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"La Vicìnia"
Fevrâr dal 2012
 

Denuncia del Centro internazionale “Crocevia”
IL “LAND GRABBING” ITALIANO
Uno studio su «Controriforma agraria, politiche pubbliche ed erosione della capacità produttiva agricola»

Secondo il Centro internazionale “Crocevia” (www.croceviaterra.it/) e “Terra nuova onlus”, il “Land grabbing” – ovvero l’accaparramento delle terre coltivabili e l’espropriazione dei contadini – non è un problema che riguarda soltanto i Paesi poveri del Sud del mondo.
Anche l’Italia ne è afflitta e la situazione potrebbe perfino peggiorare se, con la scusa della crisi finanziaria, le ventilate dismissioni di terreni pubblici favorissero ancor più grande proprietà, speculazione edilizia, radicamento nell’economia legale di capitali di origine illegale o non d’origine agricola e cessione di terre per usi non agricoli.
A tali questioni è dedicato lo studio “Terra e agricoltura. Il caso italiano. Land grabbing: case studies in Italy”, curato da Mauro Conti e Antonio Onorati, nell’ambito del progetto “EuropAfrica: verso la Sovranità alimentare”, finanziato dalla Commissione Europea.
Il documento finale, che presenta il sottotitolo “Concentrazione, controllo, integrazione, espropriazione. I limiti delle politiche pubbliche e l’erosione della capacità produttiva agricola”, può essere scaricato da internet all’indirizzo www.europafrica.info/it/news/crocevia-crisi-finanziaria-e-dismissioni-terreni-pubblici-il-senso-di-un-inganno.
Di seguito si presentano i due paragrafi finali dello studio di Mauro Conti, “Project Manager” del Centro internazionale “Crocevia”, e di Antonio Onorati, presidente dello stesso organismo.


Crisi finanziaria e dismissioni terreni pubblici:
il senso di un inganno

Dobbiamo qui ricordare che nel nostro Paese esiste molta terra che appartiene ad Amministrazioni o Enti pubblici o Proprietà Collettive gestite da Comuni o Enti.
Solo in ettari di Superficie Agricola Utilizzata (Sau) abbiamo (2010): Amministrazione o Ente pubblico 269.375,50
Ente o Comune che gestisce proprietà collettive 445.123,65.
Il totale di 714.500 ettari di Sau (Superficie Agricola Utilizzata), diventa, però, di ettari 1.955.735 di superficie agricola totale (Sat) ripartita in poco più di 2.600 aziende.
Le terre coperte da varie forme di usi civici o comunque di proprietà collettiva, per un totale di oltre 1 milione di ettari, sono inalienabili, appartengono a tutti i cittadini e comunque non appartengono ai Comuni anche se questi le amministrano. E quindi non possono essere vendute.
Come abbiamo visto le circa 22.000 aziende, con una taglia superiore ai 100 ettari (cfr dati già citati), si spartiscono oltre 6,5 milioni di ettari di Sat. Dedotte le terre pubbliche restano 4,5 milioni di ettari che sono concentrati in circa (calcolo molto approssimativo, in attesa dei dati disaggregati definitivi del Censimento Istat) 19.000 aziende private che hanno aumentato in dieci anni di oltre l’8% la superficie coltivata che controllano e del 16% il loro numero totale.
È in questo contesto che deve essere inquadrata la recente normativa (legge 12 novembre 2011, n. 183, Art. 7 Disposizioni in materia di dismissioni di terreni agricoli e sue modifiche) per la dismissione dei terreni agricoli pubblici , che dice «(il Mipaf) […] individua i terreni a vocazione agricola e agricoli, anche su segnalazione dei soggetti interessati non utilizzabili per altre finalità istituzionali, di proprietà dello Stato non ricompresi negli elenchi predisposti ai sensi del decreto legislativo 28 maggio 2010, n. 85, nonché di proprietà degli enti pubblici nazionali, da alienare a cura dell’Agenzia del demanio mediante trattativa privata per gli immobili di valore inferiore a 400.000 euro e mediante asta pubblica per quelli di valore pari o superiore a 400.000 euro. Il prezzo dei terreni da porre a base delle procedure di vendita di cui al presente comma è determinato sulla base di valori agricoli medi di cui al Dpr. 8 giugno 2001, n. 327». E ancora «4. Le regioni, le province, i comuni possono vendere, per le finalità e con le modalità di cui ai commi 1 e 2, i beni di loro proprietà a vocazione agricola e agricoli compresi quelli attribuiti ai sensi del decreto legislativo 28 maggio 2010, n. 85; a tal fine possono conferire all’Agenzia del demanio mandato irrevocabile a vendere [...]».
Come a livello internazionale, così per il nostro Paese, l’accesso alla terra attraverso il mercato fondiario non solo non favorisce l’ingresso dei giovani in agricoltura ma – considerando che di fatto quasi tutta la terra agricola è vicina comunque ad insediamenti urbani – finisce per favorire la speculazione edilizia e il radicamento nell’economia legale di capitali di origine illegale o, comunque, non d’origine agricola.
Sull’accaparramento di terre agricole per usi non agricoli rinviamo ad un documento specifico a parte.

Considerazioni finali

La vera questione rimane quella dell’accesso alla terra che è necessario, sia per la creazione di nuove aziende in cui possano avviare un’attività agricola giovani che ne hanno voglia o necessità, sia per allargare la maglia poderale delle aziende di dimensione inferiore ai 30 ettari, quelle che negli ultimi 10 anni hanno subito la mortalità più elevata, a seguito delle politiche pubbliche – premi Pac, incentivi monetari, sostegni e facilitazioni – tutte basate sull’idea che più si riduce il numero delle aziende e meglio va l’agricoltura. Ma accesso alla terra non significa necessariamente proprietà, acquisto/vendita della terra, può significare solo un insieme di normative che favoriscano e proteggano l’uso agricolo della terra e non il suo possesso.
Norme che sostengano chi vuole iniziare un’attività agricola mettendogli a disposizione l’uso di terre a fitti garantiti ed equi. Assolutamente niente di nuovo. Basta dare uno sguardo alla carta costituzionale.
Recita l’articolo 42: «La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di
godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti[…]».
Quindi, le politiche pubbliche possono limitare la proprietà privata «allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti».
In particolare per quanto riguarda l’uso agricolo l’Articolo 44 dice: «Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà [...]».
Ecco quello che serve oggi all’agricoltura italiana per riportare i giovani nelle campagne.
Più in generale, i dati sopra riportati testimoniano, inoltre, della straordinaria resistenza dell’azienda diretto coltivatrice (“contadina”) che resta – senza ombra di dubbio – il cuore ed il motore dell’agricoltura nazionale, che resiste ai processi di cannibalizzazione, che vive grazie ad un mix efficace e drammatico di autosfruttamento ed innovazione di processo (mercati locali, agricoltura biologica, diversificazione delle fonti di reddito, etc) e, anche di prodotto (trasformazione aziendale, quarta gamma – vengono chiamati «prodotti della quarta gamma» i prodotti ortofrutticoli pronti per il consumo. In pratica sono frutta e verdure fresche, lavate, asciugate, tagliate, confezionate in vaschette o in sacchetti di plastica e quindi pronte per essere messe in tavola – etc). Che deve resistere alla concorrenza sleale dell’agricoltura industriale capace, questa, di attrarre su di sé gli effetti positivi delle politiche pubbliche ed i finanziamenti europei (Pac) e regionali.
Garantire un accesso facilitato all’uso della terra per i contadini e proteggerne prioritariamente l’uso che questi ne fanno. Di questo abbiamo bisogno anche per dare un contributo alle crisi che attanagliano il Paese, quella economica, quella finanziaria e quella ecologica. Le aziende che sono scomparse non possono rinascere e la sofferenza di quei fallimenti non sarà compensata, ma almeno si può immaginare di consolidare le piccole aziende contadini e di crearne delle nuove per fermare il processo di desertificazione agraria che ai più sembra ormai inarrestabile.