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"La Vicìnia"
Zenâr dal 2013
 

Il documento del Coordinamento dei Comitati della montagna friulana
MONTAGNA E CRISI DEL SISTEMA
Un paragrafo del manifesto affronta il tema della Proprietà collettiva

Alla vigilia delle consultazioni elettorali per il rinnovo del Parlamento e del Consiglio regionale, il Coordinamento dei Comitati della montagna friulana ha elaborato un documento di denuncia di tutte «le criticità territoriali, sociali, istituzionali e politiche del nostro territorio montano».
Il testo, datato gennaio 2013, s’intitola “La mont, mâri dal mont!” e propone un’analisi della «crisi del sistema e la nostra montagna».
Suddiviso in varie sezioni, analizza i temi della Gestione dell’acqua (“L’acqua e lo sfruttamento idroelettrico”, “L’acqua del lago di Cavazzo” e “L’acqua del rubinetto di casa nostra”), dell’Approvvigionamento energetico (“L’elettrodotto Würmlach-Somplago” e “L’oleodotto Siot”), della Mobilità, dell’Agricoltura, della Selvicoltura e della “Filiera del legno”.
Appositi paragrafi sono dedicati a Lavoro e occupazione, Ambiente, Proprietà collettive, Riforma degli enti locali, Democrazia delegata e democrazia diretta, Turismo, Sanità e servizi socio-assistenziali, Scuola e cultura e Spopolamento.
Il documento si conclude con una riflessione sui Comitati, intesi come «strumenti di partecipazione e di lotta popolare».
Il manifesto del Coordinamento dei Comitati della montagna friulana verrà presentato nel corso di assemblee pubbliche e incontri informali e diffuso sotto forma di volantino oppure in formato elettronico, attraverso i siti www.peraltrestrade.it/ e carnia.la/2013/01/16/la-mont-mari-dal-mont-la-montagna-madre-del-mondo/ (da dove può anche essere liberamente scaricato).


Dal documento del Coordinamento dei Comitati della montagna friulana
“La mont, mâri dal mont!”

Le Proprietà collettive

Le proprietà collettive non sono un residuo del passato, ma stanno via via acquisendo un ruolo attuale e di prospettiva nella misura in cui nella società post industriale con popolazione mondiale via via crescente l’attenzione verso la terra, unica base alimentare, s’impone ineludibilmente.
Storicamente, in particolare nel periodo feudale e nei paesi slavi, la forma privata della proprietà della terra fungeva da fondamento della classe dominante, mentre la proprietà collettiva (obšina) era propria della classi sottomesse.
La proprietà collettiva ha garantito nei secoli nelle comunità titolari la sopravvivenza alimentare, la coesione, la solidarietà, la democrazia, l’autogoverno, un rapporto stretto e vitale con il proprio territorio, la conservazione dell’identità, la realizzazione di opere non alla portata del singolo.
Lo sviluppo della civiltà industriale, spostando il baricentro economico e sociale dalla terra alla fabbrica e alla città, ha messo spesso in stato di “giacenza” le proprietà collettive, che in tale stato hanno resistito anche ad indebiti ripetuti tentativi dei Comuni di considerarle proprietà pubblica, quindi comunale, equiparando illegittimamente il “collettivo” al “pubblico”. Ma anche in questa fase di “giacenza” alcune proprietà collettive hanno saputo dare risultati eccellenti, di cui sono esempi nel nostro territorio montano i Beni Frazionali di Pesariis e le Proprietà Collettive del Tarvisiano.
La crisi del vigente sistema economico sociale impone un ritorno alla terra, poichè l’abbandono delle proprietà private a cui assistiamo è uno spreco intollerabile i cui rimedi passano attraverso forme collettive di utilizzo o di proprietà dal momento che l’esperienza delle stalle sociali cooperative e dei tentativi di riordino fondiario è stata fallimentare.
Questo ritorno alla terra trova, da un lato, la proprietà privata frammentata in piccoli e minuscoli appezzamenti, abbandonata, alle volte “res nullius”, con i cippi confinari ignoti agli stessi proprietari o sommersi dalla sedimentazione delle erbacce marcite, dall’altro lato, la presenza nel nostro territorio montano delle proprietà collettive, che rappresentano un riferimento importante per l’estensione territoriale, le esperienze tecniche, gestionali e sociali, per la cultura e per il modello economico-sociale di cui esse sono portatrici.
Cultura e modello economico-sociale, che condividiamo, ben espresso nel contributo, di cui siamo grati, che il Coordinamento Regionale della Proprietà Collettiva in Friuli-V. G. ha accettato di portare alla elaborazione del presente documento e che pubblichiamo integralmente.

Contributo del Coordinamento regionale della Proprietà collettiva
al Documento programmatico dei Comitati della montagna

Per durare come complesso sistema vivente, i luoghi rurali abbisognano di cura e continua trasformazione, perché il territorio dell’uomo non è un museo e non si può certo salvaguardare e valorizzare la bio-diversità senza la sua socio-diversità. Perciò, un nuovo sviluppo locale auto-sostenibile deve essere innanzitutto progresso della società locale.
In questa ipotesi, i valori patrimoniali del territorio diventano gli elementi propulsivi di sviluppi auto-sostenibili, le basi materiali collettive per la produzione economica della ricchezza. Ma solo inedite modalità comunitarie di programmazione e gestione potranno garantirne anche la sostenibilità sociale, impedendo sfruttamento e distruzione delle risorse da parte dei soggetti più forti nella competizione sul mercato.
Infatti, l’economia neoliberista, che ha considerato il territorio solo come superficie insignificante e mero supporto dei suoi processi di produzione e scambio, si è completamente disinteressata della dissipazione dei patrimoni locali e non si è curata affatto della sua conservazione a beneficio delle future generazioni, per esempio a causa della mancanza di manutenzione o del consumo di risorse non rinnovabili.
I Beni comuni sono, invece, il vero fondamento della ricchezza reale; essi hanno un valore proprio, intrinseco, una loro natura sociale (libero accesso e condivisione) e un loro “status” giuridico (oltre la proprietà privata individuale e oltre lo Stato sovrano territoriale).
Aria, acqua, terra e fuoco, risorse fondamentali di ogni civiltà, appartengono a tutto il popolo, che le usa e le conserva a beneficio delle presenti e delle future generazioni.
La gestione dei Beni comuni deve spettare alla Comunità degli abitanti di appartenenza; nessun tecnicismo può comportarne l’esproprio di fatto o la compensazione monetaria.
È perciò tempo di reinventare un sistema di governo a livello locale delle risorse collettive, fino a prevederne la proprietà comune collettiva (Commissione Rodotà, 2008).
Senza Terra non c’è speranza. Primo compito diventa, quindi, difendere il territorio dalla predazione di case e terreni privati da parte di ricchi cittadini e dall’insensato oblio delle Terre comuni da parte degli Enti pubblici.
Le Proprietà Collettive (Amministrazioni Frazionali e Comunioni Familiari) riprendano ovunque la gestione delle Terre civiche, sia nei 46 Comuni della Regione (12 in Carnia) nei quali ne è stata accertata ufficialmente l’esistenza, sia negli altri 93 (13 in Carnia) che dal lontanissimo 1927 attendono la definizione, ancora oggi possibile, dei diritti collettivi.
Proprio come in quel passato troppo presto dimenticato, solo la gestione associata della terra e delle risorse naturali saprà garantire la sopravvivenza delle Comunità, grazie all’interscambio dei propri prodotti.
Mezzi di sussistenza alimentare ed energetica per tutti permetteranno l’autoproduzione e l’autoconsumo degli altri beni: invece di comprare troppe merci a basso prezzo e di nessun valore (prodotte in fondo al mondo, sfruttando uomini, donne e bambini), se ne acquisteranno di meno ma realizzate dal sarto e dal calzolaio della vallata. Una nuova consapevolezza traghetterà le persone dalla coscienza di classe (della condizione di sfruttamento del lavoro e della vita) alla coscienza di territorio (delle caratteristiche identitarie e patrimoniali del luogo).
In questo senso, le Proprietà Collettive della Regione, già attive in oltre 20 Comuni, si stanno concretamente muovendo, anche innovando il loro modo di operare, da percettori di rendita fondiaria a organizzatori dei fattori della produzione.
Le Proprietà Collettive del Friuli-V. G., nel ribadire la richiesta politica di gestire direttamente le Aree protette che incidono sui terreni comuni, confermano il proprio impegno per contribuire al recupero delle terre abbandonate, alla sovranità alimentare e all’autonomia energetica delle proprie Comunità, impegnandosi altresì ad intervenire laddove esistono bisogni primari del cittadino che il mercato non soddisfa, ad esempio garantendo la presenza di un punto vendita alimentari, un bar o una sala sociale nei piccoli paesi.
È ora che le popolazioni inizino ad agire per assicurare almeno in parte l’autonomia dei mezzi di sopravvivenza alle proprie Comunità, contribuendo a creare valore economico, ambientale e sociale mediante produzione e consumo locali di energia e prodotti alimentari e manifatturieri.
Ai fini della crescita della società locale e della sua capacità di autogoverno, occorre riportare gli stili di vita al territorio, rilocalizzarvi l’economia, ridurre l’impronta ecologica chiudendo a livello locale i cicli dell’acqua, dell’alimentazione, dei rifiuti, della produzione e gestione dell’energia e, in generale, ogni filiera di produzione e consumo. Riunificando abitanti, produttori e consumatori della società locale, anche tramite l’espansione di attività di manutenzione del patrimonio territoriale finalmente vissuto come proprio, sarà superata l’estraneità dell’economia ai suoi luoghi.
Scelte economiche e politiche adottate alla luce dei valori popolari di chi si prende cura della terra sopravanzeranno anche il concetto di autarchia, garantendo la rifondazione degli elementi essenziali alla riproduzione della vita individuale e collettiva, biologica e culturale.
Già lo fanno giovani perplessi e problematici adulti che non ne possono più.
È andata così sviluppandosi carsicamente una serie di esperienze che, partendo dai fallimenti del mercato (bisogni non soddisfatti e risorse non utilizzate), hanno letteralmente studiato come uscirne, affrontando e spesso risolvendo crisi occupazionali, ambientali, alimentari, energetiche, urbanistiche o educative.
Saperi del tutto estranei alla maggioranza delle Amministrazioni locali (per non parlare delle loro Società di servizi pubblici) e immediatamente legati ad una pratica applicata, diretta o sperimentata altrove, magari nella gestione di un bosco, di un pastificio, di un teatro, di una libreria, di un condominio, di un acquedotto, di un panificio, di un orto o di un borgo.
A differenza di quarant’anni fa, quando i movimenti di lotta si erano arenati per l’incapacità di confrontarsi con la pratica dei problemi, oggi la loro forza risiede proprio nella qualità delle competenze che hanno sviluppato e diffuso, sostituendo perfino in Italia l’angoscia del passato con la speranza del presente.