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"La Vicìnia"
Mai dal 2012
 

L’intervento del Coordinamento regionale al convegno sul “Piano per il paesaggio”
DAI “VINCOLI” ALLE “REGOLE”
«La cura del paesaggio non può prescindere dal coinvolgimento delle Comunità»

[Luca Nazzi, presidente del Coordinamento della Proprietà collettiva in Friuli-V. G.]
Anche il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva in Friuli-V. G. è stato invitato a portare il proprio contributo al convegno di “Legambiente” del 27 aprile e 4 maggio “Aspettando un piano per il paesaggio del Friuli Venezia Giulia”. Nella seconda giornata di lavoro, è intervenuto il coordinatore Luca Nazzi, a cui era stato assegnato il tema: “Quando le comunità locali si assumo l’onere di gestire il proprio paesaggio”.
Le relazioni e la documentazione completa sul convegno di “Legambiente” è disponibile all’indirizzo elettronico http://cms.legambientefvg.it/governo-del-territorio/276-aspettando-un-piano-per-il-paesaggio-del-fvg-i-materiali.


Quando le comunità locali si assumono
l’onere di gestire il proprio paesaggio

1. Cosa sono le Proprietà collettive o Beni civici

«Per effetto delle buone gestioni dei nostri predecessori, la Proprietà collettiva costituisce parte fondamentale del paesaggio d’Italia e racchiude in sé un tesoro di biodiversità la cui conservazione, nostra precipua responsabilità, è tuttavia interesse universale»: questo passaggio della “Dichiarazione comune delle proprietà collettive”, proclamata il 7 marzo 2006 in Senato e assunta come carta fondativa della Consulta nazionale della Proprietà collettiva, attesta l’attenzione e la sensibilità che il Popolo delle Terre civiche ha per il tema della gestione e della conservazione del paesaggio.
Tale problematica è stata più volte approfondita nel corso dell’annuale “Riunione scientifica” promossa dal Centro studi e documentazione sui demani civici e le proprietà collettive, a Trento.
Fra i protagonisti più convinti e assidui di queste due iniziative, vi sono le Proprietà collettive della nostra regione e il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva che, dal 1993, opera in Friuli e nella provincia di Trieste per salvaguardare, promuovere e sviluppare il sistema delle risorse naturali (boschi, pascoli, campagne, aree di pesca...) godute in modo indiviso dalle comunità locali, sulla base del diritto consuetudinario.
Jus/Comunelle, Srenje, Amministrazioni Beni civici, Consorzi privati, Aventi diritto di Servitù, Vicìnie e Consorzi vicinali gestiscono questa forma di Beni comuni tradizionali in 20 Comuni della Regione; in altri 37 Comuni tali Beni civici sono riconosciuti per legge ma non sono gestiti direttamente dalle Comunità titolari della proprietà. Infine, abbiamo altri 93 Comuni della Regione (su un totale di 219), in cui le operazioni burocratiche di accertamento della Proprietà collettiva non sono ancora definite, nonostante l’incombenza rientri fra i compiti che, dal 1963, lo Statuto di autonomia speciale ha assegnato all’Amministrazione regionale.

2. Il ruolo attuale delle Proprietà collettive

Del ruolo attuale delle Proprietà collettive in questa regione si occupa da alcuni anni Nadia Carestiato, che avrebbe dovuto curare questo intervento, se altri impegni non glielo avessero impedito.
Nelle sue ricerche, l’apprezzata studiosa ha analizzato anche il rapporto tra Proprietà collettiva e Paesaggio, osservando come le forme di gestione collettiva e autoregolata delle risorse naturali siano capaci non solo di garantire la salvaguardia del paesaggio ma anche di “ricostituirlo”, reinterpretandolo secondo le specificità culturali ed ambientali che caratterizzano un dato territorio, quindi non in termini di mera conservazione. Ciò deriva dalla capacità progettuale o, comunque, dalla consapevolezza di agire in termini di salvaguardia e valorizzazione del paesaggio da parte di quelle comunità che, in vario modo, esercitano un uso collettivo dei beni patrimoniali.
Pensiamo, ad esempio, al valore e all’importanza di realtà quali il Carso goriziano e triestino; la Laguna di Marano e di Grado; la Val Canale con la Foresta di Tarvisio e le Valli Degano e Pesarina, in Carnia; oppure pensiamo ai Boschi di Muzzana e di Villanova di San Giorgio di Nogaro, nella Bassa.
Sono tutti ambienti preziosi ove vivono Comunità che incarnano già o che lottano per l’affermazione del nostro caratteristico «diverso modo di possedere» e di abitare il territorio.

3. L’efficacia dei “Princìpi di gestione” degli Assetti collettivi

Fra le popolazioni locali come fra i pubblici amministratori, gli studiosi e gli ambientalisti, sono pochi coloro che sanno che la legislazione italiana ha da tempo assoggettato l’intera categoria delle Proprietà collettive a regimi vincolistici o comunque di tutela ambientale.
Prima mediante la legge 431 del 1985 e poi attraverso il Codice dei beni culturali e del paesaggio, tali norme hanno preso atto dell’efficacia dei “Princìpi di gestione” dei Beni civici, ovvero incommerciabilità del capitale naturale; utilizzo del territorio in forme usufruttuarie e partecipate; reversibilità delle scelte di gestione; e trasmissione alle generazioni future del Patrimonio collettivo.
Inoltre, le leggi citate hanno riconosciuto i risultati maturati in forza della natura demaniale di tali nostri Beni, che sono inalienabili, indivisibili, inusucapibili e a destinazione agro-silvo-pastorale permanente, oltre che imprescrittibili.

4. La nostra posizione rispetto ai problemi sollevati

a. Il «disegno» e la «volontà» umana

Giustamente, la presentazione del convegno odierno notava come all’origine del paesaggio vi sono il «disegno» e la «volontà» umana.
L’esperienza secolare dei nostri Beni, ci fa notare che gli esiti cambiano radicalmente a seconda se siano disegni e volontà individuali (che meglio sarebbe definire individualistici e utilitaristici) oppure disegni e volontà di una Comunità.
Lucidamente, in un intervento presentato nel 2006 all’Anci Toscana su “Il «bene comune» come terza forma della proprietà: una verità da affermare nelle cose”, lo sottolineava anche Alberto Magnaghi con queste parole, nelle quali noi leggiamo un evidente riferimento alla realtà dei nostri Beni civici: «non si può dare una gestione del territorio come bene comune se esso è gestito da una sommatoria di interessi individuali in una società individualistica di consumatori. È necessario dunque che esistano forme di reidentificazione collettiva con i giacimenti patrimoniali, con l’identità di un luogo, ovvero che sia agevolato un cambiamento politico-culturale (che ho denominato coscienza di luogo) attraverso processi di democrazia partecipativa che ricostruiscano propensioni al produrre, all’abitare, al consumare in forme relazionali, solidali e comunitarie».

b. Gestione oculata e corresponsabile

Per secoli, infatti, le Terre civiche hanno rappresentato «un esempio di gestione oculata e corresponsabile del territorio e dell’ambiente naturale». E tuttora lo rappresentano, laddove le popolazioni sono restate protagoniste della loro amministrazione. Pensiamo, ad esempio, ai casi dell’Ampezzano, dove la Comunanza delle Regole gestisce dal 1990 anche il Parco naturale delle Dolomiti d’Ampezzo; o del Piemonte, dove il Parco regionale del Bosco delle Sorti è gestito dalla Partecipanza di Trino Vercellese; ma anche ai casi a noi più vicini del Carso, della Val Pesarina e della Val Canale.
Questi esempi ci confermano nella nostra persuasione che la gestione delle risorse naturali e la cura del paesaggio non può prescindere dal coinvolgimento e dalla responsabilità delle Comunità locali e di tutti gli organismi civici che le rappresentano.
Lo scorso 21 aprile, se ne è discusso ampiamente a Gropada di Trieste, nel corso dell’incontro internazionale “Proprietà collettive e cogestione sul Carso: scambio di esperienze oltre confine”, organizzato nell’ambito del progetto di ricerca europeo “Apprendimento sociale e gestione delle risorse naturalistiche”, a cura dell’Università olandese di Wageningen e gestito da ricercatori sloveni e olandesi.

c. Un antidoto ai «paesaggi dell’abbandono»

Si è fatto riferimento anche ai cosiddetti «paesaggi dell’abbandono», che si allargano a macchia d’olio e che sempre più impoveriscono ampie zone del territorio regionale.
Noi pensiamo che la gestione attiva e comunitaria delle Terre civiche sia un movimento di resistenza contro la sparizione del paesaggio rurale, specie alpino, consci del fatto che non esiste alcuna forma di tutela dei boschi, dei pascoli, delle campagne al di fuori della gestione attiva, attraverso i saperi e gli usi tradizionali.
Il territorio può rigenerarsi soltanto se esiste una comunità viva che ci vive e che lo gestisce in autonomia, ricavandone non profitti per i singoli, ma beni, servizi e lavoro per i propri membri e per l’utilità pubblica generale, come richiamava Magnaghi in un altro passo dell’intervento già citato.

d. Per un’Economia civica

Nella nostra esperienza, «le richieste di tutela, qualità, identità» riguardanti il paesaggio e il suo governo possono realmente essere definite tali se rispondono non soltanto a ragioni estetiche o ricreative, ma anche a finalità economiche e produttive.
Il Popolo delle Terre civiche sta riscoprendo sempre più, anche nella nostra regione, la propria missione di attore di un’Economia civica (che chiamiamo anche comunitaria o familiare), che mira all’autosufficienza alimentare ed energetica delle singole Comunità, attraverso la valorizzazione dei saperi e delle risorse locali e mediante una gestione patrimoniale di tipo usufruttuario (in base al principio secondo cui la proprietà delle Terre civiche appartiene alle generazioni future, in un’ottica di equità intergenerazionale e di rinnovabilità delle risorse).
Nell’ambito delle attività agro-silvo-pastorali, della salvaguardia ambientale del territorio (specie di quello montano) e di nuove attività economiche quali fornitura di servizi ambientali e turistici, teleriscaldamento, gestione dei parchi..., oggigiorno, si stanno delineando prospettive sempre più interessanti.

e. Dai “Vincoli” alle “Regole”

Nella nostra storia e tradizione, c’è molta comprensione e sintonia con il termine “regole”, siano pure “regole” «di trasformazione, di tutela, di valorizzazione», come precisava la presentazione di questo convegno. Questo è un concetto che appartiene in pieno alla nostra dimensione costitutiva, al punto che è divenuto il nome stesso di alcuni dei nostri Assetti collettivi (per esempio nel vicino Cadore).
Al contrario, nel nostro mondo, c’è forte insofferenza per il concetto di “vincolo” (purtroppo, immancabilmente declinato da pubblici amministratori, funzionari e tecnici come espropriazione di diritti e di saperi secolari, intromissione dall’esterno negli equilibri comunitari, limitazioni indiscriminate ad un modo di operare che ha creato il paesaggio stesso e che ne ha conservato i valori ambientali e culturali più caratteristici).
Già nel corso della nostra Riunione scientifica del 2009, il professor Giorgio Pizziolo della Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze sottolineava la sensibilità e disponibilità del Popolo delle Terre civiche ad intendere le nostre “regole” statutarie (anche riscritte e attualizzate) come «strumento di promozione per nuove economie creatrici di paesaggio».

5. I ritardi della politica

Ma in questa nostra Regione, stiamo ancora attendendo una svolta in direzione del coinvolgimento delle Comunità e delle popolazioni in forme dirette di partecipazione.
La politica privilegia ancora i modelli di gestione verticistici e accentratori, in particolare quando si tratta di pianificazione territoriale e ancor più di Parchi naturali e Aree protette.
Ancora una volta, noi chiediamo che qualora Parchi naturali e Aree protette siano, in tutto o in parte, compresi fra i Beni agro-silvo-pastorali delle Comunioni familiari o delle Amministrazioni dei Beni civici sia sempre previsto l’affidamento della gestione diretta alle comunità titolari, anche associate tra loro.
E per quanto riguarda la pianificazione, facciamo nostre le considerazioni di Magnaghi sui benefici attesi dal nostro coinvolgimento: «L’introduzione di questo terzo attore comunitario (attraverso la proprietà collettiva di beni comuni) nella gestione e governo del territorio favorirebbe una trasformazione politica generale, nel senso di contenere i processi di privatizzazione e mercificazione di beni comuni e di riattribuire all’ente pubblico territoriale il ruolo di salvaguardia dei beni stessi e della valorizzazione del patrimonio civico; favorirebbe inoltre la ricostituzione di momenti comunitari di gestione delle risorse favorendo la crescita di economie solidali nel campo alimentare, ambientale, paesistico, turistico, artigianale, culturale, formativo».

6. La terra come oggetto di cure

In conclusione, permettetemi di riassumere le nostre considerazioni e i nostri ideali, prendendo a prestito le riflessioni del giudice costituzionale Paolo Grossi, proposte nel 2007, nell’introduzione alla XIII Riunione scientifica di Trento.
«Ogni Assetto collettivo – sosteneva l’insigne giurista, indagando quella che lui stesso definiva l’Antropologia sottesa alle capacità gestionali e alla sensibilità ambientale specifica della Proprietà collettiva – ci offre la testimonianza di due primati: il primato della comunità sul singolo e il primato della cosa sul singolo», dove «la comunità è sempre stata intesa come un’ininterrotta catena generazionale» e dove la cosa non è «oggetto di potere, ma oggetto di cure» ed è intesa come “res frugifera”, elemento vivo e vitale, fonte di sopravvivenza.
«All’interno delle Proprietà collettive, la cosa – e la cosa per eccellenza è la terra –, è una realtà vivente, è una realtà vitale e il nesso non è con i poteri della Comunità o del Comunista (inteso come componente della Comunità, ndr.) ma il nesso è rispetto alla catena generazionale che trova nelle cose possibilità di vita, possibilità di sussistenza».
«Quindi ecco il rapporto Uomo/Terra. È un rapporto vitale che tocca l’esistenza del singolo, ma quell’esistenza che si inserisce armonicamente in un contesto cosmico, in un contesto di natura. Per gli Assetti collettivi, la Terra è soprattutto Ambiente, ossia è l’armonia fra azione umana e natura».