri 93 (su un totale di poco più di 200) le Comunità attendono ancora il definitivo accertamento dei propri Beni civici. Tale scandalosa situazione di stallo è causata, principalmente, dal fatto che la Regione, pur godendo di potestà legislativa primaria, non ha mai seriamente affrontato questa questione, né assumendosi il compito di accertare la consistenza effettiva dei Beni civici né favorendo, con apposite leggi, il protagonismo delle Comunità nella gestione dei propri patrimoni.
Putroppo, all’insensibilità del legislatore regionale si è accompagnata, troppo spesso, la smemoratezza delle Comunità, che pure da questi Beni hanno ricavato, per secoli e secoli, il proprio sostentamento e che su essi hanno fondato la propria stessa identità e le istituzioni civiche – Vicìnie, Comunanze, Pioveghi, Usi civici… – che hanno governato l’organizzazione sociale, il sistema economico e le relazioni fra Comunità confinanti e con il territorio.
Ma non sono esenti da responsabilità, per tale stato di cose, nemmeno le Amministrazioni comunali che, in mancanza dei Comitati frazionali, dovrebbero occuparsi della gestione delle Terre civiche. Nella maggioranza dei casi, infatti, le Proprietà collettive risultano abbandonate o utilizzate per funzioni incompatibili con la loro natura civica e con la loro valenza ambientale, o – peggio ancora – svendute per «far cassa» o lasciate in balìa di avidi speculatori e cementificatori.
Per invertire questa rotta, al fianco delle 10 Amministrazioni frazionali, già oggi all’opera nelle provincie di Udine e Pordenone, e delle circa 60 Comunioni familiari del Carso, della Valcanale, della Carnia e del Friuli collinare, opera il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva.
Facendo leva sullo spirito d’iniziativa e coesione delle Comunità, il “sindacato” della Proprietà collettiva propone la costituzione di Comitati di gestione in tutte le realtà ove esistano Beni civici, per consentire ai legittimi proprietari di esercitare il proprio dovere civico di partecipazione, secondo i principi costituzionali di sussidiarietà e solidarietà, e d’intraprendere innovative forme di «gestione patrimoniale di tipo usufruttuario», in base al principio secondo cui «la proprietà delle Terre civiche appartiene alle generazioni future».
I benefìci attesi dalla ricostituzione di tali forme di gestione comunitaria del territorio sono molteplici e di ordine diverso – economici, sociali e culturali, democratici ed ecologici – e sono destinati a ricadere non soltanto sulle popolazioni titolari delle Proprietà collettive, ma sull’intera società regionale.

Sviluppo locale auto-sostenibile
Le “Buone pratiche” della Proprietà collettiva

Un «nuovo sviluppo locale auto-sostenibile» è possibile, a patto che i valori patrimoniali del territorio diventino gli «elementi propulsivi e le basi materiali collettive per la produzione economica della ricchezza». S’incentra su questa considerazione il contributo offerto dal Coordinamento regionale della Proprietà collettiva al documento programmatico “La Mont Mari dal Mont”, elaborato recentemente dai Comitati popolari della montagna friulana e disponibile anche sul web (www.peraltrestrade.it/).
Il popolo regionale dei Beni civici, nell’intervento, sostiene che solo «modalità comunitarie di programmazione e gestione potranno garantire anche la sostenibilità sociale del nuovo sviluppo locale, impedendo sfruttamento e distruzione delle risorse da parte dei soggetti più forti nella competizione sul mercato».
Tali considerazioni sono effettivamente state tradotte dalla teoria alla pratica laddove, a partire dall’assunto che «i Beni comuni sono il vero fondamento della ricchezza reale», la loro gestione è stata affidata totalmente alle Comunità locali.
Casi esemplari di questo «altro modo di fare economia», fondato su un «altro modo di possedere», sono sparsi in tutta Italia. Una significativa rassegna di “Buone pratiche” è offerta dal volume “Viaggio nell’Italia dei Beni comuni” (Marotta&Cafiero editori, 2012). Altre esperienze sono facilmente rintracciabili sul web (basta scorrere, ad esempio, la sezione “Propietât coletive” del sito www.friul.net/leams.php).
Fra le Proprietà collettive di maggior successo, vanno citate le Regole di Ampezzo, che possiedono circa il 90% del territorio del Comune di Cortina (www.regole.it). Oggi, tali Comunioni familiari gestiscono secondo i principi della selvicoltura naturalistica circa 16 mila ettari di bosco e garantiscono l’utilizzazione delle malghe collettive, salvaguardando l’attività primaria. Il pieno riconoscimento da parte delle istituzioni pubbliche è culminato nell’affidamento alle Regole della gestione del Parco regionale delle Dolomiti d’Ampezzo.
Al Nord, andrebbero esaminati anche i casi della Partecipanza dei Boschi di Trino (Vercelli), che gestisce il Parco regionale del Bosco delle Sorti (www.parks.it/parco.partecipanza.trino/par.php), e della Magnifica Comunità di Fiemme, realtà “leader” in Italia nel settore forestale (www.magnificacomunitafiemme.it/).
Scendendo lungo l’Appennino, s’incontrano Borgo Val di Taro e le sue valli, famose in tutto il mondo per i pregiatissimi funghi porcini (www.fungodiborgotaro.com/). Il merito della valorizzazione di tale prodotto d’eccellenza e dello straordinario sviluppo turistico ad esso collegato va attribuito al Consorzio Comunalie Parmensi (www.comunalie.com/), che coordina le Proprietà collettive di quella regione.
Altrettanto importante è l’esperienza del Consorzio degli uomini di Massenzatica (Ferrara), il quale offre reddito e occupazione alla propria Comunità, gestendo 370 ettari di terreni agricoli. L’assegnazione dei campi, concessi a canone di affitto agevolato, privilegia i giovani, le famiglie più numerose, le aziende agricole più piccole e quelle che mettono a dimora coltivazioni di pregio e ad alto impiego di manodopera. Gli utili derivanti dalla gestione del patrimonio collettivo sono investiti per il miglioramento dei terreni e per il sostegno economico di iniziative culturali, sociali ed assistenziali.
Non è da meno l’Amministrazione frazionale di Pesariis, in Carnia (www.pesariis.it), che sta sempre più consolidando la gestione diretta del proprio patrimonio forestale, costituito da mille 600 ettari di bosco di produzione. I Beni civici della Val Pesarina garantiscono occupazione a 7 lavoratori; gestiscono il punto vendita alimentari del paese, la “Bottega del tempo” per la commercializzazione di prodotti artigianali e varie strutture per l’accoglienza turistica.
L’ultima nata fra le Amministrazioni frazionali del Friuli è quella di San Marco di Mereto di Tomba, ove il Comitato è stato eletto il 6 maggio 2012 (http://paisdisanmarc.it/comitato.html). Sui 5 ettari di Proprietà collettiva è iniziata la coltivazione di frumento biologico, primo passo per la costituzione di una “Filiera corta della farina”. Al termine del progetto, San Marco avrà il proprio pane, ricavato dalla propria terra, in primo luogo destinato ai compaesani e, successivamente, per arricchire i circuiti dell’economia solidale.

Mario Zilli

“PenseEMaravee”
Speciale Territorio - Marzo 2013
(www.penseemaravee.it - info@penseemaravee.it)