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"La Vicìnia"
Mai dal 2010
 

Ugo Pompanin “Bartoldo”
Il diritto di amministrare autonomamente il proprio territorio
PARCO D’AMPEZZO: I PRIMI VENT’ANNI DI VITA
Riflessione sul ruolo che la Proprietà collettiva può e deve avere nella gestione del patrimonio naturale e delle aree protette

A marzo, il Parco d’Ampezzo ha festeggiato i primi vent’anni di vita. Un avveninmento così importante non poteva essere dimenticato dalle Regole d’Ampezzo che, fin dalla fondazione dell’area protetta regionale, hanno visto riconosciuto il diritto di continuare a gestire autonomamente il proprio territorio.
All’anniversario è dedicato in massima parte il periodico della Proprietà collettiva dolomitana “Ciasa de ra Regoles”, che può essere consultato all’indirizzo web http://www.regole.it/Ita/Notiziario/visNotiziario.php?page=2&idNotiziario=138#.
Come allegato al numero speciale, è stato stampato anche il “Piano di gestione della Zps Dolomiti d’Ampezzo”, con l’illustrazione dei principi e degli obiettivi messi a punto per garantire la tutela della biodiversità. Anche tale pubblicazione è disponibile nel sito delle Regole ampezzane.
Per celebrare l’avvenimento e favorire la riflessione sul ruolo che la Proprietà collettiva può e deve avere nella gestione del patrimonio naturale e delle aree protette, “La Vicìnia” riproduce integralmente l’intervista con Ugo Pompanin “Bartoldo” predisposta dal notiziario delle Regole in occasione del ventennale.


Intervista a Ugo Pompanin “Bartoldo”
Perché e come nacque il parco

a cura di Evaldo Constantini e Angela Alberti

Quattro chiacchiere con Ugo “Bartoldo” che, vent’anni fa, in veste di vice presidente delle Regole (1987-1989), e in seguito di presidente (1989-1995), ricevette dalla Deputazione l’incarico di trattare la questione Parco con l’autorità regionale e lottò con forza e determinazione per ottenerne l’istituzione e la gestione regoliera.

Come e quando nacque l’idea di istituire un parco sulla proprietà regoliera?
L’idea aveva visto la luce già alla fine degli anni Settanta. Nonostante le Regole fossero state riconosciute dallo Stato Italiano e dalla Regione Veneto, i problemi non mancavano. Ventilava l’idea di un’autostrada, come pure di una diga tra Bodestagno e il Col Rosà, che avrebbe allagato interamente Pian de Lóa; per non parlare dell’attività dell’Esercito Italiano che, incurante del valore ambientale del territorio regoliero, lo utilizzava ormai da tempo per pesanti esercitazioni militari.
Da ricordare che, proprio nel mezzo del territorio boschivo delle Regole, già negli anni Trenta lo Stato aveva costruito un presidio militare di Cimabanche, con deposito di armi e divieto di accesso su circa 40 ettari di territorio. In quegli anni, peraltro, alle Regioni venivano riconosciute nuove competenze tra cui la possibilità di disporre la pianificazione di diverse aree da destinare a parco.
Nel 1979, discusso il problema in Assemblea dei Regolieri, si decise di avviare intese con la Regione Veneto e con la vicina Provincia di Bolzano per ottenere una maggiore forma di tutela ambientale alle Dolomiti Ampezzane. Si chiese di studiare la possibile istituzione di un parco intercomunale e interregionale, a cavallo fra le due province.

Nel maggio dell’anno successivo la Regione Veneto emanava una prima legge quadro sui parchi individuando una serie di aree in cui istituire le riserve regionali. Nel marzo dello stesso anno, la Provincia di Bolzano istituiva il parco provinciale di Fanes-Senes-Braies, e Cortina?
Le Regole proposero a Carlo Bernini, presidente della Giunta Regionale del Veneto, l’istituzione di un parco contiguo a quello altoatesino. Dallo studio della perimetrazione l’area risultava molto più ampia di quella attuale. Ne facevano parte il Faloria, la Punta Nera, il Sorapìs, il Pomagagnon, la zona di Valbona fino a Dogana Vecchia, gli impianti di Ra Valles. Si chiedeva, inoltre, una gestione autonoma da parte delle Regole che pensavano di ampliare il Laudo con una serie di norme di tutela ambientale, convenzionandosi con la Regione per ottenere finanziamenti di gestione quale contropartita ai nuovi vincoli.

La legge del 1980 non prevedeva che la gestione fosse affidata ad un ente privato; come si giunse a tale risultato?
Nel 1983, mentre la Regione stava lavorando ad una variante della legge quadro regionale sui parchi, le Regole chiesero che in tale legge venisse prevista la possibilità di affidamento in gestione di un’area protetta anche alle comunioni familiari, qualora il territorio interessato fosse compreso nel loro patrimonio agro-silvo-pastorale. Grazie all’intervento dell’assessore regionale dott. Pietro Fabris e dell’allora segretario regionale per il territorio arch. Franco Posocco, un appassionato di montagna, la norma poté essere inclusa nel testo definitivo della legge, emanato nell’agosto del 1984. La Regione prevedeva già l’istituzione di otto nuovi parchi regionali, fra cui quello d’Ampezzo. Le Regole vennero assicurate che il parco si sarebbe creato solo con il consenso dei Consorti e che la gestione sarebbe stata loro affidata.

L’Assemblea Generale dei Regolieri, riunita nel dicembre 1984, si espresse però negativamente riguardo al parco cambiando idea rispetto a cinque anni prima.
La gestione del Parco da parte delle Regole non era ancora stata stabilita nero su bianco e dunque esisteva ancora un notevole rischio. I regolieri temettero un’eccessiva ingerenza della Regione nell’amministrazione del territorio. La macchina regionale procedeva però verso i suoi obiettivi e, nel 1985, vi fu un’ulteriore definizione delle nuove aree protette; anche le Comunità Montane si attivarono per essere protagoniste nella gestione delle stesse. Le Regole, dunque, non poterono che continuare le trattative. L’anno successivo venne steso un disegno di legge istitutiva del Parco su area un po’ ridotta rispetto a quella di oggi; la gestione sembrava essere assicurata alle Regole, in autonomia, ma non tutti appoggiavano tale soluzione.

In Regione la questione diventò oggetto di dibattito politico. Molti premevano perché nella gestione fosse presente anche una parte pubblica: Regione, Provincia, Comune, Comunità Montana. Cosa accadde?
Ogni partito fece la sua proposta cercando d’inserirvi il più possibile il “pubblico”. La maggioranza di centro era favorevole all’affidamento del parco alle Regole, la sinistra non vedeva di buon occhio queste strane istituzioni. Il Partito Comunista organizzò addirittura un convegno per dimostrare la necessità di affidare la gestione del nuovo parco al Comune. Il Pci suggerì, eventualmente, una successiva convenzione fra Comune e Regole per l’affidamento di alcune competenze alla proprietà collettiva per determinati periodi. Nel 1989 la matassa non era ancora stata sciolta.

Le Regole continuavano a pretendere la gestione diretta del Parco. La sua risolutezza fu determinante per raggiungere tale scopo e non fu certo facile. Come agì per uscire da questa impasse?
I nostri interlocutori erano politici preparatissimi; noi, in Regione, non avevamo alcuna voce in capitolo: nessuno ci conosceva, anzi, essendo un’istituzione fra il pubblico e il privato, suscitavamo molte perplessità. Le nostre azioni si fecero più intense. Cominciai a recarmi con regolarità a Venezia, puntando sui funzionari, meno banderuole dei politici. Dovevo far capire loro che cosa fossero le Regole e la loro validità, data dall’esperienza millenaria sul territorio. Portai anche qualche consigliere regionale a Lerosa, a Fanes… contemplando il paesaggio, si discuteva. Uscì anche il problema dei terreni non produttivi (le montagne) che, ceduti in passato alla Corona Asburgica, dopo la Prima Guerra Mondiale erano passati allo Stato Italiano e, dunque, non ci appartenevano. Una delle mie armi era insistere sul fatto che, nonostante la macchina fosse già ampliamente avviata, se i Regolieri non fossero stati ascoltati, l’opposizione al Parco sarebbe stata serrata. Per nostra fortuna, più d’uno rimase affascinato dalla nostra realtà, la studiò e cominciò a comprendere ed appoggiare le richieste delle Regole. Primo fra questi il direttore del dipartimento del territorio, arch. Franco Posocco.

Col senno di poi, sembra che tutti si siano resi conto che dare in gestione il Parco alle Regole è stata la decisione giusta; al tempo, però, a Cortina vi erano delle contrarietà.
Fummo contrastati da parte di specifiche categorie: i cacciatori che, al tempo, gestivano ancora la caccia su modello asburgico, il Comune, che voleva entrare nella gestione, la Forestale, che avrebbe voluto occuparsi del servizio di sorveglianza, gli autisti di jeep, che fino a quel momento potevano praticamente scorazzare ovunque … Riguardo alla caccia, ora gestita dalla provincia, sono ancora convinto che andrebbe a favore dei cacciatori l’istituzione di una riserva faunistica da parte delle Regole. Con il Comune, poi, erano passati 150 di battaglie per riottenere la proprietà e la gestione del nostro territorio, e non era il caso di fare passi indietro.
Feci di tutto per convincere i Regolieri della validità di un Parco, del fatto che ormai la gestione regoliera era cosa fatta e che, in qualche modo, la Regione avrebbe comunque raggiunto l’obiettivo che si era prefissato.
Nel marzo 1990 il Consiglio Regionale emanò la legge istitutiva del Parco Naturale delle Dolomiti d’Ampezzo...
E soprattutto affidò in gestione l’area protetta alle Regole Ampezzane, che avrebbero così potuto amministrarla con i propri organi istituzionali e con personale liberamente scelto. La Regione Veneto si impegnava, inoltre, a riconoscere alle Regole un finanziamento annuale di gestione.
Alle Regole venne data anche la facoltà di definire il Piano Ambientale del Parco, che fu poi approvato dal Consiglio Regionale. L’Assemblea dei Regolieri ne fu subito informata e venne chiamata ad esprimere o meno la sua approvazione sulle scelte operate. La questione venne lungamente ponderata e discussa, e ottenne finalmente l’approvazione e il consenso della quasi totalità dei presenti. Il Parco cominciò a funzionare molto velocemente perché già da tempo l’istituto regoliero gestiva boschi e pascoli alla stregua di un parco. Da quel momento la tutela del territorio avrebbe avuto però anche altri fini: ambientali, culturali, scientifici, sociali, antropologici, promozionali e turistici; la Comunione Familiare si rimodernava assumendo una funzione più estesa, con scopi d’interesse pubblico, e il Parco completava l’antica funzione agro silvo pastorale rimanendole fedele.

A distanza di vent’anni, è dunque d’obbligo una riflessione. Cosa pensa ci sia ancora da fare per valorizzare il nostro Parco?
Molto è stato fatto in questi anni per l’ambiente, ma sono dell’avviso che, proprio per le nuove finalità che sono state introdotte con l’istituzione del Parco, sia necessario tutelare la natura tenendo più presente il turismo: è il nostro pane. Penso ad esempio all’esigenza di sistemare alcuni sentieri all’interno del Parco affinché risultino percorribili in un paio d’ore anche dall’escursionista meno allenato: ho in mente la zona del Valon Scuro, la bellissima valle che anticipa Cianpo de Croš, ra Stiés, Fiames, Bodestagno, il ponte di Padeon… Andrebbero sicuramente incentivati i sentieri di bassa quota perché sono essi ad assorbire gran parte del turismo di massa, così pure sentieri che siano percorribili esclusivamente dai pedoni, anche durante il periodo invernale. Le potenzialità per sviluppare escursioni semplici ed appaganti sono davvero molte e credo ci si debba muovere in tal senso per creare quel legame fisico-emotivo con l’ambiente che trasforma il turismo “mordi e fuggi” in una frequentazione rispettosa, familiare e continuativa, cioè in vero e proprio amore per il nostro territorio. Non solo conservare, quindi, ma promuovere in modo ponderato ed intelligente un rapporto di costante progresso tra uomo e natura. Il turista non va temuto, ma indirizzato. Bisogna impegnarsi a far conoscere inoltre tutto quel patrimonio storico-culturale-sociale che al nostro territorio deve la sua originalità e in esso affonda le sue radici; i messaggi da offrire sono davvero molti. Questo è il futuro del rapporto tra regolieri e territorio. Sono inoltre certo che le zone “pre Parco” vadano gestite dalle Regole alla stessa stregua di quelle facenti parte del Parco, anzi, vi andrebbero inserite. Penso al Sorapìs, al Pomagagnon… Il lavoro, dunque, non manca.

Ringraziamo Ugo per la squisita disponibilità e ci auguriamo che la sua attenzione su argomenti regolieri rimanga sempre così viva ed efficace.