Jentrade / Articui / La Vicìnia
Jentrade/Gnovis
  Leams/Links
"La Vicìnia"
Jugn dal 2004
 

La Giunta Illy ha annunciato un disegno di legge organico sulle terre collettive
REGIONE: è TEMPO DI GARANTIRE CERTEZZE
Il governo regionale si è impegnato formalmente a colmare un vuoto di 40 anni. La comunicazione, a nome dell’assessore Ezio Beltrame, l’ha data Gabriella Di Blas della Direzione regionale delle Autonomie locali, intervenendo al convegno “Usi Civici e Proprietà Collettive: confronto e punti di vista”, svoltosi a Trieste il 20 marzo a cura dell’amministrazione comunale triestina

[Gabriella Di Blas, Direzione regionale delle Autonomie locali]


La Regione è pienamente consapevole dell’importanza degli usi civici, della necessità di valorizzare questo antico istituto e di conservare le terre collettive, espressione da sempre del rapporto che lega le popolazioni alla loro terra, della valenza ambientale ed ecologica che le terre civiche hanno assunto anche secondo un recente orientamento giurisprudenziale e legislativo; per questo si è proposta, per iniziativa della Giunta regionale, di avviare un disegno di legge organico in materia, che dia finalmente una risposta alle molteplici istanze che provengono da questo settore. Ci proponiamo con questo disegno di legge di definire con certezza l’ambito del demanio civico e di valorizzarlo, promuovendo forme di gestione che oltre alla conservazione e alla tutela dei beni civici, contribuisca anche allo sviluppo delle zone montane, senza per questo dimenticare le forme di gestione collettiva dei beni della pianura friulana che le popolazioni hanno voluto mantenere e i diritti di uso civico della zona lagunare.
Attualmente, in assenza di una legge regionale, risulta tuttora applicabile la legge n. 1766 del 1927, legge che ha molti aspetti positivi di valorizzazione e conservazione del demanio civico, ma che può ritenersi senz’altro superata in quanto risponde a una situazione economica e sociale non più attuale, oltre che ovviamente non può tener conto delle peculiarità locali.
L’intervento del legislatore regionale appare pertanto quantomai opportuno, anche in considerazione del fatto che è in corso di approvazione una proposta di legge di iniziativa parlamentare, la proposta di legge n. 406, che da più parti è stata ritenuta non adeguata alla salvaguardia del patrimonio collettivo, intaccando il principio di inalienabilità o meglio di alienabilità condizionata delle terre civiche.
Si tratta comunque di una legge che non risponde alle esigenze del nostro territorio, alla nostra storia, alla necessità di recuperare il ritardo amministrativo e di dare risposta a problemi che sono emersi nel tempo e che sono specifici della nostra Regione.
Al riguardo, la Regione ha sostenuto un emendamento proposto dalla Provincia di Trento che fa salva la potestà legislativa esclusiva delle Regioni a statuto speciale, ma ciò non basta ad evitare l’applicazione di una nuova legge statale, se la Regione non interviene con una propria legislazione in materia, perché di fronte al vuoto normativo regionale, si ritiene applicabile, anche con la novella del titolo V della Costituzione e della L. 131 del 2003, la legge dello Stato.
Tanti sono i problemi che dovremo affrontare e tra questi vi è la questione, nella zona del Carso, dei diritti di uso civico, intesi come dominio esclusivo della popolazione residente nelle frazioni, rivendicati dalle Comunioni familiari montane. Com’è noto la legge regionale n. 3 del 1996 recante la “Disciplina delle associazioni e dei consorzi di comunioni familiari montane” ha previsto il riconoscimento della personalità giuridica delle Comunioni familiari montane ai fini della valorizzazione economica ed ambientale del patrimonio di proprietà collettiva in zona montana e della salvaguardia di antiche e peculiari istituzioni locali.
I precedenti legislativi sono le leggi statali sulla montagna. Si tratta precisamente della L. 25 luglio 1952, n. 991 ove all’art. 34 è stabilito che «nessuna innovazione è operata in fatto di comunioni familiari vigenti nei territori montani nell’esercizio dell’attività agro-silvo-pastorale; dette Comunioni continuano a godere e ad amministrare i loro beni in conformità dei rispettivi statuti e consuetudini riconosciuti dal diritto anteriore»; la successiva legge 3 dicembre 1971, n. 1102 che all’art. 10 sottrae le terre collettive alla disciplina sugli usi civici, prevedendo che per il godimento e la gestione dei beni agro-silvo pastorali appresi per laudo, le Comunioni familiari montane applichino i propri statuti e consuetudini. La legge ora richiamata elenca a titolo esemplificativo le Regole di Cortina d’Ampezzo e del Comelico, le Società degli antichi originari della Lombardia e le Servitù della Val Canale; infine, la legge 31 gennaio 1994, n. 97 attribuisce alle Regioni il riordino delle organizzazioni montane, comunque denominate, prevedendone il riconoscimento della personalità giuridica di diritto privato.
Con la legge n. 991 del 1952 le Comunioni familiari montane hanno ricevuto per la prima volta un riconoscimento rispettoso della loro peculiarità storica. Gli studiosi della materia sono concordi nel ritenere che la legge n. 1766 del 1927, derivante dalla cultura giuridica napoletana, ha cercato di ricondurre ad un unico schema le varie forme di godimento collettivo caratterizzate da inalienabilità, inusucapibilità ed indivisibilità con l’intento di favorire lo sviluppo dell’agricoltura (i beni di natura agricola sono infatti destinati alla ripartizione e alla loro trasformazione in allodio), mentre è palese lo sfavore verso le comunità intermedie ovvero nei confronti delle formazioni sociali di cui all’art. 2 della Costituzione.
Il risalto dato alle Comunioni familiari montane dalle varie leggi sulla montagna appare quindi come un’evoluzione legislativa, un riconoscimento del pluralismo, un ripensamento alla luce dei principi costituzionali.
La L. R. 3 del 1996 ha portato a compimento questo processo legislativo, determinando i requisiti per il riconoscimento di tali Associazioni di fatto, tra i quali un numero di aderenti di massima corrispondente alle Comunioni familiari montane o alle famiglie di antico insediamento e complessivamente rappresentativo di oltre la metà degli aventi diritto e un patrimonio da beni mobili ed immobili acquisito a titolo legittimo e, quanto ai beni immobili, regolarmente iscritti nei libri fondiari o trascritti nei registri immobiliari con il vincolo dell’inalienabilità e della indivisibilità.
Si tratta, come recitano gli statuti delle Comunioni familiari montane riconosciute, del patrimonio antico, ovvero dei beni allodiali tramandati da padre in figlio appresi per decreto dell’autorità statale o comunque acquisiti «ab immemorabile».
In forza della legge 3 del 1996 le Comunioni familiari della Val Canale e del Carso triestino hanno richiesto ed ottenuto la personalità giuridica di diritto privato e la contestuale approvazione dello statuto con l’indicazione, per quanto riguarda le zone in cui si applica il sistema tavolare, dei beni di proprietà come indicati nelle partite tavolari.
Qui inizia la nostra esperienza amministrativa per quanto riguarda le Comunioni familiari della provincia di Trieste. Infatti, si è riscontrato che tali beni sono amministrati dai relativi Comuni e dai Comitati frazionali, ove esistenti, in quanto beni di accertato o presunto uso civico.
Si è verificato quindi un conflitto tra i Comuni e i Comitati frazionali, da un lato, e le Comunioni familiari montane, dall’altro, per la proprietà e la gestione di questi immobili, conflitto che non ha trovato sinora una soluzione.
Ne sono derivate conseguenze negative per la gestione e l’attività contrattuale relativa ai beni contesi. Un contratto di locazione, la costituzione di un diritto reale, la manutenzione straordinaria di un immobile, per fare alcuni esempi, sono ostacolati dall’incertezza giuridica sulla titolarità di questi beni.
Il problema è che questi beni sono iscritti al tavolare a favore di enti indicati con varie denominazioni, quali la Comune di…, la frazione di…, per cui ci si chiede a chi corrisponde tale denominazione, ad una frazione comunale o alla Comunione familiare che li rivendica in base al decreto di riconoscimento? Si tratta, cioè di beni di uso civico, aperti a tutti i residenti della frazione, o di proprietà collettiva delle Comunelle, ovvero di beni che appartengono ad un gruppo chiuso di antichi originari?
Questa situazione di incertezza risulta evidenziata anche da alcune pronunce del giudice tavolare che hanno rigettato la domanda di iscrizione di un diritto di servitù o di un diritto di proprietà, poiché il titolo risultava essere sottoscritto dai Comuni interessati, quali proprietari dei fondi. Il rigetto è stato motivato per mancanza della concordanza tavolare, in quanto non può escludersi, come afferma il giudice tavolare, che detti beni appartengano ad una associazione di natura privatistica.
La Direzione regionale per le autonomie locali, cui spettano le funzioni amministrative in materia di usi civici, ha più volte esaminato il problema ed ha indirizzato gli enti interessati verso una transazione che definisca i reciproci diritti di proprietà.
Bisogna ricordare che una soluzione transattiva ha concluso il conflitto tra il Comune di Cortina d’Ampezzo e le Regole d’Ampezzo con riconoscimento della pienezza del dominio delle Regole su alcuni terreni e il riconoscimento al Comune di Cortina su altri, reputati al momento di minimo interesse per le Regole, essendo venuta meno col tempo la destinazione agro-silvo- pastorale.
Si è a conoscenza inoltre che è stata avviata tra la Comunione familiare di Contovello e il Comune di Trieste una trattativa che sinora non ha trovato conclusione.
Abbiamo seguito le trattative tra il Comune di San Dorligo della Valle e la Comunella di Bagnoli della Rosandra, e ci siamo espressi, d’intesa con il Commissario regionale agli usi civici nel senso che la transazione, una volta stipulata, venga omologata dal Commissario stesso ed approvata dalla Regione ai sensi dell’art. 29 della legge del 1927. Il Comune richiede, altresì, che la validità di un’eventuale transazione sia subordinata alla condizione dell’iscrizione dei beni al tavolare a nome della Comunione familiare riconosciuta. Per il resto, le trattative per una soluzione transattiva della questione non sono state neppure avviate. Tra l’altro, c’è da dire che i beni oggetto delle due transazioni sono gestiti dai Comuni interessati solo sulla presunzione dell’uso civico, il che facilita l’accordo contrattuale, mentre vi sono altri casi (es. Opicina) ove la questione è più complessa essendovi l’accertamento degli usi civici.
In relazione a tale situazione la Regione ha sospeso dall’anno 2000 le elezioni per il rinnovo dei comitati frazionali di tutta la Provincia di Trieste, in attesa che le parti addivengano ad un accordo.
Constatato che la soluzione transattiva auspicata non ha portato sinora a definizione della questione che con il trascorrere del tempo appare in tutta la sua complessità, la Regione ha ritenuto di avviare uno studio per una soluzione legislativa del problema.
L’incertezza giuridica in ordine alla proprietà rischia, in effetti, di essere di danno alla conservazione di un patrimonio vincolato, comunque lo si voglia considerare, demanio civico o proprietà collettiva delle Comunioni familiari montane e comporta che esso non abbia una tutela sufficiente verso terzi occupatori che vantano dei diritti in ordine a questi beni.
Inoltre, nell’incertezza della titolarità del diritto di proprietà, il patrimonio collettivo non viene gestito convenientemente, in modo che possa dare frutti a favore o nell’interesse della popolazione.
Nell’intento di risolvere la questione con un intervento legislativo, occorre tener presente che vi è stata, come si è prima illustrato, un’evoluzione legislativa che ha dato risalto alle Comunioni familiari montane e che il patrimonio antico, inalienabile ed inusucapibile è elemento essenziale di tali associazioni.
Occorrerà inoltre svolgere una indagine storica per acquisire degli elementi che ci consentano di affermare che, prima dell’istituzione del Comune amministrativo, taluni beni erano stati goduti ab immemorabile o per riconoscimento dell’autorità da una comunità ristretta di antichi originari che non può confondersi con la comunità dei residenti. A questo proposito occorre dire che un tempo non vi era la mobilità della popolazione dei tempi moderni e che spesso la frazione coincideva con gli antichi originari, secondo il concetto del «Comune serrato».
In ogni caso, il patrimonio collettivo delle Comunioni familiari montane è bene di interesse pubblico, anche se appartiene ad un soggetto privato e ha valenza ecologico ambientale. Sotto questo profilo, va osservato che siamo in presenza di un interesse nazionale alla conservazione dell’ambiente e che il godimento del paesaggio e dell’ambiente riguarda tutti i cittadini.