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"La Vicìnia"
Novembar dal 2012
 

Dal 15 al 16 novembre, la XVIII Riunione scientifica di Trento
“CATTURARE L’ANIMA DELL’ALTRO MODO DI POSSEDERE”
La conoscenza e la comprensione degli assetti fondiari collettivi come responsabilità civica

«Con la convocazione della XVIII Riunione scientifica, il Centro studi e documentazione sui demani civici e le proprietà collettive si pone l’obiettivo di costituire un’ulteriore occasione di incontro fra studiosi, ricercatori accademici, amministratori degli enti di gestione, testimoni ad alto livello, per approfondire i temi più attuali temi degli assetti fondiari collettivi».
Il convegno si svolgerà a Trento, il 15 e 16 novembre, e sarà intitolato “Catturare l’anima dell’Altro modo di possedere e farne viaggiare le idee - Promuovere la conoscenza e la comprensione degli assetti fondiari collettivi come responsabilità civica”.
Il Centro studi e documentazione sui demani civici e le proprietà collettive dell’Università di Trento ha diffuso sul proprio sito (www.usicivici.unitn.it/) i motivi della Riunione scientifica e le ragioni che hanno determinato la scelta del tema proposto ai relatori.


In contrasto col sentire comune, che identifica la proprietà collettiva con un settore tradizionale e quindi poco innovativo, vi sono, invece, molte ragioni che ci inducono a ritenere altrimenti.
Giovandosi, allora, della collaborazione interdisciplinare, la Riunione si pone come sede di confronto, di dibattito e di approfondimento culturale per quanti identificano nella proprietà collettive un diverso modo di possedere (contrastando il forte pregiudizio ideologico contro la proprietà collettiva) ed un diverso modo di gestire (contrastando l'opinione ampiamente diffusa secondo cui la proprietà comune è fonte di inefficienza).
La XVIII Riunione scientifica si svolgerà in seduta plenaria nei giorni di giovedì 15 e venerdì 16 novembre 2012, a Trento, nella Sala Conferenze della Facoltà di Economia (via Rosmini 44).

I contributi scientifici e documentari presentati alla XVII Riunione scientifica hanno portato alla conclusione che il termine “assetto fondiario collettivo” debba essere impiegato nel significato del caso in cui i componenti di una comunità insediata in un territorio hanno il diritto di usare il medesimo terreno, ciascuno per proprio conto, al fine di trarre utilità. Si tratta di un preciso ordinamento, già chiamato proprietà collettiva od anche organizzazione familiare montana, esteso con l’art. 3 della legge 97 del 1994 all’intero territorio nazionale. Il termine assetto fondiario collettivo non va, quindi, confuso con il significato del caso in cui alcuni individui lavorano la stessa terra, sotto una medesima direzione, e mettono in comune il ricavo; si tratta in questo caso della conduzione agricola cooperativa o collettiva.
Accostandosi a questa complessa e non facile materia, di ogni assetto fondiario collettivo occorre tener presente la storia, la storicizzazione, l’attenta collocazione nel tempo e nello spazio, all’interno di fatti geologici, climatici, economici, politici, sociali al fine di coglierne la tipicità, registrarne le diversità, pretenderne il rispetto della singolarità.
Già Carlo Cattaneo (1852), malgrado le sue intenzioni e i suoi interessi ideologici, non può non riconoscere che la razionalizzazione del Piano di Magadino non otterrà facilmente cessioni del terreno comune, poiché «nel concetto delle popolazioni questo è il bene più prezioso», non in funzione del suo valore di scambio, sentito come riduttivo e funzionale, ma in forza del suo significato sociale di ambiente a vantaggio di ognuno. A proposito degli assetti fondiari collettivi, Cattaneo ricorda come «questi non sono abusi, non sono privilegi, non sono usurpazioni: è un altro modo di possedere, un’altra legislazione, un altro ordine sociale, che, inosservato, discese da remotissimi secoli sino a noi». Paolo Grossi (1977), maturando la consapevolezza che delle proprietà collettive si trattasse non di episodi da relegarsi nel novero delle mere curiosità storiche, bensì di un pianeta appartato affondante in un costume almeno plurisecolare, munito di propri valori, disciplinato da un ben definito breviario di regole, rimasto assolutamente minoritario ed appartato nel corso dei secoli, ma meritevole di rispetto, adotta a titolo del suo contributo “Un altro modo di possedere”, quale altra soluzione all’eterno problema del rapporto uomo/terra.
Una delle caratteristiche più impressionanti degli assetti fondiari collettivi è, infatti, la longevità storica, sia delle tecnologie applicate sia delle stesse istituzioni. Diverse possono esserne le spiegazioni.

Dalle ricerche compiute sulle esperienze degli assetti fondiari collettivi si può sostenere che tale risultato non deriva dalla pigrizia o dalla ignoranza degli individui (Perrings, 1985), dovendosi piuttosto attribuire alla regolamentazione collettiva della capacità produttiva del demanio civico adottata al fine di minimizzare l’eccesso di domanda di risorse comprese all’interno delle terre di collettivo godimento. Alcuni autori (in particolare, A.V. Chayanov, 1966) sostengono che la performance degli assetti fondiari collettivi va individuata nella differenza degli obiettivi perseguiti dalla proprietà collettiva e dall’impresa privata: a differenza di quanto accade nell’impresa privata, negli assetti fondiari collettivi l’obiettivo non è il profitto, ma la massimizzazione delle utilità percepite dalle famiglie consociate nell’ente collettivo. Altri autori (ad esempio, M. Nash, 1967) mettono in risalto non le preferenze degli individui, avendo tutti la stessa «motivazione al guadagno», bensì l’esistenza di vincoli collettivi sul comportamento individuale nell’uso del patrimonio comune. Altri (come, M. Sahlins, 1974) sostengono la priorità della coesione sociale della comunità imposta come fine dell’attività di gestione del bene comune, per cui il livello di domanda di utilità assunto come norma deve essere alla portata della maggioranza delle famiglie consociate nella comunità. L’esistenza, infatti, di un sistema di regole d’uso delle risorse comuni implica già di per se stessa un qualche tipo di consenso sociale sul tipo e sul livello di attività considerati appropriati e, quindi, una decisione collettiva, comunque presa. Altri ancora, (in particolare, M. Godelier, 1972) sono giunti alla conclusione che la «struttura sociale» utilizza sistematicamente il bene comune secondo un «controllo cosciente» al fine di conseguire diversi obiettivi sociali, inclusa la sostenibilità dell’ecosistema rappresentato dal fondo comune. Per tutti, ricordiamo la conclusione di M. S. Giannini (1979) allorché afferma che «i dominii collettivi sono, in definitiva, strumenti di conservazione del patrimonio naturale in via storica e di fatto, in quanto la protezione dell’ambiente naturale non è nelle normative proprie di tali istituti, ma quasi sempre un risultato, non una finalità dell’istituto o un effetto giuridico che la normativa medesima produca»; la sottolineatura di C. A. Graziani (2006) quando precisa che nel caso della proprietà collettiva siamo di fronte ad «una dimensione che sempre meno è riconducibile all’economia» e conclude che «in quelle proprietà la terra era veramente oggetto non già di dominio e sfruttamento, ma di buon governo» e l’affermazione di P. Grossi (2008) allorché evidenzia come «il tratto tipizzante di queste realtà sia il rapporto uomo/terra non riducibile all’emungimento di un forziere di ricchezza, né la terra è qui, in prima linea ricchezza».
Mettere l’accento sulla razionalità contadina quale si evidenzia nella tradizione della gestione del fondo comune e che si caratterizza non per il profitto, ma per la massimizzazione delle utilità percepite con i flussi provenienti dalle risorse naturali del fondo comune e con i servizi naturali finali erogati dalle stesse risorse, al fine di ottenere beni e servizi di prima necessità, non va inteso come un semplice ritorno indietro o una glorificazione romantica dell’ingegnosità popolare, bensì come identificazione delle potenzialità del patrimonio comune, sia naturale che culturale, della collettività, all’interno dei quali la prudenza ecologica e l’attenzione agli effetti di lungo periodo non sono per nulla incompatibili col ricorso anche a tecniche avanzate di produzione.
Appare così evidente che a differenza di quanto avviene nell’economia di mercato idealizzata, dove i processi del sistema fisico sono organizzati secondo un sistema di segnali molto particolare, cioè il sistema dei prezzi, nelle economie degli assetti fondiari collettivi il sistema dei segnali è sempre rappresentato da una combinazione di valori di scambio e codici di comportamento culturali o ideologici.

La comprensione di un altro modo di possedere va, quindi, ricercata nei principi che ispirano la gestione patrimoniale degli assetti fondiari collettivi.
Un primo di tali principi prevede che titolare di tutte le risorse comprese nella dimensione tridimensionale del fondo comune sia la comunità cui sono assegnate le terre di collettivo godimento con decreto del Commissario per la liquidazione degli usi civici e che l’uso da parte dei consociati nella comunità sia esercitato secondo le norme stabilite dalla comunità stessa. L’amministrazione del demanio civico, sia essa eletta dalla comunità sia essa, invece, esercitata dal Comune, costituisce il braccio operativo della comunità titolare delle attività di tutela e di regolamentazione dell’uso del patrimonio civico. A questo proposito non tragga in inganno il fatto per cui le terre di collettivo godimento possano apparire ad un osservatore esterno come bene a libero accesso dal momento in cui agenti privati (esterni alla comunità titolare delle terre) possano essere autorizzati (tacitamente e/o a titolo gratuito) ad utilizzare le risorse del demanio civico, poiché ciò può avvenire solamente a condizione che rifletta gli interessi della comunità e che implichi realmente una tacita cooperazione tra soggetti che utilizzano risorse seguendo le regole stabilite dalla comunità stessa.
Un secondo principio, che discende dal carattere di demanialità del patrimonio civico, riafferma la proprietà intergenerazionale del demanio civico, pone fondamentalmente problemi di equità patrimoniale tra le generazioni e riguarda in particolare le questioni di perdita irreversibile di componenti del demanio civico e di esaurimento delle risorse. Si tratta del principio che obbliga gli amministratori del demanio civico ad allungare la prospettiva temporale ben oltre i tempi concepiti dall’economista che faccia riferimento al paradigma dell’economia di mercato.
Un terzo principio stabilisce che il demanio civico debba essere inteso come potenziale di risorse che possono e debbono essere costantemente a servizio della comunità. Si delinea quindi una solidarietà sincronica con la presente generazione e una solidarietà diacronica con le generazioni future. Infatti, la nozione di sviluppo sostenibile deve intendersi allargata con l’introduzione del concetto di co-evoluzione, secondo il quale deve considerarsi esplicitamente una interazione tra demanio civico e comunità: questa conserva la produttività primaria del demanio civico e la terra di collettivo godimento assicura le basi dello sviluppo della comunità.
In definitiva, emerge con chiarezza come principi etici devono prevalere in rapporto al semplice funzionamento del mercato.

Il Centro studi, raccogliendo l’invito ad un approfondimento della conoscenza e della comprensione degli assetti fondiari collettivi ed in continuazione con i lavori condotti nei precedenti incontri, pone al centro del dibattito della XVIII Riunione scientifica il tema “Catturare l’anima dell’altro modo di possedere e farne viaggiare le idee – Promuovere la conoscenza e la comprensione degli assetti fondiari collettivi come responsabilità civica”.
Il tema generale sarà sviluppato attraverso relazioni di base, affidate ad autorevoli studiosi della materia. Ma, restando fedele al metodo pluridisciplinare e collaborativo e proponendosi l’obiettivo di integrare piani analitici diversi, il Centro studi ritiene cha la trattazione del tema generale potrà essere esaustiva se sarà supportata da apposite ricerche su aspetti particolari che investono la specificità degli assetti fondiari collettivi e da contributi programmati su argomenti di rilevante interesse culturale ed operativo.