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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2012
 

A proposito del volume “La città sussidiaria. Vivere oltre lo Stato”
AUTONOMIA PER LE PERSONE E LE COMUNITà
L’ultimo contributo dell’associazione culturale “Carlo Cattaneo” di Pordenone

[Silvio Boccalatte]
Sul sito dell’Istituto Bruno Leoni (“Ibl”) di Torino, all’indirizzo www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=12128&fb_action_ids=4729515449120%2C4727449317468&fb_action_types=og.likes&fb_source=other_multiline&action_object_map= (info@brunoleoni.it), è disponibile una versione ridotta, pubblicata dal quotidiano “Il Giornale”, di uno dei saggi del volume “La città sussidiaria. Vivere oltre lo Stato” edito dall’associazione culturale “Carlo Cattaneo” di Pordenone e curato da Carlo Lottieri.
«Oltre all’intervento di Silio Boccalatte – spiega il sito dell’istituto torinese –, il libro include saggi di Luigi Marco Bassani, Andrea Bozzi, Filippo Cavazzoni, Stefano Moroni, Pietro Nervi, Luca Romano, Robi Ronza, Paolo Tagini, Alessandro Vitale. Con questa antologia, l’Associazione culturale “Carlo Cattaneo” (www.associarionecattaneo.com - associazionecattaneo@yahoo.it) prosegue il suo lavoro a difesa dell’autonomia delle persone e delle comunità, richiamando l’attenzione su quelle forme sociali che possono permettere maggiori spazi di iniziativa».


Ecco le città italiane «senza Stato»

A cura di Carlo Lottieri, direttore teoria politica “Ibl”, il libro che punta a far crescere la società e a ridimensionare il ruolo degli apparati burocratici

Tutti noi siamo abituati a pensare che l’organizzazione degli agglomerati urbani non possa prescindere dalla regolamentazione pubblica: sia essa dettata dal Comune, da altri enti locali o anche dallo Stato, nell’opinione comune l’operatore pubblico è necessario per garantire l’esistenza stessa di una civile convivenza nei borghi e nelle città.
Al contrario, ciò non è un requisito essenziale: possono esistere città «senza Stato», cioè raggruppamenti di edifici e di persone che sono retti da regole (urbanistiche, di convivenza civile, condominiali) non dettate da autorità pubbliche, ma formate privatisticamente, attraverso il consenso che si esprime in atti giuridici privati, tendenzialmente in «contratti».
Negli Usa, in particolare, 57 milioni di persone vivono in città, borghi e territori non ricompresi in comuni. Non hanno un sindaco, non hanno un consiglio comunale, nondimeno vivono in modo civile, retti da regole che scelgono privatisticamente. Il sistema normativo americano, in verità, permette ciò che in Italia è impossibile: in Usa un territorio deve necessariamente essere parte di una Contea e di uno Stato, ma non di un Comune. In Italia, invece, ai sensi dell’art. 114 della Costituzione ogni territorio deve essere parte di un Comune, di una Provincia e di una Regione, senza eccezioni. Ad ogni modo, questi 57 milioni di pazzi libertari risiedono in realtà riconducibili a due forme giuridiche rientranti nella sfera dell’autonomia privata. In un primo modello gli abitanti sono «inquilini»: gli immobili sono di proprietà di un soggetto unico (un’associazione, una società di cui gli abitanti sono titolari di una quota o una fondazione) e sono concessi in uso/abitazione/locazione. Nel secondo modello, invece, gli abitanti sono proprietari degli immobili in cui vivono e sono comproprietari dei beni comuni (strade, aiuole, ma anche centri ricreativi): di fatto si tratta di enormi condomini, che, però, non sono vincolati ad una normativa preconfezionata dalla legge (com’è in Italia per i condomini, appunto) e possiedono regolamenti che ne delineano spesso forme organizzative molto complesse, più assimilabili a grandi società o associazioni. Le dimensioni non contano. Vi sono piccoli borghi, ma anche città di medie dimensioni (50-60mila abitanti): ciò che li accomuna è essere disciplinati da regole di natura privatistica (pur dovendo comunque sottostare alle norme dettate dalle Contee dagli Stati e dall’Unione). Si tratta, alla fine dei conti, di «costituzioni private» da cui promanano «leggi private». In quanto enti privati non possono andare impunemente in rosso: in questi ordinamenti la spesa pubblica insostenibile non esiste. E, formalmente, non è nemmeno pubblica, ma collettiva.
Può sembrare incredibile, ma qualche interessante esempio di città privata esiste anche in Italia, nonostante il territorio nazionale debba essere necessariamente suddiviso in Comuni e un mare di norme (pubbliche: statali, regionali, provinciali e comunali) urbanistiche vincoli ogni pietra.
Il primo caso meritevole di essere menzionato è San Felice, cioè un agglomerato urbano (un quartiere?) suddiviso sul territorio di tre comuni lombardi (Segrate, Pioltello e Peschiera Borromeo), sorto a partire dai primissimi anni Settanta del XX secolo. Giuridicamente si tratta di un condominio, o, per essere più precisi secondo la giurisprudenza ormai consolidata, un «supercondominio», cioè un condominio a propria volta formato da condominî, avente ad oggetto le strade, le piazze, le aiuole, i parchi, nonché un impianto termico centralizzato. Essendo situato in Italia ed essendo un condominio, San Felice è collegato al modello del condominio sancito dal codice civile, così come si deve ricordare che anche il territorio di questo «quartiere» è ricompreso nei piani urbanistici dei tre comuni cui afferisce: la particolarità non sta nel modello organizzativo (vi è comunque un amministratore e un consiglio di amministrazione, ma, logicamente, in una realtà di queste dimensioni, le elezioni del consiglio di amministrazione sono percepite quasi alla stregua di elezioni del consiglio comunale), quanto nell’entità cui il modello condominiale giunge concretamente. I beni ricompresi in condominio non sono solo le scale o le canne fumarie, e neanche solo le strade e le piazze, ma un’intera centrale termica e un servizio di guardie private. Ciò dimostra come anche in un quadro giuridico fortemente limitativo, in cui i privati non hanno la facoltà di decidere le regole che più preferiscono, ma sono costretti ad adottare solo limitatissime variazioni sul tema unico dettato dal codice civile, il modello del condominio possa essere utilizzato come forma sostanzialmente alternativa rispetto al modello dell’ente pubblico locale.
Il secondo esempio italiano di città volontaria dimostra come l’inventiva privata vada sempre oltre i limiti e gli argini fissati dal diritto pubblico: si tratta del caso della frazione di Partigliano, sita nel comune di Borgo a Mozzano, in provincia di Lucca. Qui, formalmente, non esiste una struttura associativa-condominiale, né alcuna forma di contratto/costituzione privata. Partigliano è una frazione di un comune: vi risiedono circa 250 abitanti.
Ciò che fa di questa realtà un’eccezione e un modello sui generis di città volontaria è la metodologia di gestione dei servizi: di fatto, a Partigliano i servizi pubblici sono forniti dai privati attraverso il modulo associativo. Tutto scaturisce dall’interazione di circa una decina di associazioni: si va dall’associazione dei donatori di sangue, che collabora per organizzare le analisi del sangue a domicilio, sino alla società di mutuo soccorso, che organizza l’assistenza dei soci in ospedale; dalla pulizia delle strade e la spalatura della neve sino alle gestione del campo da bocce e di un edificio multifunzionale, di cui si è incaricato il circolo ricreativo. Ma la prospettiva in cui si muove la rete di servizi offerta dalle associazioni partiglianine è ancor più ampia: da qualche tempo nel borgo si medita di trasformare l’ex canonica (di proprietà della diocesi) in una casa di riposo per gli anziani del paese, gestita da alcune associazioni in collaborazione tra loro. Non solo servizi «urbani», quindi, ma anche servizi sociali, quelli per cui lo Stato, nella vulgata socialdemocratica, sarebbe assolutamente necessario; ciò, a sua volta, significa anche occupazione, quella che, sempre nella vulgata socialdemocratica, dovrebbe essere creata e sostenuta dalla spesa pubblica.

da “Il Giornale”, 16 dicembre 2012