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"La Vicìnia"
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Miopi d’ogni tendenza considerano proprietà pubbliche e collettive un salvadanaio da saccheggiare per esigenze di bilancio
NO ALLA SVENDITA DEL PATRIMONIO DI TUTTI
Trasferendo i patrimoni comuni agli Enti locali e riducendo i trasferimenti correnti, li si obbliga di fatto a vendere

[Delio Strazzaboschi, segretario del Coordinamento della Proprietà collettiva in Friuli-V. G.]
La rinuncia a sdegnarsi davanti ai quotidiani misfatti non sarebbe sintomo d’ottimismo, ma di vinta disperazione. Invece è ancora tempo di dar voce all’indignazione, e soprattutto spazio, poiché non sarà dall’antipolitica o dall’astensionismo che potrà nascere il Paese che vogliamo. E serve precisione, per non identificare i governi (spesso nemici del bene comune) con lo Stato, che invece siamo tutti noi.

Abbiamo anzi il dovere costituzionale di alzare la voce in nome della legalità, soprattutto quando a violarla sono proprio i governanti. Da qui l’obbligo morale di orientare le nostre azioni in base ai loro effetti su chi è lontano da noi nel tempo, nello spazio e su coloro che, pur vicini e contemporanei, ci sono comunque lontani per condizioni di vita e diritti. Uguale e simmetrico è peraltro il nostro dovere di tutelare il passato, l’ambiente e la vita stessa.
Da tali ragioni di pubblico interesse nasce il diritto di agire individualmente, anche per via giudiziaria, contro la devastazione dei cosiddetti beni comuni, che godono di una superiore utilità sociale per l’intera collettività.
Miopi politici e tecnici d’ogni tendenza considerano invece le proprietà pubbliche e collettive solo una specie di salvadanaio da saccheggiare per contingenti esigenze di bilancio. Promettendo miracolose guarigioni a suon di dismissioni, se avessero potuto avrebbero privatizzato anche i siti archeologici, i monumenti e i luoghi storici. Trasferendo i patrimoni comuni agli Enti locali e riducendo contemporaneamente loro i trasferimenti correnti, li si obbliga di fatto a vendere. Un’altra porzione di beni demaniali potrà poi confluire nei fondi immobiliari privati (banche e assicurazioni), a condizione che queste vi conferiscano beni di pari importo per assumerne il pieno controllo. Ad esempio, con 866mila euro, intermediari finanziari e palazzinari cementificatori potranno attribuirsi le Dolomiti, patrimonio dell’umanità.
La svendita del patrimonio di tutti è però chiamata “valorizzazione” e “federalismo demaniale” l’eversiva violazione dei principi costituzionali dell’utilità generale e del preminente interesse pubblico. Ma a distanza di undici anni, il rapporto fra debito pubblico e Pil è rimasto costante. Invece, a causa delle dismissioni, è stata danneggiata la finanza pubblica, ridotta la consistenza patrimoniale del Paese ed aumentati i disinvestimenti nei servizi sociali. Alcune fondazioni ed imprese saranno magari diventate più ricche, ma i cittadini sono più poveri e peggio serviti.
Si sta preparando la strada al trionfo finale della proprietà privata concentrata in poche mani. Stato sovrano, mai neutrale, e proprietà privata stritolano infatti i beni comuni. Invece, come insegnano le Proprietà collettive, per questo apertamente combattute dalla politica, il modo migliore di difendere i beni essenziali all’esercizio dei diritti pubblici è di porli fuori commercio proprio perché d’uso comune.
Gli Enti che vendono le proprietà pubbliche, ed i Comuni (nessun amministratore pare ricordare l’origine di tale termine) che espropriano di fatto quelle civiche, compiono delitto grave: tali patrimoni non appartengono a chi governa “pro tempore”, ma alle comunità dei cittadini e alle future generazioni.
Se lo Stato siamo noi, abbiamo diritto di resistere attivamente ed imporre il pieno rispetto della legalità: dunque anche fermare il saccheggio dei beni pubblici e collettivi, per indirizzarne invece l’uso sociale secondo Costituzione.
Attraverso proprie forme di autogestione, i beni comuni esprimono, infatti, un nuovo potenziale di emancipazione per le comunità locali, per i lavoratori che se ne curano e per tutti coloro che ne usano e potranno averne bisogno.