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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2010
 
Il volume “«La più gelosa delle pubbliche regalie» I «beni communali» della Repubblica Veneta tra dominio della Signoria e diritti delle comunità (secoli XV-XVIII)” è stato pubblicato nel 2008 nella serie delle Memorie dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti

Nadia Carestiato, docente a contratto di Geografia umana dell’Università friulana (foto Simone Di Luca ©)
Nel Novecento, la legislazione ha spesso estromesso le popolazioni tenutarie di diritti collettivi dal loro diritto di proprietà
DONO DELLA PROVVIDENZA
Si tende a dimenticare che le Comunità di villaggio sono state trasformate in Frazioni dalla riforma amministrativa di età napoleonica

[Nadia Carestiato, docente a contratto di Geografia umana dell’Università friulana]
In occasione della XVi Riunione scientifica di Trento, il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva ha dato alle stampe il numero 16 del periodico “La Vicìnia”. In esso, la studiosa Nadia Carestiato propone una recensione del lavoro di Stefano Barbacetto “«La più gelosa delle pubbliche regalie» I «beni communali» della Repubblica Veneta tra dominio della Signoria e diritti delle comunità (secoli XV-XVIII)”.

Uscita alle stampe nel 2008, nella serie delle Memorie dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, la monografia di Stefano Barbacetto “«La più gelosa delle pubbliche regalie» I «beni communali» della Repubblica Veneta tra dominio della Signoria e diritti delle comunità (secoli XV-XVIII)” ripercorre le vicende relative la politica della Repubblica di Venezia nei confronti dei “communali”, nome con il quale erano indicate vaste estensioni di terre incolte del dominio di Terraferma – boschi, selve, pascoli, paludi ecc. –, godute collettivamente dalle comunità rurali da tempo immemorabile.
La ricerca di Barbacetto, risultato di una approfondita conoscenza delle fonti di età veneta, molte delle quali inedite, sviluppa da un lato la riflessione giuridico-dottrinale condotta dai giuristi veneti (e non solo) in materia di “communali”, dall’altro l’azione politica della Dominante. Risultato è una ricostruzione fluida, quasi narrativa ma sempre puntuale, della sorte dei “communali” di area veneta attraverso quattro secoli di storia (XV-XVIII secolo).
A seguito delle conquiste del XV secolo, Venezia si trovò a dover gestire una vasta ed eterogenea regione che andava dall’Adda all’Isonzo, comprendendo poi anche l’Istria e la Dalmazia, in cui ad antiche e fiorenti città, ed alla fitta rete di piccoli villaggi circondati dai campi coltivati, si alternavano ampie distese di terre incolte che costituivano un’importante fonte di integrazione alla magra economia delle popolazioni locali, fornendo prodotti fondamentali al sostentamento sia degli uomini che degli animali.
Le “comugne”, termine popolare con cui si indicavano le terre di uso collettivo in tutto il Veneto e nel Friuli storico – area sulla quale si concentra lo studio di Barbacetto –, erano considerate dalle comunità come dei beni propri, «un dono della Provvidenza, o comunque un istituto di diritto naturale o divino» (p. 6).
I primi tre capitoli del volume sono dedicati alla trattazione cronologica della politica di Venezia nei confronti delle “comugne”, a partire dalla loro trasformazione da beni posseduti per diritto consuetudinario dalle comunità a proprietà della Signoria concesse caritatevolmente in uso ai propri sudditi, per arrivare alla loro alienazione avviata nel 1647 per far fronte ai debiti accumulati nella guerra contro i Turchi.
Il quarto capitolo è incentrato sulla questione giuridica relativa ai beni incolti, ovvero al dibattito riguardo la loro appartenenza.
Barbacetto pone a confronto il diritto comune e il diritto privato in materia, in una panoramica che dalle tesi dei Commentatori medievali arriva fino all’età moderna, aprendo uno scorcio sulla dottrina iberica per chiudersi con la specificità del diritto veneto sui “communali”.
L’ultimo capitolo ritorna sulla sorte dei “communali” veneti partendo dall’anno 1727, quando Venezia decise di sospendere le alienazioni, fino alla situazione attuale, ripercorrendo le tappe legate alla materia dei “communali” attraverso le alterne vicende delle province venete dalla caduta della Repubblica di Venezia fino all’Unità d’Italia e poi alla legge n. 1766 del 1927 sul riordinamento degli usi civici del Regno, come vennero denominati i beni goduti collettivamente dalle comunità.
Nel Novecento, come nel passato, la legislazione estrometteva le popolazioni locali tenutarie di diritti collettivi dal loro diritto di proprietà oltre ad estendere i diritti d’uso a tutti gli abitanti del Comune amministrativo, senza considerare (o almeno solo in secondo momento, previo accertamento) che gli antichi titolari erano le comunità di villaggio, trasformate con la riforma amministrativa di età napoleonica nelle attuali frazioni, aggregate in Comuni amministrativi.
Malgrado tutto ciò, i domini collettivi sono ancora oggi una realtà importante in Veneto ed in Friuli-V. G. – oltre che in altre regioni – e la loro sopravvivenza, secondo l’autore, pone ancora una volta in causa l’interrogativo sulla loro appartenenza: «la più gelosa delle pubbliche regalie» o, secondo Barbacetto, beni di quelle popolazioni organizzate in comunità oggi rappresentate dall’unità territoriale della Frazione, «titolare da sempre di beni comuni» (p. 296)?

Stefano Barbacetto ha conseguito il dottorato di ricerca in Studi Storici presso l’Università di Trento ed ha collaborato con la cattedra di Storia del diritto medievale e moderno presso il Dipartimento di Studi Giuridici dell’Università di Verona. Ha pubblicato il volume “«Tanto del ricco quanto del povero». Proprietà collettive ed usi civici in Carnia tra antico regime ed età contemporanea” (Tolmezzo, 2000).