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"La Vicìnia"
Fevrâr dal 2012
 
Luigino Bruni

Stefano Rodotà
Elementi per una riflessione, dopo i recenti provvedimenti del governo italiano
LIBERALIZZAZIONI E BENI COMUNI
I contributi di Stefano Rodotà e Luigino Bruni, del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e dell’Aiab

Il recentissimo Decreto sulle liberalizzazioni intercetta molte fra le questioni più cruciali sul futuro dei Beni comuni in Italia.
In ballo, ad esempio, c’è il rispetto della volontà popolare espressa dai referendum contro la privatizzazione dei servizi idrici, ma anche il destino dei terreni agricoli demaniali.
Accanto a tali importantissime questioni, si pone anche una domanda di fondo e più generale, come annotava recentemente sul quotidiano “Avvenire” l’economista Luigino Bruni: «quale idea di modello economico e sociale per l’Italia di oggi e di domani ha in mente questo governo?».
I contributi che abbiano raccolto, offrono delle chiavi di lettura sull’operato del consiglio dei ministri presieduto da Mario Monti.


«La mobilitazione paga: il popolo dell’acqua ha costretto il Governo a ritirare il provvedimento che vietava la gestione del servizio idrico attraverso enti di diritto pubblico, quali le aziende speciali», ha annunciato dal proprio sito il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, il 20 gennaio (www.acquabenecomune.org).
«È una vittoria dei cittadini e dei comitati che in tutto il Paese hanno fatto sentire forte la loro voce in difesa del voto referendario.
Rimane ampiamente negativo – continua la dichiarazione – il giudizio del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua sul decreto liberalizzazioni che, a dispregio voto del giugno scorso, peggiora le già pessime misure del precedente Governo sulla privatizzazione degli altri servizi pubblici locali.
La mobilitazione del popolo dell’acqua continua per la piena attuazione del risultato referendario: avanti tutta con la ripubblicizzazione del servizio idrico e la campagna di obbedienza civile per una tariffa corretta e coerente coi referendum. Si scrive acqua, si legge democrazia».

Il notiziario “Bioagricultura Notizie” del 27 gennaio ha proposto l’analisi dell’Associazione italiana agricoltura biologica “Aiab” (www.aiab.it/) su quella parte del decreto definita “Pacchetto agroalimentare delle liberalizzazioni”.
«Aiab accoglie con favore alcuni dei provvedimenti contenuti – vi si legge –. In particolare valutiamo positivamente la disciplina delle relazioni di mercato per quanto concerne l’obbligo di contratti scritti e il vincolo ai pagamenti entro 30 giorni per i prodotti deperibili.
Bene anche i contratti di filiera, utili a promuovere lo sviluppo di intere comunità rurali – benché al momento i fondi a disposizione siano esigui –, la misura di sostegno per l’accesso al credito e l’intervento che aumenta gli incentivi per i pannelli fotovoltaici su serre ed edifici rurali, levandoli a quelli collacati sui terreni agricoli.
Molto più delicata, invece, la dismissione dei terreni agricoli demaniali. Seppur importante il vincolo di destinazione d’uso esteso a 20 anni – commenta il presidente nazionale dell’Aiab, Alessandro Triantafyllidis –, preoccupa la trasformazione dell’alienazione da misura una tantum a misura stabile.
Vendere ogni anno i terreni agricoli demaniali significa, infatti, dismettere completamente un patrimonio comune importante come il suolo agricolo nazionale. Per garantire ai giovani l’accesso alla terra e per garantire a tutti i cittadini la tutela di beni comuni quali il suolo e le foreste, non serve svendere i terreni agricoli demaniali, bensì concederli in affitto, così da garantire allo Stato una rendita costante nel tempo.
Più che una misura per incentivare l’imprenditoria giovanile in agricoltura, infatti, l’alienazione dei terreni pubblici è una misura volta a fare cassa, che richiedendo un forte investimento da parte degli imprenditori agricoli privilegia le realtà già consolidate».
Nell’interpretazione di Graziella Romito di “PianetaPSR” (n. 6 - gennaio 2012 - www.pianetapsr.it) la modifica della norma stabilisce «l’obbligo di ricorrere all’asta pubblica per l’alienazione di tutti i terreni di importo pari o superiore a 100 mila euro»; «protegge i terreni da possibili speculazioni edilizie», introducendo un vincolo alla destinazione di 20 anni. Inoltre, «per favorire l’imprenditorialità giovanile, nell’alienazione dei terreni, viene riconosciuto un diritto di prelazione ai giovani agricoltori di età inferiore ai 40 anni».

Molto articolate risultano le osservazioni degli studiosi Stefano Rodotà e Luigino Bruni.
Il giurista incaricato nel 2007 di presidere la Commissione “per la modifica delle norme del codice civile in materia di beni pubblici” ha intitolato la sua analisi sulle liberalizzazioni, pubblicata dal quotidiano “la Repubblica” il 23 gennaio, “Semplificare senza sacrifici” (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/01/23/semplificare-senza-sacrifici.html).
Per Rodotà, «l’eliminazione della norma che, vietando ai Comuni di costituire aziende speciali per la gestione del servizio idrico, contrastava visibilmente con il risultato del referendum sull’acqua come bene comune» riveste un notevole significato di principio. «Abbandonando questa via pericolosa e illegittima – annota lo studioso italiano – il governo non ha ceduto ad alcuna pressione corporativa ma ha fatto il suo dovere, rispettando la volontà di 27 milioni di cittadini. Certo, la costruzione degli strumenti istituzionali necessari per dare concretezza alla categoria dei beni comuni incontrerà altri ostacoli nel modo in cui lo stesso decreto disciplina nel loro insieme i servizi pubblici.
Ma il disconoscimento di una volontà formalmente manifestata con un voto avrebbe gravemente pregiudicato il già precario rapporto tra cittadini e istituzioni, inducendo ancor di più le persone a dubitare dell’utilità di impegnarsi nella politica usando tutti i mezzi costituzionalmente legittimi».
Secondo Rodotà, «questa scelta può essere valutata considerando anche l’annuncio del ministro Passera relativo all’assegnazione delle frequenze, da lui definite nella conferenza stampa come “beni pubblici” di cui, dunque, non si può disporre nell’interesse esclusivo di ben individuati interessi privati.
Senza voler sopravvalutare segnali ancora deboli, si può dire che il ricco, variegato e combattivo movimento per i beni comuni – scrive Stefano Rodotà – non solo ha riportato una piccola, importante vittoria, ma ha trovato una legittimazione ulteriore per proseguire nella sua azione».
Ora, avverte l’ex presidente della Commissione sui beni pubblici, «si dovrebbe sperare che i partiti non continuino soltanto a fare da spettatori alle gesta del governo, ma comincino a rendersi conto delle loro specifiche responsabilità. Tra queste, oggi, vi è proprio quella che riguarda una nuova disciplina dei beni, per la quale già sono state presentate proposte in Parlamento, e che è indispensabile perché le categorie dei beni corrispondano a una realtà economica e sociale lontanissima da quella che, sessant’anni fa, costituiva il riferimento del codice civile».
Assai negativo, invece, è il giudizio che il commentatore riserva all’articolo 1 del decreto, soprattutto per la reinterpretazione dell’articolo 41 della Costituzione ivi proposta. «Non è ammissibile – scrive fra l’altro Rodotà – che l’“interesse pubblico generale” sia identificato con il solo principio di concorrenza, in palese contrasto con quanto è scritto nell’articolo 41. Il sovrapporsi di diversi soggetti nella definizione complessiva delle nuove regole può creare situazioni di incertezza e di conflitto. Il bisogno di semplificazione e di cancellazione di inutili appesantimenti burocratici non può giustificare il riduzionismo economico, che rischia di sacrificare diritti fondamentali considerati dalla Costituzione irriducibili alla logica di mercato».
«L’operazione, di chiara impronta ideologica, è dunque tecnicamente mal costruita dal governo dei tecnici. Ma, soprattutto, deve essere rifiutata – conclude Rodotà – perché vuole imporre una modifica dell’articolo 41 della Costituzione, attribuendo valore assolutamente preminente all’iniziativa economica privata e degradando a meri criteri interpretativi i riferimenti costituzionali alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Questo capovolgimento della scala dei valori è inammissibile».

Sugli orientamenti fondamentali della vita economica italiana al tempo delle liberalizzazioni si sofferma anche lo studioso di Economia civile Luigino Bruni. Nell’editoriale del quotidiano “Avvenire” del 27 gennaio (www.avvenire.it), fra l’altro, sottolinea: «Liberalizzare un sistema economico significa, in estrema sintesi, aumentare il peso del mercato all’interno della vita civile. L’Italia ha sempre avuto meno mercato dei Paesi anglosassoni (Inghilterra e Usa in particolare), perché il posto del mercato lo hanno occupato non solo uno Stato spesso inefficiente e ipertrofico, ma anche la famiglia e le comunità. È, infatti, questa terza dimensione, che possiamo chiamare «società civile di tipo comunitario», che caratterizza il modello italiano».
«È, il nostro, un modello diverso dal capitalismo americano, ma anche da quello dei Paesi scandinavi, poiché in questi due modelli la dimensione comunitario-familiare è di fatto relegata nella sfera privata delle persone, senza che le venga riconosciuta la natura di principio e di ambito di carattere pubblico e politico – continua l’analisi di Bruni –. Nelle politiche economiche che stiamo osservando, allo stato delle cose, non è purtroppo chiaro quale sia la visione relativa a questa terza dimensione, che, giova ripeterlo, è una colonna della nostra identità e storia, e che ha anche importanti effetti economici».
L’impressione dell’editorialista sulla «cura che si sta approntando» è piuttosto negativa. Si ha come l’impressione – annota Bruni – che «potrebbe essere applicata a qualsiasi altro Paese... Se invece si vedesse davvero questa terza dimensione, ad esempio, si dovrebbero considerare diversamente le varie realtà del cosiddetto Terzo Settore. Innanzitutto, si capirebbe che le cooperative o le imprese sociali sono imprese a tutti gli effetti, poiché la cosiddetta economia sociale o civile in Italia non ha la stessa funzione – e, quindi, natura – del nonprofit anglosassone.
Il Terzo Settore italiano ha essenzialmente una natura produttiva, non redistributiva come nel modello filantropico-restitutivo degli Usa. In Italia la cooperazione, la finanza etica, il commercio equo, il variegato mondo dell’economia comunitaria è la fioritura moderna della cultura civile che ha prodotto i Monti di Pietà nel Quattrocento, e poi le casse rurali e di risparmio, e quindi la cooperazione di produzione, rurale, di consumo.
Oggi come ieri, l’economia civile è l’espressione economica di questa terza dimensione civile-comunitaria del nostro modello di sviluppo. Ma, di questi tempi, quando si sente parlare di impresa è forte l’impressione che nel Governo, in Parlamento e sui giornali ci sia chi ha in mente soltanto l’impresa capitalistica – grande, media o piccola – e che si collochi nel mondo del “sociale” o del “volontariato” quell’altra miriade di soggetti economici che pure creano ricchezza, valore aggiunto e posti di lavoro (oggi più di un milione), attingendo proprio alla nostra vocazione comunitario-famigliare».
Nella seconda parte del suo articolo, Luigino Bruni chiarisce quali siano i veri «tesori da “vedere”», di cui parla nel titolo dell’intervento. L’impresa tradizionale – sostiene – «non potrà più creare posti di lavoro come prima della crisi, né, tantomeno, potrà farlo lo Stato. In simili momenti è stata la società civile che ha inventato nuovi lavori e nuova ricchezza (si pensi, ancora, alla cooperazione tra Ottocento e Novecento); qualcosa di simile dovrà avvenire anche oggi, purché il Governo lo veda e agisca di conseguenza anche sul piano fiscale.
È in questo contesto culturale ed economico più generale e profondo che va anche inserita la valutazione della liberalizzazione dell’orario degli esercizi commerciali.
Gli effetti di breve periodo di questa forma di liberalizzazione (diversa dalle altre, ripeto, necessarie e opportune), possono forse essere benèfici per i consumi e quindi per il Pil, anche se, dobbiamo ricordarlo, uno stile di vita centrato sull’aumento dei consumi è la malattia del nostro modello, non la cura. Ma ciò che è certo è che nel medio periodo (3-5 anni) scompariranno tutti quei negozi a conduzione famigliare che già soffrono da decenni, e che da domani non potranno certo tenere il passo di chi ha forza e capitali per gestire personale per turni “24h/7g”. È il modello del grande-lontano-anonimo che prenderà sempre più piede, come sta già accadendo nei Paesi anglosassoni.
Ma il piccolo-vicino-personale non è soltanto sinonimo di prezzi più alti, è anche espressione di un modello economico-civile che fa parte del nostro Dna borghigiano e cittadino, di città che si chiamano Offida e Lodi, non Miami né San Francisco. E che fa sì, tra l’altro, che i centri storici siano ancora (sebbene con fatica) abitati da persone e da incontri e non solo da uffici, e che gli anziani possano trovare merci e persone sottocasa.
Rendere possibile la vita sia alla grande distribuzione organizzata sia al negozio a conduzione famigliare non è buonismo né nostalgia, ma è questione di democrazia e di libertà, che vivono e si alimentano della biodiversità, anche nelle forme di imprese e di negozi. Trovare un negozio chiuso, magari la domenica, ci ricorda che il mercato è un pezzo di vita, non tutta, che esistono dei limiti al commercio e al consumo, che dietro quelle serrande ci sono non solo merci ma persone, e che i tempi del mercato e del lavoro – come ancora una volta ci ha ricordato lunedì il cardinale Bagnasco – vanno iscritti all’interno dei tempi del vivere e delle festa, e non viceversa».