Jentrade / Articui / La Vicìnia
Jentrade/Gnovis
  Leams/Links
"La Vicìnia"
Dicembar dal 2011
 

Un legame indissolubile sottolineato da due recenti articoli
TERRA FRIULANA E PROPRIETà COLLETTIVE
La rivista regionale “Tiere furlane/Terra friulana”, nel numero 11, dedica ampio spazio ai Beni civici

[Luca Nazzi, presidente del Coordinamento della Proprietà collettiva in Friuli-V. G.]
Il numero 11 della rivista di cultura del territorio “Tiere furlane/Terra friulana”, edita dalla Direzione regionale Risorse rurali, agroalimentari e forestali, dedica ampio spazio alla Proprietà collettiva, alla sua consistenza, alle sue funzioni (ecologica, economica e socio-culturale) e alle sue proposte per realizzare «un altro modo di fare economia» e «un altro modo di fare agricoltura».
L’esperienza del Coordinamento regionale della Proprietà collettiva e i suoi obiettivi sono declinati in due articoli, intitolati “Comunisti da sempre. Il Popolo delle Terre collettive in Friuli e sul Carso” e “Sviluppo locale e foreste civiche. Il coordinamento della Proprietà collettiva ha avviato un Progetto di gestione associata”.
La rivista è stata presentata ufficialmente il 23 dicembre a Venzone, alla presenza dell’assessore regionale alle risorse rurali, agroalimentari e forestali Claudio Violino. In qualità di relatori, sono intervenuti fra gli altri il presidente della Fondazione Crup, Lionello D’Agostini, il direttore del servizio regionale gestione forestale e produzione legnosa, Rinaldo Comino, e il curatore editoriale della rivista, Enos Costantini.
Di seguito, possono essere letti i due articoli. L’intera rivista può essere scaricata in formato “pdf” dal sito della Regione (www.regione.fvg.it/tierefurlane - tiere.furlane@regione.fvg.it).


Dal numero 11 della rivista regionale di cultura del territorio
“Tiere furlane/Terra friulana” (www.regione.fvg.it/tierefurlane)

Comunisti da sempre

La scelta del titolo viene così motivata in un incorniciato a cura della redazione della rivista: «“Comunista” significa “appartenente ad una comunità” e con tale termine, nei documenti friulani del passato, venivano definiti gli abitanti dei villaggi i quali, peraltro, godevano di proprietà comuni, le cosiddette “comugne”. Karl Marx (1818-1883), è venuto dopo, quando quasi tutte le “comugne” erano state sottratte (dallo Stato!) ai legittimi proprietari».

Il Popolo delle Terre collettive in Friuli e sul Carso

Quanti sono gli ettari di “tiere furlane” o giuliana che appartengono in modo indiviso agli abitanti dei 55 Comuni del Friuli e della Provincia di Trieste in cui la Proprietà collettiva è accertata per legge?
E quale estensione di aree di pesca, di campagne, pascoli e boschi posseduti collettivamente andrà aggiunta a questa porzione di territorio quando saranno ultimate le operazioni di accertamento attualmente in corso in altri 93 Comuni?
Nessuno è in grado di dare una risposta precisa ma, considerando che il fenomeno delle Terre civiche interessa 148 Comuni della Regione su 219, la sua consistenza risulta in tutta la propria evidenza.
Anni orsono, in una relazione proposta al Consiglio regionale, il Difensore civico stimava per difetto il patrimonio collettivo pari al 7% del territorio dell’intero Friuli-V. G.
Se si tien conto della popolazione che vive nei 55 Comuni con Usi civici accertati in base alla legge statale 1766/1927 o con Comunioni familiari riconosciute dalla legge regionale 3/1996, risultano coinvolti in questo «altro modo di possedere» – collettivo appunto, perché non pubblico ma nemmeno privato – oltre 418mila cittadini, pari al 34,5% della popolazione regionale.
Al di là dunque dei numeri e delle cifre, si tratta di un problema non eludibile per un razionale governo del territorio e anche il mondo agricolo, alla ricerca di forme nuove di organizzazione e minacciato dal consumo e dalla contrazione delle terre fertili, deve necessariamente fare i conti con esso.

Fra “Comugne” e “Vicinie”: le antiche radici

Le Frazioni degli attuali Comuni sono le legittime eredi delle antiche Comunità di villaggio o Ville, che hanno caratterizzato la storia del Friuli dal Medio Evo all’Ottocento, attraverso l’epoca dell’autonomia patriarcale e della dominazione veneta.
Tali Comunità erano le originarie Autonomie locali e in tutta l’antica Patria del Friuli, dal Livenza al Timavo, erano dotate di prerogative e poteri custoditi gelosamente, nonostante l’avvicendarsi dei regimi politici e statuali.
Attraverso la “Vicinia”, le Ville amministravano in primo luogo il patrimonio fondiario collettivo, che era costituito principalmente da boschi e pascoli e che era indispensabile per la sopravvivenza delle popolazioni rurali.
Nonostante svariati tentativi di liquidazione e di usurpazione, tale risorsa è stata parzialmente preservata fino ad oggi dalla statalizzazione e dalla privatizzazione ed è stata riconosciuta dalle leggi statali 1766/1927 e 97/1994, che hanno ribattezzato le Proprietà collettive esistenti nella nostra regione “Usi civici” o “Comunioni familiari”.

Proprietà “chiuse” o “aperte”

Mentre le “Comunioni familiari” sono considerate Proprietà collettive “chiuse”, perché i diritti di godimento sono riservati ai discendenti degli “abitanti originari” della Comunità di villaggio, le Amministrazioni dei Beni civici o frazionali sono le istituzioni individuate dalla legge per amministrare le Proprietà collettive “aperte” (o “Usi civici”), così chiamate perché i diritti di godimento sono estesi a tutti i residenti in una data Frazione, indipendentemente dalla loro origine e dall’antichità del loro insediamento.

I Beni civici nella letteratura friulana

«Fra le altre affermava egli che quante campagne stanno sotto il sole, tutte sono per origine comunali»: l’autore di questa perentoria affermazione, Ser Giorgio di Gradiscutta, ci viene presentato da Ippolito Nievo nella famosa novella d’ambientazione friulana “Il Varmo”.
Non è l’unico accenno che il letterato e patriota ottocentesco dedica al tema dei “Beni comunali” o “communali” (come ai suoi tempi venivano soprannominate le Proprietà collettive), conosciuti durante le sue frequentazioni friulane.
Nell’opera più celebre del Nievo, “Le confessioni d’un italiano”, c’è spazio anche per la rievocazione delle rivolte contadine susseguitesi in ogni distretto della Patria nel corso del XIX secolo contro le usurpazioni delle Terre collettive da parte dei possidenti e contro la complicità del potere asburgico prima e del Regno d’Italia poi con tali insopportabili prepotenze.
Quelle vicende, ricostruite da Piero Brunello nel saggio del 1981 “Ribelli, questuanti e banditi. Proteste contadine in Veneto e in Friuli 1814-1866”, ritornano in altre due opere letterarie più recenti.
Alviero Negro vi ha dedicato il dramma in due parti “Int di masnade” (pubblicato nel 2004 dal circolo culturale “El Tomât” di Buja), nel quale ha ricostruito le giornate di San Daniele del 1840 e del 1841.
La vendita dei boschi comunali, che «mette in crisi le strutture socio-economiche di “vecchio regime” e scardina il complesso equilibrio tra territorio e ambiente», fa da sfondo pure alle vicende dei due giovani carnici Ido e Berto, protagonisti del romanzo “La Comugna”, scritto nel 1994 da Marina Giovannelli.

Non un relitto del passato, ma una realtà viva e vitale

Spesso, illustri accademici e stimati amministratori pubblici, anche nella nostra regione, hanno tacciato il fenomeno della Proprietà collettiva come un «relitto del passato» o come una forma di gestione antieconomica e istituzionalmente insostenibile al giorno d’oggi.
La superficialità di tali giudizi è stata tuttavia denunciata da clamorosi riconoscimenti che attribuiscono all’amministrazione condivisa e partecipata dei Beni comuni (di cui le Terre civiche fanno tradizionalmente parte) un peso sempre più importante nella risoluzione di problemi decisivi per le società moderne.
Nel 2009, la “Royal Swedish Academy of Sciences” ha assegnato alla studiosa americana Elinor Ostrom il premio Nobel dell’Economia proprio per i suoi studi sull’economia delle scelte collettive e delle risorse comuni, raccolti nel volume “Governing the Commons” (uscito anche in Italia, nel 2006, con il titolo “Governare i beni collettivi”).
In quell’occasione, è stata richiamata l’attenzione del mondo intero sulla necessità di abbandonare l’insoddisfacente e semplicistica alternativa fra gestione pubblica o privatizzazione delle risorse naturali e dei servizi sociali.
Ostrom, infatti, ha dimostrato empiricamente la validità e l’efficienza dei sistemi di gestione collettiva, qualora siano salvaguardati i princìpi progettuali che li connotano tradizionalmente e non siano ammesse o imposte interferenze e intromissioni dall’esterno.

Le funzioni della Proprietà collettiva

A partire dal peculiare carattere di beni indivisibili, inalienabili e a destinazione agro-silvo-pastorale vincolata, alle Proprietà collettive vengono riconosciute tre funzioni principali: una funzione ecologica, una funzione economica e una funzione socio-culturale.
In Friuli, la studiosa Nadia Carestiato ha ben evidenziato i caratteri di questa positiva multifunzionalità.
Nei sistemi collettivi, le regole che la comunità si è data per governare il proprio capitale naturale sono volte a soddisfare le proprie esigenze economiche conservando sempre la risorsa.
«Ogni elemento naturale – annota Carestiato, a proposito della funzione ecologica delle Proprietà collettive – è valorizzato per essere sfruttato al meglio delle sue possibilità» e «la sopravvivenza del sistema si lega alla capacità dei suoi utilizzatori di adattarsi al proprio ambiente di vita e alle conoscenze acquisite sul sistema stesso».
Lo sfruttamento delle risorse collettive a fini produttivi (prelievo diretto, vendita o produzione di servizi), in secondo luogo, dà origine «a transazioni che ammettono lo scambio dei prodotti, con reciproco vantaggio e accordo dei soggetti interessati».
La funzione socio-culturale delle Terre civiche, infine, secondo Carestiato, che ha messo a confronto la situazione regionale con i princìpi progettuali della Ostrom, «deriva dall’insieme di usi non economici a cui la risorsa collettiva è sottoposta, da cui dipendono anche gli aspetti legati alla qualità della vita e alla socialità, che hanno la capacità di produrre esternalità positive come la conservazione delle risorse, della biodiversità e del paesaggio, oltre che la tutela del patrimonio storico e tradizionale delle comunità locali».

L’impegno del Coordinamento regionale

Per salvaguardare, promuovere e sviluppare le Terre civiche del Friuli e della provincia di Trieste, dal 1993, opera il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva, che riunisce organismi diversi sparsi su tutto il territorio regionale: Jus/Comunelle, in provincia di Gorizia; Jus/Comunelle e Srenje/Vicinie, riunite nell’Agrarna Skupnost, in provincia di Trieste; Amministrazioni di Beni civici, nelle province di Pordenone e Udine; Amministrazioni di Beni civici, Consorzi privati e Comitati promotori dell’Uso civico in Carnia; Aventi diritto di servitù, Vicinie e Consorzi vicinali, in Val Canale.
Il Coordinamento regionale si prefigge il pieno riconoscimento delle Terre collettive come Bene comune e la loro valorizzazione come modello di gestione territoriale, partecipata e rispettosa dell’ambiente.
Da anni si batte perché gli accertamenti previsti dalla legge 1766/1927 siano rapidamente conclusi, per garantire finalmente a tutte le comunità locali di gestire attivamente i propri Beni comuni.
Con forza, inoltre, chiede che la Regione – adempiendo ai suoi doveri statutari, sanciti dalla Costituzione – si doti di una normativa chiara e snella per garantire e promuovere una moderna gestione patrimoniale delle Terre civiche.

I caratteri propri della gestione collettiva

La Costituzione e le leggi statali di tutela e valorizzazione paesaggistica riconoscono i modelli di gestione democratica e sostenibile del territorio sviluppati dalle Proprietà collettive, in Friuli e in Italia (ove sono noti, in particolare, i successi gestionali delle “Regole d’Ampezzo”, in comune di Cortina, e delle “Regole” del Cadore; della “Magnifica Comunità” di Fiemme; delle “Comunalie Parmensi”; nonché delle “Partecipanze” e dei “Consorzi degli Uomini” emiliani e delle “Università agrarie” del Lazio).
I princìpi che ispirano l’azione del Popolo delle Terre collettive, messi a punto dalla Consulta nazionale della Proprietà collettiva (cui il Coordinamento regionale aderisce dalla fondazione), sono: l’incommerciabilità del capitale naturale; la gestione del territorio in forme usufruttuarie e partecipate; la reversibilità delle scelte di gestione; e la trasmissione alle generazioni future del patrimonio collettivo.

Un altro modo di fare economia

Da tali princìpi deriva un modo diverso di concepire e di organizzare l’attività economica, basata su una gestione «patrimoniale di tipo usufruttuario» dei Beni civici.
Le Proprietà collettive friulane e giuliane hanno maturato la convinzione che un’economia locale sostenibile sia «possibile mediante la difesa e la valorizzazione delle qualità del proprio territorio e dei bisogni della comunità che lo abita, agendo sì all’interno del sistema di mercato, ma con attenzione ai valori ambientali e sociali», come annotava il segretario del Coordinamento regionale, Delio Strazzaboschi, nell’editoriale del periodico “La Vicìnia” del novembre 2010.
«Definire oggi un’economia dei Beni comuni significa favorire le politiche economiche che contribuiscono a rigenerarli: tornare a prendersi cura della terra è la vera necessità che s’impone, un modo tanto antico quanto rivoluzionario di concepire l’economia, il mondo e il vivere sociale, che è utile come la solidarietà fra i cittadini ed economico almeno quanto l’iniquità risulta inefficiente. In questo senso – sottolineava l’esponente del Coordinamento regionale – le Proprietà collettive del Friuli e del Carso si stanno concretamente muovendo, anche innovando il loro modo di operare: da percettori di rendita fondiaria a soggetti che organizzano i fattori della produzione, puntando al recupero delle terre abbandonate».

Un altro modo di fare agricoltura

In quest’ottica, varie Comunità del Medio Friuli e della Bassa, al di qua e al di là del Tagliamento, stanno riscoprendo di essere proprietarie di Terre civiche e si stanno organizzando per curarne direttamente la gestione, sull’esempio delle Amministrazioni già operanti a Bressa di Campoformido, a San Giovanni di Polcenigo, a San Gervasio di Carlino e a Villanova di San Giorgio di Nogaro.
Sul ruolo che la Proprietà collettiva può avere nella progettazione e nella realizzazione di un modo nuovo e comunitario di fare agricoltura si è concentrata la riflessione della II “Giornata regionale della Proprietà collettiva”, celebrata il 14 maggio a San Marco di Mereto di Tomba, alla presenza dell’assessore regionale alle risorse agricole e forestali, Claudio Violino.
Nelle pianure udinesi e pordenonesi, si sta lavorando per passare dalle colture intensive alla gestione diretta dei fondi, destinandoli al reimpianto di coltivazioni tipiche, all’agricoltura biologica, agli orti comunitari e a forme di agricoltura sociale per soggetti svantaggiati, non escludendo la stessa rinaturalizzazione dei terreni a scopo didattico e turistico.
Nel Carso triestino, le Proprietà collettive gestiscono un’azienda agricola sperimentale e si stanno organizzando anche come “Fattoria didattica”.
Al giorno d’oggi, i Comuni della pianura friulana in cui esistono Proprietà collettive già riconosciute per legge ma non gestite direttamente dalle rispettive Comunità sono 14: Bicinicco, Cervignano, Codroipo, Grado, Marano Lagunare, Mereto di Tomba, Monfalcone, Muzzana del Turgnano, Palmanova, Pocenia, Porpetto, Precenicco, Teor e Varmo.

Una gestione innovativa dei boschi comunitari

A fronte delle difficoltà in cui versa l’intero comparto forestale, nonostante gli imponenti e costosi sforzi compiuti dalla Regione, le Proprietà collettive della montagna friulana hanno elaborato un Piano di assistenza gestionale e alcuni Progetti pilota di gestione associata per lavorazioni a cottimo o con manodopera diretta e vendita a strada del legname assortimentato.
Attraverso tali sistemi di gestione, rispettosi degli equilibri naturali ed ecologicamente orientati, come dimostrano le sperimentazioni già portate a buon fine dalle Amministrazioni di Pesariis e di Tors e Givigliana, nelle valli Degano e Pesarina, si ottiene non soltanto lo sfruttamento sostenibile della “risorsa bosco”, ma anche la sua valorizzazione (assicurando manutenzione e pulizia del territorio), l’impiego di manodopera locale con il conseguente contenimento dello spopolamento, il mantenimento in loco della ricchezza prodotta e il soddisfacimento di concrete necessità dei residenti (“Usi civici” di “Legnatico”, di “Fabbrico” e di “Rifabbrico”, in primo luogo).
La gestione associata delle foreste consente interventi integrati e coordinati con il mercato, utilizzazioni boschive per area omogenea, sistemi di vendita snelli ed efficienti, adeguati livelli di meccanizzazione mediante investimenti tecnologici comuni e cessione agevolata di legna da ardere.
Non mancano anche altre ipotesi progettuali allo studio, come la gestione diretta della raccolta funghi, in Val Canale e Canal del Ferro, con la possibilità di trasformare e vendere ciò che viene raccolto attraverso reti di distribuzione commerciale e di ristorazione autogestite.

Un progetto per la gestione della laguna

Anche a Marano e Grado, i sostenitori della Proprietà collettiva rivendicano i propri diritti e formulano proposte gestionali innovative, a partire dal principio che «la laguna è un patrimonio di eccezionale valore ambientale, paesaggistico e socio-economico mantenutosi tale grazie alla gestione collettiva e condivisa da parte della sua popolazione».
Gli attuali problemi ambientali della laguna di Marano – secondo i pescatori dell’associazione “Comunità di Marano” – sono causati da attività economiche dimostratesi incompatibili quali l’industria, il turismo speculativo, le monoculture ed i prodotti utilizzati nell’agricoltura e gli scarichi fognarii urbani. Mentre la pesca di laguna, pur con tutti i suoi problemi, è ritenuta dai sostenitori della gestione collettiva l’attività economica più redditizia in rapporto alla sostenibilità ed alla salvaguardia ambientale, paesaggistica, culturale e sociale, se si vuole che l’ambiente lagunare «resti ancora un bene ambientale e paesaggistico fruito dalla collettività e che non finisca completamente privatizzato e distrutto».

Costituire nuove Amministrazioni dei Beni civici

Nei 46 Comuni della Regione in cui è accertata ufficialmente l’esistenza di Beni frazionali (in base alla legge statale del 1927), in mancanza del Comitato frazionale, dovrebbe occuparsi della gestione delle Terre civiche l’Amministrazione comunale.
In realtà, nella maggioranza dei casi, i patrimoni collettivi restano abbandonati al loro destino o sono utilizzati per funzioni incompatibili con la loro natura civica o con la loro valenza ambientale.
Di fronte a tale situazione, il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva si è prefissato il compito di ricostituire i Comitati in tutti i Comuni dotati di accertamento, sull’esempio di quanto già avviene a Givigliana in Comune di Rigolato, a Ovasta in quello di Ovaro, a Pesariis in quello di Prato Carnico e a Tualiis e Noiaretto in quello di Comegliàns o nelle realtà di pianura precedentemente elencate.
Alle comunità interessate viene proposta la sfida di esercitare pienamente il proprio dovere civico di partecipazione, per ottenere in cambio benefìci sociali, economici, culturali ed ecologici.

I Comuni riconoscano le proprie comunità

È necessario, però, che «i Comuni riconoscano le proprie Comunità e i loro usi e valorizzino le Comunità stesse, coinvolgendole nell’amministrazione diretta dei Beni civici», come recentemente sottolineavano in un proprio intervento sul periodico “La Vicìnia” il segretario regionale dell’Associazione italiana per il Consiglio dei Comuni, delle Province e Regioni d’Europa e membro della Direzione nazionale “Aiccre”, Nevio Puntin, e il componente del consiglio direttivo del Friuli-V. G., Angelo Viscovich.
Alla luce del principio di sussidiarietà verticale e orizzontale introdotto dalla Costituzione italiana nel Titolo V, i responsabili dell’“Aiccre” auspicavano un «processo di riforma degli Statuti comunali, provinciali e regionali in cui recepire le esigenze di negoziazione e composizione» degli interessi di cui sono interpreti le comunità titolari di Beni civici.

Coordinamento della Proprietà collettiva in Friuli-V. G.
60, Padriciano - 34012 Trieste
Sede amministrativa: 91, Pesariis - 33020 Prato Carnico (Ud)
Tel: 0433 69265 - Fax 0433 695861
coordinamentorfvg@yahoo.it