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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2011
 
Il curatore della mostra, Aldevis Tibaldi

In mostra a Udine, fino al 20 dicembre, nella chiesa di Sant’Antonio
RIVOLTE CONTADINE E RIBELLI, FRA 1511 E 1861

La chiesa di Sant’Antonio di Udine, in piazza Patriarcato, ospiterà fino al 20 dicembre la mostra “Ordine e disordine. La storia dimenticata delle popolazioni rurali”, curata dall’associazione culturale “Pas de Tor” (pasdetor@libero.it).
L’esposizione, mediante centinaia di documenti, manoscritti, editti, bandi e fogli a stampa, raffigurazioni, ritratti eseguiti dai viaggiatori dell’epoca e cronache giornalistiche, accompagna il visitatore in un percorso temporale compreso tra i 500 anni dalla rivolta friulana del Giovedì Grasso 1511 e i 150 anni dall’Unità d’Italia, evocando la storia dimenticata delle popolazioni rurali e il loro travaglio davanti alle trasformazioni sociali e politiche dell’epoca moderna.
La rassegna non trascura un rifermento alle «pratiche gestionali consolidate e condivise» e alle «regole comunitarie che organizzano la gestione dei beni comuni», che nei secoli analizzati vengono spesso «screditate, se non addirittura criminalizzate, con il facile pretesto di essere retrograde e il retaggio dell’oscurantismo feudale».
La mostra udinese, curata da Aldevis Tibaldi, sarà aperta dalla domenica al giovedì (10-13 / 14.30-18.30), venerdì, sabato e giornate festive infrasettimanale (10-13 / 14.30-20.30).


Il sangue dei vinti
Introduzione alla mostra

L’idea di dare vita ad una manifestazione culturale sulla storia del ribellismo popolare viene da lontano e, ciò nonostante, si colloca in un momento storico caratterizzato da una caterva di improvvise rivolte popolari che in un modo o nell’altro spingono milioni di uomini e donne a scendere nelle piazze e a rischiare la propria vita in nome della giustizia e della libertà.
Se le rivolte odierne hanno finito per risvegliare coscienze sopite da decenni e per avviare processi di trasformazione traumatici, quanto cruenti, le ragioni non sono solo di natura economica e finanziaria, come talvolta si è voluto far credere, bensì politiche, ovvero esistenziali in senso lato. Ovunque, e non solo nei paesi dove si è preteso il rovesciamento dei governi in carica, si è giunti ad un punto di non ritorno per rivendicare diritti e facoltà sottratte giorno dopo giorno in uno stillicidio di derive istituzionali, sapientemente gestite dalle caste della politica e dai centri del potere economico-finanziario.
Ma non occorre andare lontano o avere un despota sanguinario da dover abbattere. Per prostrare un popolo è sufficiente usurpare i beni e i servizi collettivi, attentare al diritto alla salute e alla rappresentanza democratica, basta annebbiare le coscienze con una informazione distorta, allentare la memoria storica e trasmettere un senso di impotenza. Ma per quanto può durare? E a che prezzo?
Il rischio è che, una volta toccato il fondo, la gente si accontenti di sfogare la propria rabbia con una rivolta cruenta, con una fiammata nichilista incapace di gettare le basi di un’effettiva rigenerazione.
Celebrando la contemporanea ricorrenza di due rivolgimenti epocali, quali i cinquecento anni dalla rivolta friulana del giovedì grasso del 1511 e i centocinquanta anni dall’Unità d’Italia è parso quindi opportuno riproporne il ricordo dando vita ad una mostra e ad una serie di manifestazioni collaterali che mettessero in luce anche gli aspetti più trascurati e oscuri della nostra storia.
Con tali presupposti è nato “il sangue dei vinti”, ovvero, dalla necessità di ripercorrere un passato rimasto intrappolato fra i luoghi comuni, i mancati approfondimenti sul piano storico e le conclusioni di comodo. Nulla di più che un percorso aperto in mezzo a quelle carte, a quelle immagini e a quei reperti del passato che meglio possono dare la percezione dei sentimenti, delle paure, dei convincimenti e del linguaggio dei nostri avi di fronte agli accadimenti che maggiormente hanno influito sul destino della Penisola, ovvero, sulle dinamiche che hanno portato alla costruzione dello Stato Italiano. Un viaggio nel tempo, in mezzo alle più disparate manifestazioni di ribellismo popolare che hanno coinvolto in maniera trasversale tutti i ceti sociali e hanno mosso valori morali e sentimenti che sono andati ben al di là della semplice protesta sociale. Un viaggio fatto di testimonianze, tutte rigorosamente originali, che gli spazi a disposizione inevitabilmente limitano e condizionano, privo comunque di steccati culturali o ideologici che ne condizionino la fruizione. Quanto basta, tuttavia, per stimolare, se non proprio la ricerca di una verità storica assoluta, perlomeno la curiosità per una storia spesso abbandonata al rituale delle celebrazioni apologetiche riservate alla cerchia dei soliti addetti ai lavori o, addirittura, trasformate in eventi mondani. Il processo di manipolazione politica e il tentativo di confondere la storia con il mito sono una costante dei nostri tempi e la logica commemorativa che sostiene tali celebrazioni, quando punta alla massificazione attraverso l’uso disinvolto dei mezzi di comunicazione, ha l’effetto di rendere la celebrazione fine a se stessa.
Non è il nostro caso. E poiché non intendiamo ridurre la nostra storia a semplice biografia degli uomini illustri o per altri versi cadere nella trappola delle anacronistiche semplificazioni che omogeneizzano le identità delle nostre popolazioni o, per converso, condividere gli antagonismi di facile presa che oppongono il Nord al Sud, abbiamo preferito compiere un viaggio in mezzo alle criticità e alle tensioni; ivi comprese le forme più ambigue e discutibili di un ribellismo che talvolta è sfociato nella delinquenza “comune” per il semplice fatto di non essere capitato dalla parte giusta. Un percorso per tutti, quindi, ma in particolare per le giovani generazioni perché comprendano l’anelito di giustizia e di libertà che ha spinto generazioni di uomini e donne a ribellarsi e a lottare per la costruzione di una Casa comune, perché si abituino a discernere le ragioni e l’uso della ribellione e, quindi, ad interrogarsi sull’ineludibile relazione esistente fra il presente e il passato, per capire in primo luogo ciò che di quest’ultimo è necessario veicolare nella costruzione del presente.
In effetti l’attenzione verso il passato e, in particolare, per gli aspetti più controversi del nostro passato, rimane pur sempre la cura ideale per sfrondare l’autenticità storica da tutte quelle leggende e falsificazioni che vi si depositano dal momento in cui se ne è perso l’interesse. Con tali presupposti ogni avvenimento riveste un ruolo fondante e persino i fenomeni parapolitici del nostro passato acquistano una rilevanza strategica nel recupero di una memoria che, per non essere reticente, possa alimentare una comune appartenenza e quindi dare un senso allo stare insieme.
Sentendo che si è usciti dall’alveo della storia canonica sino al punto di raccontare i ribelli, di prendere in considerazione i tumulti, le rivolte annonarie, la difesa dei beni collettivi e il banditismo, qualcuno potrà storcere il naso. In effetti, il tema è quanto mai delicato da trattare e da sempre suscita giudizi contrastanti, ma anche incomprensibili pregiudizi che, talvolta, si alimentano nel desiderio di togliere la parola ed ogni facoltà di giudizio al mondo rurale, sino a confinare le velleità di chi oggi ambisce alla promozione di quella democrazia partecipata, che non può affermarsi senza riconoscere a ciascuno pari dignità e quindi il diritto di rappresentanza.
Tentare un discrimine fra il ribellismo politico, il ribellismo sociale, il banditismo rurale e il ladro di strada è cosa assai ardua e persino arbitraria, ciò in ragione della dubbia attendibilità delle testimonianze disponibili, della faziosità e delle mitizzazioni.
Per chi si ferma ai giudizi espressi dalle autorità dell’epoca e più in genere alle tesi dei vincitori è quasi inevitabile condividerne le logiche auto celebrative, o assolutorie. Con un simile approccio non può essere ammessa l’esistenza, né del banditismo politico né di quello sociale, né tantomeno verrebbe accolta la possibilità che le popolazioni rurali fossero state capaci di elaborare un qualche programma o in grado di esprimere una presa di posizione autonoma sul piano politico. Vero è che le tracce lasciate dalle popolazioni rurali sono assai sbiadite, ma ciò non dovrebbe costituire la prova della loro inettitudine, bensì la prova della prevaricazione delle classi dominanti.
Da che mondo è mondo, ogni vincitore delegittima il vinto che non gli oppone resistenza con il disprezzo riservato ai servi; quello che gli resiste viene invece considerato un barbaro, un brigante sanguinario e la sua repressione un atto dovuto. Così è stato con l’invasione delle armate francesi, con l’arrivo degli Austriaci, con i sodati piemontesi nel Meridione d’Italia e, per arrivare a tempi nostri, con i nazifascisti impegnati nella repressione dei partigiani.
Le baionette degli invasori hanno sempre avuto bisogno di scompaginare gli organismi e le rappresentanze politiche del popolo sottomesso e di far emergere una classe di collaborazionisti da premiare con l’attribuzione delle cariche pubbliche, la spartizione del bottino e con l’assegnazione dei beni collettivi.
Pratiche gestionali consolidate e condivise e le stesse regole comunitarie che organizzano la gestione dei beni comuni vengono screditate, se non addirittura criminalizzate, con il facile pretesto di essere retrograde e il retaggio dell’oscurantismo feudale. Contando sull’alleanza con i nuovi ricchi e su chi ha la facoltà di acquistare le terre della comunità, si sfalda la coesione sociale, è vietato pascere nei terreni di uso civico, fare legna nei boschi, pescare, cacciare. I piccoli proprietari, gli affittuari e i braccianti vengono ridotti al lastrico, spinti a vendersi o in alternativa a rubare, se non addirittura a darsi alla macchia. Avendo poco o nulla da amministrare,a quel punto le rappresentanze comunitarie perdono la ragione di esistere e la partecipazione di ogni capofamiglia alle assemblee pubbliche si rivela tanto superflua, da legittimare l’introduzione di consigli ristretti di dubbia rappresentatività perché formati dalle elite, nel loro esclusivo interesse.
Se poi, con gli spazi fisici vengono travolti anche i riferimenti metafisici, come avvenne con l’arrivo dell’armata francese, allora la reazione delle popolazioni rurali, per quanto strumentalizzata dagli uomini del vecchio regime, si fa drammatica. Il mondo rurale, sebbene fisiologicamente abituato alla sopportazione, non accetta più di vedere il saccheggio indiscriminato, le pile dei libri antichi dati alle fiamme, il furto delle opere d’arte e i soldati che sfregiano i luoghi sacri e orinano nelle chiese; non appena gli è possibile reagisce con tutta la violenza di cui è capace.
Ebbene, generazioni di storici nostrani hanno inveito contro la barbarie dei sanfedisti impegnati a mettere in fuga i Francesi e a massacrare i membri del governo collaborazionista da essi istaurato. Tutto ciò nel labile presupposto che quello stato fantoccio fosse la smagliante espressione degli ideali della rivoluzione francese, non certo il figlio degenere del colonialismo repubblicano.
Come giudicare il comportamento di quelle popolazioni rurali con il metro dei risultati che si ebbero, talvolta contro le loro stesse volontà? Come giudicarle e condannarle sulla base di un modello esemplare di riferimento? Come non mettere in relazione quegli avvenimenti con la situazione complessiva?
La verità è che il mondo rurale non sa né può fare le rivoluzioni. Tutt’al più sfoga la sua insoddisfazione in una rivolta invernale di breve durata, perché o in primavera si riprendono i lavori nei campi o si è costretti a morire di fame. Allora, non rimane che il gioco delle parti, ovvero sostenere quei fuoriusciti che hanno deciso di darsi alla macchia per non esporsi in prima persona e dover rischiare la propria vita. Ciò, in una sorta di simbiosi che nelle intenzioni delle parti consente ai banditi di avere sicure basi logistiche e ai contadini la sensazione di godere della loro protezione nei confronti di uno Stato spietato che si prende i soldi delle tasse e i figli da mandare alla guerra.
E anche se fra di loro non si istaura un patto vero e proprio, al popolo rimane pur sempre la possibilità di aggrapparsi al mito del bandito giustiziere, come remota ancora di salvezza e salvacondotto per poter sopravvivere in una vita di stenti.

Visite guidate
L’ingresso alla mostra è gratuito. Per la migliore fruizione degli spazi espositivi si consiglia la visita a gruppi di persone in numero non superiore alle 20 unità. Gradite in proposito sono le prenotazioni allo scopo di consentire una visita guidata.
Previo accordo, sono previsti laboratori di lettura in sede ed eventuali conferenze ed incontri di approfondimento presso i plessi scolastici di provenienza. Analogamente saranno partecipate le manifestazioni collaterali previste nel capoluogo ed in altre località regionali.

Riferimenti
Associazione culturale “Pas de Tor” (pasdetor@libero.it)
Curatore: Aldevis Tibaldi (330 998268)
Segreteria: Adriana Indri (349 2918430)