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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2010
 
Vladimir Vremec (secondo da destra) insieme ai rappresentanti del Coordinamento regionale che hanno partecipato al programma radiofonico “Radio ad occhi aperti”, l’11 ottobre 2010 a Trieste

Stop ai modelli verticistici e pieno coinvolgimento dei proprietàri nella gestione delle aree protette
TERRE COLLETTIVE E AREE PROTETTE
Lo ha chiesto il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva al convegno “Dai piani di gestione dei siti Natura 2000 al rilancio del sistema delle aree naturali tutelate”

Il contributo del Coordinamento regionale della Proprietà collettiva al dibattito sulla gestione delle Aree protette in Friuli e nella provincia di Trieste.
La relazione di Vladimir Vremec, presidente della Comunanza agraria “Agrarna skupnost”, è stata proposta al convegno del 18 settembre, organizzato a Venzone da “Legambiente”, nell’Anno internazionale della biodiversità e nell’ambito del progetto “Credere nelle aree naturali tutelate” (www.legambiente.fvg.it).


Buon giorno, mandi, dober dan, Guten Tag. Permettetimi di rivolgere un saluto ai presenti a nome del Coordinamento regionale della Proprietà collettiva che riunisce la Proprietà collettiva della laguna di Marano, gli Aventi diritto di servitù della Valcanale, le Vicinie e i Consorzi vicinali della Valcanale, Consorzi privati e di antichi originari e Comunioni familiari del Friuli, le Amministrazioni separate dei beni frazionali o Usi civici e le Comunelle del Carso triestino.
Ringrazio per l’invito e per l’opportunità di esporre il nostro punto di vista sull’argomento del convegno. Parlo anche come un addetto ai lavori che si occupa professionalmente di architettura del paesaggio, e pertanto anche di parchi paesaggistici e naturali, da oltre quarant’anni.
Per quanto riguarda il tema odierno, rileggendo gli atti del convegno internazionale sulla gestione dei parchi naturali del 10 novembre 1973, che ho in gran parte organizzato, dopo averne suggerito la realizzazione per conto del Centro culturale Most (Il Ponte), e che si è svolto alla presenza di numerose autorità, di un nutrito numero di addetti ai lavori e di rappresentanti degli utenti del territorio, compresi i proprietari, il problema principale – visto con gli occhi della popolazione locale interessata – era già allora lo stesso di oggi.
Se le autorità pubbliche non sono in grado di destinare mezzi sufficienti per acquisire le aree di proprietà privata su cui incidono i parchi e le aree protette (come già facevano all’epoca del convegno del 1973 in Austria e perfino nella vicina Slovenia, allora parte della Jugoslavia socialista), tanto più è necessario, sin dall’inizio dell’elaborazione di un piano di conservazione e sviluppo delle aree tutelate, l’inserimento in modo attivo dei soggetti direttamente interessati. E naturalmente l’approccio, allora come oggi, dovrebbe essere differenziato a seconda se le aree protette si trovano in zone marginali e poco popolate o in zone urbanizzate.
Tra i relatori del 1973, c’erano anche esperti dei Paesi vicini proprio per creare i migliori presupposti per la risoluzione dei problemi che emergevano con l’istituendo Parco del Carso.
Non avendo le istituzioni politiche voluto abbandonare l’idea di istituire un’ente apposito, come in uso all’epoca nel Paese, sin dall’inizio non ci fu modo di inserire rappresentanti delle categorie di persone in un modo o nell’altro toccate dall’istituzione del parco, soprattutto i rappresentanti degli agricoltori e delle Terre collettive.
All’epoca, i vertici regionali erano disposti al massimo ad affidare la gestione del Parco alla Provincia e in subordine alla Comunità montana.
Sono passati più di quarant’anni e ancora non si è voluto trovare una soluzione condivisa e soddisfacente per le persone direttamente interessate anche perché nessuna forza politica ammetteva che a gestire gli organismi del parco ci fossero altri se non politici eletti e tecnici indicati dagli enti pubblici.
E siamo ancora ad attendere la svolta in direzione del coinvolgimento delle popolazioni direttamente interessate in forme dirette di partecipazione.
Se la politica si comporta tuttora in modo accentratore, ne consegue che i modelli di gestione, in particolare dei parchi naturali e paesaggistici ma anche delle aree protette, qui da noi, sono tuttora ancorati a un modello verticistico, dove le persone direttamente interessate non costituiscono un anello della catena, come auspicato dalla Direttiva EU sul paesaggio e dalla Risoluzione europea sulle autonomie locali del 1984, che anche il nostro Paese ha sottoscritto e ratificato.
L’ultimo esempio di ciò lo viviamo nel Comune di San Dorligo della Valle/Dolina con la Riserva della Val Rosandra, dove le Comunelle di Bagnoli e di Draga e i discendenti dell’ex Comunella di Grozzana, che risultano essere proprietari complessivamente del 99% della superficie del parco, sono stati coinvolti con grande difficoltà. Nel 2006, la Regione ha previsto che sia il Comune a gestire la Riserva naturale, sulla base delle norme della legge regionale 42/1996 sui parchi e riserve naturali regionali (che allora invano tentammo di cambiare in direzione della compartecipazione).
Soltanto dopo le pressioni degli organi delle Terre collettive, che si richiamavano in primis alla legge statale 97 del 31 gennaio 1994 “Nuove disposizioni per le zone montane” (che all’art. 3 cita espressamente le garanzie di partecipazione alla gestione comune dei rappresentanti delle famiglie originarie, ovvero delle Comunelle), le popolazioni originarie sono riuscite a ritagliarsi un ruolo, anche se ancora marginale (basti pensare che i rappresentanti delle Terre collettive non hanno potuto nominare un proprio esperto nel gruppo di lavoro incaricato della stesura del piano di conservazione e sviluppo).
Eppure, anche in Friuli-V. G., vi sono già casi di associazioni private alle quali sono state affidate in gestione alcune aree protette, come ad esempio la Riserva di Miramare a Trieste, affidata al Wwf (che in Italia gestisce circa 100 parchi naturali e paesaggistici).
Eppure, le comunità delle Terre collettive sono formazioni sociali primarie, preesistenti al vigente ordinamento amministrativo e dunque riconosciute dalla Costituzione repubblicana. Ed inoltre, come chiaramente indica il premio Nobel all’Economia, Elinor Ostrom, vanno considerate come nuovi soggetti istituzionali ed elementi stabili del sistema territoriale.
Come se ciò non bastasse, le Terre collettive sono inalienabili e, pertanto, rappresentano la garanzia che anche le future generazioni potranno usufruire di questi patrimoni, spesso collocati anche in zone urbanizzate.
Le difficoltà qui da noi permangono, mentre nel Veneto le Comunioni familiari di Cortina d’Ampezzo, dette Regole, o le Partecipanze del Piemonte possono tranquillamente gestire i loro beni quando costituiscono la gran parte o la totalità dei parchi naturali regionali.
Non risulta che i titolari di Terre collettive locali testè nominati gestiscano tali beni in modo diverso da quanto previsto dai piani di conservazione e sviluppo approvati dagli uffici pubblici a ciò preposti. Anzi risulta che essi valorizzino nel contempo particolarità territoriali, storiche, etniche e culturali, il che significa anche tutela dell’identità delle popolazioni locali.
Cosa manca a noi per seguire il loro esempio?
Ultimamente c’e stata una parziale svolta in quanto l’Assessorato alle risorse agricole, naturali e forestali ha coinvolto i rappresentanti delle Terre collettive nei lavori preliminari per la redazione del piano di gestione che riguarda il Carso goriziano e triestino. Ora, si spera di vedere considerati i relativi progetti di valorizzazione presentati durante l’iter con riscontri nella formulazione delle norme e dei contenuti di detti piani e naturalmente nei piani finanziari.
Per rendere più agevole il coinvolgimento delle comunità di Terre collettive e delle Amministrazioni frazionali nella gestione delle aree protette reputiamo necessario rivedere la legge regionale 3 del 1996, accogliendo le proposte avanzate inizialmente dal compianto consigliere regionale Mirko Spacapan e riproposte recentemente dai consiglieri Igor Gabrovec e Franco Brussa.
In sintonia con la legge n. 394/1991 art. 22, qualora l’area naturale protetta sia in tutto o in parte compresa fra i beni agro-silvo-pastorali costituenti il patrimonio delle Comunioni familiari montane o delle Amministrazioni frazionali, in tale aggiornamento legislativo, si stabilisce opportuamente la possibilità di affidarne la gestione alle comunità titolari, anche associate tra loro.