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"La Vicìnia"
Març dal 2013
 

Il giudice costituzionale Paolo Grossi, autore dell’opera “Un altro modo di possedere. L’emersione di forme alternative di proprietà alla coscienza giuridica postunitaria” (1977) e decano del Comitato scientifico del Centro studi e documentazione sui demani civici e le proprietà collettive di Trento (www.usicivici.unitn.it/)
A Roma, un ciclo di seminari esplora pratiche collettive e «diritti alla città»
QUALI USI CIVICI NELLA METROPOLI?
Il 23 aprile ne parlerà all’Istituto Svizzero il giudice costituzionale Paolo Grossi

Con gli interventi di Ugo Mattei dell’Università di Torino, Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, e Michele Luminati, direttore dell’Istituto Svizzero di Roma, l’8 marzo, ha preso il via il ciclo di seminari “Dalle pratiche del «comune» al diritto alla città”, che proseguirà fino a giugno, con il patrocinio dell’Istituto Svizzero (www.nuovocinemapalazzo.it/).

Fra i prossimi appuntamenti, programmati da “Nuovo Cinema Palazzo” a Roma, spiccano il confronto del 10 aprile “Dallo spazio urbano come bene comune al diritto alla città”, con Claude Raffestin (Università di Ginevra), M. Rosaria Marella (Università di Perugia), Enzo Scandurra (La Sapienza di Roma) e Agostino Petrillo (Politecnico di Milano), alle ore 17, presso il “Nuovo Cinema Palazzo” (in piazza dei Sanniti 9/A San Lorenzo), e la conferenza del giudice costituzionale Paolo Grossi intitolata “Quali usi civici nella metropoli?”. L’autore dell’opera “Un altro modo di possedere. L’emersione di forme alternative di proprietà alla coscienza giuridica postunitaria” (1977) parlerà sabato 23 aprile, alle ore 17 presso l’Istituto Svizzero di Roma (in via Ludovisi 48).
I promotori dell’iniziativa hanno messo a punto una lunga presentazione, pubblicata nella pagina web www.nuovocinemapalazzo.it/2013/03/08/dalle-pratiche-del-comune-al-diritto-alla-citta/.
«Gli ordinamenti europei – vi si legge – hanno assunto come proprio il primato dell’individuo e con esso della proprietà privata come leva dell’efficienza e del progresso annullando i valori relazionali e collettivi. Nell’incapacità degli Stati di dare risposte alla complessità del vivere, il primato culturale della gestione privata non ha trovato rivali.
La sovranità ha sorretto le logiche privatistiche o le ha assunte come proprie. Quest’alleanza tra pubblico e privato ha rafforzato l’ondata di privatizzazioni e di dismissioni di beni demaniali insieme ad un definitivo arretramento dell’interesse pubblico e della funzione sociale della proprietà e dunque delle regole che disciplinano l’interesse privato rispetto ai processo di sviluppo e di urbanizzazione».
Ma secondo i promotori del ciclo di conferenze romane la «pratica di riappropriazione, cura e restituzione dei beni comuni rilancia il dibattito sulla proprietà privata e sul superamento della dicotomia pubblico/privato come categorie interpretative della relazione con i beni (U. Mattei, 2012).
I beni comuni si collocano fuori dalla nozione di appartenenza e prefigurano forme di accesso non basate sulla titolarità ma sull’uso, su pratiche ribelli e relazioni collettive e cooperative. Reinterrogare l’attualità della funzione sociale della proprietà, alla luce del diffondersi della riappropriazione di spazi fisici e simbolici, può costituire un modo per arginare l’espansione speculativa nelle nostre città ma rischia di rispondere ad una lettura residuale e strumentale dei beni comuni. Essi prenderebbero corpo solo laddove sia estremo il disinteresse o la compressione di diritti diffusi.
L’uso politico del diritto non si estende solo all’individuazione di strumenti giuridici che possano strategicamente sostenere la pratica del “comune” ma nella capacità ri-creativa del diritto e non solo del diritto codificato ma anche di quello consuetudinario e di quello giudiziale».
Durante i dibattiti programmati si tenterà di rispondere ai quesiti: «quali norme, istituti, dispositivi consentono di radicare il comune? Quali si prestano a forzature, permeabilità e metamorfosi rispetto a queste pratiche emergenti?».
I promotori dell’iniziativa “Dalle pratiche del «comune» al diritto alla città” ritengono che l’occupazione di «spazi culturali ad alto valore simbolico» (negli ultimi due anni il Cinema Palazzo e il Teatro Valle, a Roma) costituiscono «esperienze che si oppongono a una visione essenzialmente assolutistica della produzione di norme e al primato della proprietà rinviando a “diversi” (P. Grossi, 1977) e “opposti” modi di possedere».
Tuttavia, due secoli di «studi focalizzati sulla centralità della proprietà privata hanno reso opaca la categoria dell’uso. Gli istituti esistenti (l’uso, diritto individuale su cosa altrui disciplinato dal codice civile; gli usi civici, diritti collettivi su beni pubblici o privati di matrice consuetudinaria) – secondo i curatori delle conferenze romane, in realtà – non rendono ragione della tensione fra uso e proprietà che proprio la rivendicazione dei beni comuni fa emergere ogni giorno». Si porrebbe pertanto il seguente problema: «come rinnovare la categoria degli usi collettivi non come riduzione della proprietà ma come prospettiva opposta e garanzia d’accesso a diritti più ampi?
In che modo ridefiniamo la relazione tra diritti formali, uso e disponibilità del potere di agire? Come pratichiamo gli usi tra forzatura, riconoscimento e autonomia?».