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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2011
 

Mercoledì 28 dicembre, convegno a Forni di Sopra
RIBELLI E TUMULTI POPOLARI NEI FORNI SAVORGNANI
Nell’ambito del progetto culturale “Ordine e disordine fra il Giovedì grasso 1511 e l’Unità d’Italia”

[Aldevis Tibaldi]
Mercoledì 28 dicembre, alle ore 20 presso il Centro visite del Parco delle Dolomiti friulane a Forni di Sopra, è in programma un convegno su “Ribelli e tumulti popolari nei Forni Savorgnani”.
Introdotti da Aldevis Tibaldi, curatore della mostra “Ordine e disordine fra il Giovedì grasso 1511 e l’Unità d’Italia” (esposta a Udine fino al 22 dicembre), prenderanno la parola gli operatori culturali Erminio Polo e Alfio Anziutti, accompagnati dal cantautore Lino Straulino.
Il progetto culturale in cui rientrano convegno e mostra è stato ideato dall’associazione culturale di Nogaredo al Torre “Pas de Tor”.


I Forni Savorgnani (di Sotto e di Sopra) assieme ai Cadorini non sono famosi soltanto per la Resistenza al Passo della Morte nel 1848, ma anche per i banditi, i contrabbandieri ed i tumulti popolari che, nel corso dei secoli, hanno infiammato le cronache civili e religiose dei due paesi di montagna.
Dal 1300 alla fine del 1700 i due Forni erano feudo della casata Savorgnan, ma godevano di una buona autonomia grazie ad una organizzazione civile che vedeva il consiglio della vicinia dirigere la comunità di villaggio attraverso l’impegno del meriga e dei suoi giurati.
L’economia agricola prevalente non era però sufficiente a nutrire il numero di abitanti, parte dei quali era costretta a recarsi all’estero, soprattutto nei paesi tedeschi, in una emigrazione stagionale assai praticata.
Il contatto con le popolazioni forestiere portava non solo al confronto sulle idee e sui modi di vivere, ma anche a praticare commerci (famosi i Cramars carnici) ed il contrabbando che alimentavano nei paesi d’origine fenomeni di banditismo e conseguenti tumulti popolari.
Si trattò infatti talvolta di dover difendere i mariti o i figli contrabbandieri contro gli sbirri incaricati di controllare il commercio del sale e del tabacco. Ma si trattò anche di tumulti che portarono le popolazioni a scendere in piazza a difendere gli antichi diritti di uso dei beni civici, dei boschi e delle terre comunali.
Questi elementi di ribellione all’ordine costituito portarono poi alla adesione dei Fornesi ai moti risorgimentali del 1848 contro il ritorno degli Austriaci e per la difesa dell’autonomia dei propri territori.
Queste storie di rifiuto e di ribellione saranno discusse nel convegno che si terrà a Forni di Sopra il 28 dicembre e a raccontarle ci sarà anche Lino Straulino, che con la sua chitarra e le sue poetiche canterà la Carnia e la sua anima più profonda… come nessuno sa fare.
L’idea di dare vita ad una manifestazione culturale sulla storia del ribellismo popolare viene da lontano e, ciò nonostante, si colloca in un momento storico caratterizzato da una caterva di improvvise rivolte popolari che in un modo o nell’altro spingono milioni di uomini e donne a scendere nelle piazze e a rischiare la propria vita in nome della giustizia e della libertà.
Se le rivolte odierne hanno finito per risvegliare coscienze sopite da decenni e per avviare processi di trasformazione traumatici, quanto cruenti, le ragioni non sono solo di natura economica e finanziaria, come talvolta si è voluto far credere, bensì politiche, ovvero esistenziali in senso lato.
Ovunque, e non solo nei paesi dove si è preteso il rovesciamento dei governi in carica, si è giunti ad un punto di non ritorno per rivendicare diritti e facoltà sottratte giorno dopo giorno in uno stillicidio di derive istituzionali, sapientemente gestite dalle caste della politica e dai centri del potere economico-finanziario.
Ma non occorre andare lontano o avere un despota sanguinario da dover abbattere. Per prostrare un popolo è sufficiente usurpare i beni e i servizi collettivi, attentare al diritto alla salute e alla rappresentanza democratica, basta annebbiare le coscienze con una informazione distorta, allentare la memoria storica e trasmettere un senso di impotenza. Ma per quanto può durare? E a che prezzo?
Il rischio è che, una volta toccato il fondo, la gente si accontenti di sfogare la propria rabbia con una rivolta cruenta, con una fiammata nichilista incapace di gettare le basi di un’effettiva rigenerazione.
Celebrando la contemporanea ricorrenza di due rivolgimenti epocali, quali i 500 anni dalla rivolta friulana del giovedì grasso del 1511 e i 150 anni dall’Unità d’Italia è parso quindi opportuno riproporne il ricordo dando vita ad una mostra e ad una serie di manifestazioni collaterali che mettessero in luce anche gli aspetti più trascurati e oscuri della nostra storia.
Con tali presupposti è nato “il sangue dei vinti”, ovvero, dalla necessità di ripercorrere un passato rimasto intrappolato fra i luoghi comuni, i mancati approfondimenti sul piano storico e le conclusioni di comodo. Nulla di più che un percorso aperto in mezzo a quelle carte, a quelle immagini e a quei reperti del passato che meglio possono dare la percezione dei sentimenti, delle paure, dei convincimenti e del linguaggio dei nostri avi di fronte agli accadimenti che maggiormente hanno influito sul destino della Penisola, ovvero, sulle dinamiche che hanno portato alla costruzione dello Stato Italiano. Un viaggio nel tempo, in mezzo alle più disparate manifestazioni di ribellismo popolare che hanno coinvolto in maniera trasversale tutti i ceti sociali e hanno mosso valori morali e sentimenti che sono andati ben al di là della semplice protesta sociale. Un viaggio fatto di testimonianze, tutte rigorosamente originali, che gli spazi a disposizione inevitabilmente limitano e condizionano, privo comunque di steccati culturali o ideologici che ne condizionino la fruizione. Quanto basta, tuttavia, per stimolare, se non proprio la ricerca di una verità storica assoluta, perlomeno la curiosità per una storia spesso abbandonata al rituale delle celebrazioni apologetiche riservate alla cerchia dei soliti addetti ai lavori o, addirittura, trasformate in eventi mondani.
Il processo di manipolazione politica e il tentativo di confondere la storia con il mito sono una costante dei nostri tempi e la logica commemorativa che sostiene tali celebrazioni, quando punta alla massificazione attraverso l’uso disinvolto dei mezzi di comunicazione, ha l’effetto di rendere la celebrazione fine a se stessa.
Non è il nostro caso. E poiché non intendiamo ridurre la nostra storia a semplice biografia degli uomini illustri o per altri versi cadere nella trappola delle anacronistiche semplificazioni che omogeneizzano le identità delle nostre popolazioni o, per converso, condividere gli antagonismi di facile presa che oppongono il Nord al Sud, abbiamo preferito compiere un viaggio in mezzo alle criticità e alle tensioni; ivi comprese le forme più ambigue e discutibili di un ribellismo che talvolta è sfociato nella delinquenza “comune” per il semplice fatto di non essere capitato dalla parte giusta. Un percorso per tutti, quindi, ma in particolare per le giovani generazioni perché comprendano l’anelito di giustizia e di libertà che ha spinto generazioni di uomini e donne a ribellarsi e a lottare per la costruzione di una Casa comune, perché si abituino a discernere le ragioni e l’uso della ribellione e, quindi, ad interrogarsi sull’ineludibile relazione esistente fra il presente e il passato, per capire in primo luogo ciò che di quest’ultimo è necessario veicolare nella costruzione del presente.
In effetti, l’attenzione verso il passato e, in particolare, per gli aspetti più controversi del nostro passato, rimane pur sempre la cura ideale per sfrondare l’autenticità storica da tutte quelle leggende e falsificazioni che vi si depositano dal momento in cui se ne è perso l’interesse. Con tali presupposti ogni avvenimento riveste un ruolo fondante e persino i fenomeni parapolitici del nostro passato acquistano una rilevanza strategica nel recupero di una memoria che, per non essere reticente, possa alimentare una comune appartenenza e quindi dare un senso allo stare insieme e un futuro agli ideali di giustizia.