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Gregorio Arena professore ordinario di Diritto amministrativo presso l’Università di Trento e presidente di “Labsus”, “Laboratorio per la sussidiarietà”

Una proposta alla Politica per la prossima legislatura
CURA E SVILUPPO DEI BENI COMUNI
Intervento di Gregorio Arena di “Labsus”

[Gregorio Arena]
Dal 29 gennaio, il sito di “Labsus” propone un interessante intervento di Gregorio Arena sulla campagna elettorale e sulla possibilità che la questione dei “Beni comuni” possa divenire un «possibile terreno d’incontro fra il “Pd” e Monti».
“Labsus” è nato come “Laboratorio per la sussidiarietà”, ispirato alla certezza «che le persone sono portatrici non solo di bisogni ma anche di capacità e che è possibile che queste capacità siano messe a disposizione della comunità per contribuire a dare soluzione, insieme con le amministrazioni pubbliche, ai problemi di interesse generale».
Gregorio Arena professore ordinario di Diritto amministrativo presso l’Università di Trento, è il presidente del Consiglio direttivo.


I beni comuni, possibile terreno d’incontro fra il “Pd” e Monti?

C’è un tema fondamentale che chiunque governi nei prossimi anni dovrà affrontare. Eppure è totalmente assente nell’Agenda Monti. Nella Carta di intenti del “Pd” invece se ne parla, ma le soluzioni individuate non sono adeguate alla complessità del problema.
È il grande tema dei beni comuni, del loro sviluppo e della loro cura, con cui è poi intrecciato l’altro grande tema che entrambi i programmi ignorano, la cittadinanza attiva.

Cosa sono i beni comuni

I beni comuni sono, molto semplicemente, indispensabili per vivere una vita degna di essere vissuta. Sono beni sia materiali (acqua, aria, paesaggio, spazi urbani, ambiente, territorio, beni culturali, strade, scuole, ospedali, biblioteche, musei), sia immateriali (legalità, salute, conoscenza, cultura, lingua, memoria collettiva e altri simili).
Non sono né pubblici (nel senso di beni dello Stato), né privati. Nessuno può possedere i beni comuni, tutti li possono usare per vivere meglio ma così facendo essi si consumano, si logorano. Affinché sia noi sia le generazioni future possiamo continuare a godere dei beni comuni è dunque necessario che qualcuno se ne prenda cura.

Chi si prende cura dei beni comuni?

In teoria questo qualcuno dovrebbero essere i poteri pubblici centrali e locali, in pratica ciò non avviene perché non hanno risorse per la “manutenzione” e lo sviluppo dei beni comuni.
Ecco perché è indispensabile valorizzare tutte quelle esperienze in cui migliaia di persone, in tutta Italia, spendono tempo, energie e competenze per prendersi cura di beni comuni quotidianamente minacciati da un uso egoistico.
È indispensabile sia per difendere la democrazia, sia il nostro benessere. La crisi infatti, impoverendo vaste parti della popolazione e creando incertezza per il futuro, alimenta il distacco verso la democrazia rappresentativa, considerata non in grado di dare risposte ai bisogni ed alle paure dell’opinione pubblica. Uno dei modi per contrastare questo distacco consiste nel rivitalizzare il senso di appartenenza alla comunità anche mediante esperienze di cura civica dei beni comuni.
Al tempo stesso la valorizzazione di queste esperienze di cittadinanza attiva consente di contrastare l’impoverimento dovuto alla diminuzione della disponibilità di beni privati, mantenendo una buona qualità della vita. Se diminuisce la ricchezza privata bisogna infatti investire sulla produzione, cura e sviluppo dei beni comuni, anche per produrre quel capitale sociale che costituisce uno dei fattori essenziali per lo sviluppo del Paese.

Un Piano nazionale per i beni comuni

Le risorse per curare e sviluppare i beni comuni ci sono, anche se finora sono rimaste nascoste. Per farle emergere è necessario però considerare le persone come portatrici non soltanto di bisogni, ma anche di capacità, che potrebbero essere mobilitate per la “manutenzione” dei beni comuni da un Piano nazionale per la cura civica dei beni comuni, una proposta che avevamo già avanzato nel 2008 e che nel frattempo abbiamo approfondito ed articolato.
Per realizzare tale piano sono necessari essenzialmente tre fattori: la legittimazione sotto il profilo giuridico; esperienze pratiche come modelli cui fare riferimento; una rete di soggetti che dia impulso, promuova e coordini le iniziative necessarie per realizzare il Piano.
I primi due elementi ci sono già. Manca solo il terzo, cioè l’organizzazione.

Una nuova libertà

La Costituzione, affermando che le istituzioni debbono favorire «l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà» (art. 118, ultimo comma), legittima i cittadini ad allearsi con le amministrazioni pubbliche (in particolare quelle locali) per il perseguimento dell’interesse generale.
Grazie alla sussidiarietà oggi si può affiancare allo schema bipolare tradizionale (che attribuisce all’amministrazione il monopolio della tutela dell’interesse pubblico) un nuovo schema paritario, in cui cittadini e amministrazioni danno vita insieme a esperienze di amministrazione condivisa.
Certamente i cittadini che si attivano per curare una piazza o un parco lo fanno innanzitutto per migliorare la qualità della propria vita. Ma così facendo arricchiscono un bene comune a vantaggio di tutti. È una nuova forma di libertà solidale e responsabile, fondata sulla sussidiarietà ed alla portata di tutti, perché essere cittadini attivi non richiede particolari doti o competenze.
Come dimostrano i casi raccolti nel sito del Laboratorio per la sussidiarietà, in Italia ci sono già migliaia di persone che si stanno dando da fare per prendersi cura dei beni comuni presenti sul loro territorio, sia esso un quartiere cittadino o un paese. E purtroppo spesso devono fare i conti con l’indifferenza o addirittura l’ostilità delle amministrazioni.

Il valore aggiunto

Eppure l’intervento dei cittadini per la cura dei beni comuni ha un valore economico che va molto oltre il beneficio diretto in termini di migliore qualità dei beni comuni oggetto dell’intervento stesso. I cittadini attivi conferiscono risorse preziose in termini di tempo, competenze, esperienze, reti di relazioni, etc., tutte risorse rinnovabili e che si sviluppano con l’uso contribuendo alla produzione di capitale sociale, cioè del principale fattore di sviluppo di un territorio. Inoltre ciascun progetto per la cura di un bene comune può avere, se ben diretto e gestito, un effetto moltiplicatore in termini di ricadute economiche sul territorio, coinvolgendo piccole e medie imprese e creando nuove opportunità di lavoro.

Una regia nazionale e regionale

Ciò che manca, a questi gruppi sparsi per tutta Italia, è la consapevolezza di essere una “rete invisibile” che coinvolge complessivamente centinaia di migliaia di persone. In sostanza, se i gruppi di cittadini oggi inconsapevoli l’uno dell’altro che alimentano questo “giacimento” di risorse civiche potessero comunicare fra di loro, sia sul web, sia incontrandosi per scambiarsi esperienze e idee, gli effetti del loro impegno per lo sviluppo dei beni comuni sarebbero moltiplicati.
Ormai, la valorizzazione dell’impegno di tutte queste persone richiede una regia, a livello nazionale e regionale. Non per esercitare poteri o elargire denaro, ma per informare e coordinare, promuovendo su scala nazionale e locale la realizzazione del Piano, coinvolgendo soggetti espressione delle diverse realtà territoriali, quali istituzioni, enti locali, università, fondazioni, soggetti del Terzo settore ma anche imprese, creando reti locali di “alleanze per i beni comuni”.

Cambiare prospettiva

È un progetto complesso ma assolutamente fattibile. Per realizzarlo, basterebbe che chi si candida a governare il paese cambiasse prospettiva e si rendesse finalmente conto che le persone sono portatrici oltre che di bisogni anche di capacità. E capisse che queste capacità possono essere messe a disposizione della comunità per risolvere problemi di interesse generale, come appunto la cura e lo sviluppo dei beni comuni.
Ma di questa innovativa concezione della cittadinanza non c’è traccia né nel programma di Monti né in quello del “Pd”. Nella Carta d’intenti del “Pd” si parla di beni comuni, ma poi si dice soltanto che «l’autogoverno locale deve offrire spazi e occasioni alla sussidiarietà, alle forme di partecipazione civica, ai protagonisti del privato sociale e del volontariato». Non si tiene conto che la cittadinanza attiva ormai è una componente essenziale della nostra società a cui non basta «offrire spazi e occasioni», ci vuole molto di più, sia sul piano politico, sia sul piano istituzionale.

L’Agenda Monti: niente sussidiarietà

Nella Agenda Monti invece non si parla né di beni comuni, né di sussidiarietà, né di cittadinanza attiva. E questo è sorprendente, perché uno dei motivi (non certo l’unico) che mi indussero il 25 ottobre dell’anno scorso a sottoscrivere il Manifesto “Verso la Terza Repubblica” fu proprio la presenza in quel documento di un riferimento esplicito al «valore della sussidiarietà per ogni progetto di rinascita civile ed economica del paese, come un’idea forte della persona e del valore della sua iniziativa anche in risposta ai nuovi bisogni».
Avendo purtroppo nel passato sperimentato nell’Assemblea costituente del “Pd” il disinteresse nei confronti delle tematiche su cui conduco da anni la mia battaglia civile, un simile riconoscimento nel documento che mirava a dar vita ad una nuova iniziativa politica mi era sembrato un buon inizio, insieme con altre condivisibili proposte per il rinnovamento del paese.
Essendoci inoltre nel gruppo originario dei promotori del Manifesto persone che conosco e stimo, tanto più mi aspettavo che il tema della sussidiarietà (così centrale fra l’altro nella tradizione del cattolicesimo democratico) venisse ripreso e sviluppato nel programma di Monti.

I beni comuni, terreno di incontro per Bersani e Monti?

Invece così non è stato, forse anche per il prevalere di altre culture ed esperienze nei giorni concitati della stesura dell’Agenda. Ma c’è ancora tempo per rimediare, soprattutto se Bersani e Monti la smetteranno di attaccarsi quotidianamente cercando, nell’interesse del paese, ciò che li unisce, anziché ciò che li divide.
I beni comuni e la loro cura potrebbero essere uno dei terreni di incontro, sia perché i beni comuni sono per definizione una questione che riguarda tutti, sia perché è un tema che, come ha dimostrato il referendum sull’acqua, suscita grande interesse e preoccupazione nell’opinione pubblica. Se Bersani, Monti e i rispettivi alleati se ne volessero far carico non a parole, ma con proposte credibili, credo che altrettanto grande sarebbe l’apprezzamento da parte dell’elettorato.

http://www.labsus.org/labsus2/index.php?option=com_content&view=article&id=3767&Itemid=215