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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2009
 
Il giudice costituzionale Paolo Grossi interviene all’Asssemblea straordinaria della Comunanza Agrarna skupnost, il 28 giugno a Boljunec/Bagnoli della Rosandra

“La Vicìnia” numero 15/Tutti i servizi
CONTINUATE A RESISTERE ALL’IGNORANZA E ALL’OSTILITà PERDURANTI

[Paolo Grossi, professore di Storia del Diritto italiano all’Università di Firenze, giudice costituzionale e componente del Comitato scientifico del Centro studi e documentazione sui Demani civici e le Proprietà collettive di Trento]
Il magistrale intervento di Paolo Grossi con cui si è aperta l’Asssemblea straordinaria della Comunanza Agrarna skupnost, il 28 giugno a Boljunec/Bagnoli della Rosandra

Nel lungo elenco di cose mie che la moderatrice ha cortesemente letto, c’è stato il riferimento ad un mio vecchio libro, pubblicato da Giuffrè – la nostra grande casa editrice giuridica italiana – nel 1977, quindi più di 30 anni fa.
Quel libro aveva una intitolazione molto eloquente, come avete ascoltato, “Un altro modo di possedere”.
In quel libro, prendevo atto che, all’interno della multiforme realtà delle proprietà (in Italia, in Europa, nel mondo, poiché quello non era un libro limitato al territorio italiano ma con uno sguardo europeo e mondiale), c’era anche un altro modo di possedere.
Che significa questo titolo? Intanto, ammetto subito che non è mio; lo dicevo ieri agli amici delle Comunelle durante una simpatica cena, simpatica e molto ricca, che mi è stata offerta.
è, infatti, un titolo che trova la sua origine prima in una frase di un grande intellettuale italiano della metà dell’Ottocento, Carlo Cattaneo.
Mi piace far riferimento a lui. Chi fosse, molti di voi lo sapranno, ma mi preme di precisare che era un lombardo, un milanese, un liberale milanese, abituato alla proprietà individuale, fiero della proprietà individuale della tradizione romana occidentale. A lui, esperto di cose economiche, capitò il compito di redigere una perizia, un parere tecnico-economico su certe proprietà collettive situate nell’alta valle del fiume Ticino, in territorio elvetico, nell’ampia pianura intorno a Bellinzona, la piana di Magadino.
Cattaneo si era recato sul posto volendo compiere una ricerca sul campo, probabilmente con la volontà di liquidare questa realtà di proprietà collettive. Lui era un personaggio portatore di posizioni di individualismo economico, ma era innanzi tutto un uomo di grande onestà intellettuale; lavorò in loco, e la conclusione fu l’opposta del risultato predeterminato nel suo programma iniziale. Si rese conto che, studiando quelle proprietà collettive, studiava le radici storiche di una popolazione, e uscì in quella azzeccatissima frase, una parte della quale io ho trascritto tra virgolette quale titolo del mio libro. Scriveva, all’incirca, Cattaneo: queste realtà non sono abusi, non sono un qualcosa da sopprimere; sono, al contrario, un altro modo di possedere originato in antichissimi tempi, arrivato fino a noi, e che noi dobbiamo conservare, perché queste realtà sono parte della storia del Cantone del Ticino.
Ecco, questo è importante come punto di partenza, se noi vogliamo rendere giustizia a quello che le proprietà collettive furono, sono e (speriamo!) saranno: un altro modo di possedere. Che senso ha questa puntualizzazione? Vuol dire che la storia giuridica occidentale, da Roma, dal grande momento del diritto romano fino ad oggi, è stata dominata da una prevalente, dominante visione della proprietà – la proprietà individuale –, dove quello che conta è il soggetto, il soggetto proprietario che ha in sua mano, come dicevano i romani, lo “ius excludendi omnes”, cioè il diritto di recintare la propria terra e di escludere dal godimento di essa tutti gli altri.
Quello che conta, in questa visione, è il soggetto proprietario. La proprietà è un potere del soggetto, che può disporre liberamente e ad arbitrio suo della terra, la può coltivare o non coltivare; un potere che si identifica con la sua stessa personalità.
Dopo il diritto romano, purtroppo, noi abbiamo avuto una storia del diritto arrivata fino a noi, con un dominio assoluto della proprietà individuale, con una concezione della proprietà della terra come potere arbitrario di un soggetto. Se voi poteste leggere, per esempio, i lavori preparatorii di quel grande Codice – il primo Codice Civile dell’età moderna – che nel 1804 viene varato da Napoleone I, in questi lavori preparatorii noi misuriamo i poteri del proprietario. C’è un Tribuno, influentissimo, che afferma: il proprietario può arrivare anche a distruggere la cosa. Se è un potere, se è un potere illimitato, può arrivare anche a questo atto di autolesione, a questo suicidio economico del proprietario.
Quindi, in questa linea di cultura giuridica dominante nell’Europa occidentale, dominante in Italia, la proprietà è potere, potere illimitato, la proprietà si identifica nel soggetto proprietario, nella sua assoluta libertà.

Un’altra proprietà

Ma c’è un’altra proprietà, un altro modo di possedere, che naturalmente è rimasto più nascosto, perché il diritto romano ha improntato di sé tutta la storia giuridica occidentale, ed è la vostra proprietà; dove ciò che conta non è il singolo, dove non c’è un singolo individuo come proprietario.
Qual è il proprietario delle Comunelle? La comunità; ma una comunità che oggi è l’ultimo anello di una lunga catena di comunità precedenti e che è chiamata a conservare per le generazioni future i grandi beni boschivi, pascolivi e coltivi che sono i vostri territorii. è la comunità che conta nella proprietà collettiva, cioè una comunità che rispetta profondamente la terra, perché la deve conservare per i figli e per i nipoti così come dai padri e dai nonni è stata ricevuta.

Conta la comunità e conta la terra.

Voi non potete distruggere la terra; voi non potete, se c’è una terra coltivata, trasformarla in una terra incolta, in un deserto. Ieri, quando ho visitato le vostre zone e ho ammirato come viene gestito, per esempio, lo splendido patrimonio boschivo, ricco di selvaggina, ricco di animali al pascolo, ho constatato che tutto era gestito con grande sapienza, che tutto era teso alla conservazione ma anche alla valorizzazione.
è la terra che conta, non il singolo consorte della Comunella; lui è simile alla formica di un formicaio, o all’ape di un alveare.
Il mio maestro di Diritto agrario, che è stato un grande amico delle proprietà collettive e che mi ha trasmesso l’amore per esse, Giangastone Bolla, colui che fu il primo avvocato delle Regole ampezzane in delle battaglie terribili e a cui si deve se la cosiddetta prima legge sulla montagna del 1954 per la prima volta affermava il sacrosanto diritto delle comunità di gestire secondo le proprie consuetudini un patrimonio storico costituito da masse fondiarie ma anche da costumanze di vita; Giangastone Bolla ripeteva sempre che la terra non è una realtà qualunque, è invece una “res frugifera”, cioè una cosa produttiva, una cosa viva a cui è legata la sopravvivenza della comunità, e che merita il più alto rispetto umano. Ed è lui che mi ha insegnato che la proprietà collettiva significa innanzi tutto rispetto della cosa nella sua funzione produttiva, nella sua funzione beneficamente produttiva.
Ecco perché, lo scorso novembre, a Trento, nel Congresso annuale del Centro promosso e diretto con tanta abilità dal professor Pietro Nervi, nell’ambito di un incontro dedicato al rapporto tra proprietà collettiva e ambiente, io ho sostenuto che, proprio nelle proprietà collettive, si aveva il massimo rispetto per l’ambiente, assai più che non nelle proprietà individuali, dove il proprietario ha pur sempre una enorme libertà d’azione, ha anche il potere di trascurare la cosa, di disinteressarsene.
Proprio per il rispetto verso la terra, che c’è sempre stato nelle vostre comunità, queste hanno costituito un sicuro salvataggio per il valore/ambiente. C’è però molto di più: siamo di fronte a un altro modo di possedere. Se mi permettete una parola un po’ grossa (che spiego subito), voi siete portatori di un’altra antropologia.

Un’altra antropologia

Cioè le vostre fondazioni sono diverse ed è un diverso rapporto uomo-terra che voi realizzate. Nel filone del diritto romano, dove tutto è proteso a valorizzare il soggetto e a consegnare la terra nelle sue mani, si ha una peculiarissima antropologia, ossia una visione dell’uomo e del rapporto uomo-terra del tutto particolare. è questo che si vuol dire quando si parla di antropologia, parola grossa ma dal significato assai semplice. Voi siete portatori di una antropologia diversa, che privilegia comunità e cose. Certo, voi non sopprimete i soggetti singoli ma al di sopra c’è la comunità e c’è la terra, questo grande bene da custodire e da salvaguardare.
Che cosa è avvenuto nella storia recente? Che cosa è avvenuto nell’età moderna? è avvenuta la completa adesione ai valori giuridici del diritto romano. Il Codice Civile napoleonico, a cui io ho fatto riferimento, è improntato (per quanto attiene alla proprietà privata) al diritto romano. L’articolo 544 di questo Codice, che ne tenta una definizione, sottolinea la sua assolutezza. Il proprietario ha il potere di disporre e godere della cosa «de la manière la plus absolue», nella maniera più assoluta. Pensate: non dice “assoluta”, che è già un sostanziale superlativo, ma sceglie di fare ricorso a una iperbole, a una esagerazione; si vuole sottolineare l’assoluto di un assoluto per rendere evidente la vastità dei poteri del proprietario.
La proprietà si è identificata nella modernità – ed è un risultato terribile – con lo stesso soggetto, con la sua libertà. La proprietà privata individuale ha cioè acquisito un valore etico, con la conseguenza che tutto ciò che non corrispondeva a questo valore, sapeva di immoralità. Voi che rappresentate una diversa scelta antropologica e una diversa soluzione al problema uomo/cose, siete stati confinati tra i mostri da eliminare, tra le realtà antisociali, che bisognava liquidare.
Ed ecco le tante leggi dell’Ottocento che avevano questo fine, un fine espressamente segnato nell’intestazione: liquidazione della proprietà collettiva. Sono numerosissime queste leggi; io le ho qualificate auschwitziane, perché non erano molto dissimili dalle liquidazioni terribili operate in quel campo di concentramento, solo che qui tra voi avevano ad oggetto non povere creature umane ma nobili istituzioni storiche. Si voleva, insomma, cancellare dalla faccia della terra le vostre realtà, perché non corrispondevano a quello che era il valore dominante della proprietà individuale, una proprietà individuale che la “Dichiarazione dei diritti”, con cui si apre la rivoluzione francese nel 1789, all’articolo 17, definisce addirittura sacra.
Ed ecco l’inizio delle persecuzioni. Già, perché voi siete da almeno 200 anni vittime di una infinità di persecuzioni in nome di un modello che era un modello assoluto a cui tutto si doveva conformare. Ed ecco perché, per esempio, nel nostro Codice Civile del 1942, tuttora vigente e che non ha subìto novellazioni nella parte relativa alla proprietà – eccellente Codice redatto da grandi giuristi, i quali erano però in buona parte professori di diritto romano – non si trova alcuna traccia della proprietà collettiva. E ha continuato, invece, per tutto il secolo XIX la persecuzione delle leggi speciali (con qualche attenuazione minima grazie al contributo personale di membri del Parlamento nazionale muniti di solide fondazioni culturali come Giovanni Zucconi e Tommaso Tittoni). Anche la legge del 1927, che purtroppo è ancora vigente, mantiene una finalità sostanzialmente liquidatoria ed è viziata da una sostanziale incomprensione del mondo delle proprietà collettive.

Il pluralismo sociale e giuridico

Dal 1948, grazie a Dio, noi abbiamo una norma giuridica fondamentale della Repubblica, che è la Costituzione, e la Costituzione si ispira a un autentico pluralismo sociale e giuridico; il che vuol dire che, se c’è un produttore prevalente del diritto che è lo Stato (attraverso i due rami del Parlamento), se c’è una fonte prevalente del diritto che è la Legge, cioè la dichiarazione di volontà del supremo potere politico italiano, però c’è la possibilità del concorso di tutta un’altra serie di fonti che provengono dal basso e che sono la voce espressiva della complessa articolazione della società civile.
E la Costituzione, nei primi articoli in quel settore giustamente intestato ai “principii fondamentali” che reggono la Repubblica, valorizza non soltanto gli individui (come i vecchi Codici, come le vecchie “carte dei diritti” sette-ottocentesche), ma altresì le formazioni sociali, cioè quei modi di auto-organizzazione della società germinanti direttamente nel magma sociale.
La Costituzione vede le formazioni sociali quale pluralismo sociale e giuridico, ammettendo una genesi spontanea del diritto e ammettendo fonti diverse dalla legge; il tutto interpretato come una ricchezza della Repubblica italiana.
Voi siete i portatori di questa ricchezza, nel vostro piccolo – certo –, insieme a tanti altri, ma siete portatori di questa ricchezza gestendo i vostri assetti collettivi in nome di consuetudini antichissime, sicuramente plurisecolari. Qui, dietro le mie spalle, c’è qualche data, ma non delle più eloquenti: 1786; ma il vostro presidente ha parlato del secolo XVI. Io, per mia parte, sono convinto che si tratta di realtà ancora più risalenti. Voi siete, dunque, portatori di un messaggio storico lontanissimo, che viene da molto prima del Codice Civile del ’42, da molto prima del Codice Civile napoleonico, da molto prima della rivoluzione francese.
Voi siete come un canale di acqua sotterranea – siamo nel Carso, no? –, una vera corrente carsica che ha avuto uno scorrimento sotterraneo e che ha la sua sorgiva chissà dove. Naturalmente ha dovuto scorrere nascosta per evitare le micidiali persecuzioni poste in essere contro di voi, giacché con queste vostre organizzazioni fondiarie veniva smentito il modello romano, il modello individualistico dominante; giacché avete seguito un modello diverso, alieno, che è nel vostro Dna, e che risale al Medioevo, o forse a prima, forse a prima del diritto romano. Ai miei occhi voi siete la vostra storia, siete una ricchezza storica.
Contro di voi si è commesso degli errori anche dal punto di vista giuridico, anche dal punto di vista che noi giuristi chiamiamo tecnico-giuridico. Perché? Mi spiego: il campo dei cosiddetti diritti reali, cioè il campo che studia e disciplina l’uomo in rapporto alle “res”, alle cose, è sorretto dal seguente principio generale: un diritto reale viene regolato secondo la legge vigente nel momento in cui quel diritto nasce; pertanto, non è giusto misurare i vostri assetti collettivi secondo il Codice italiano del ’42, o secondo il Codice Civile napoleonico, perché siete di gran lunga precedenti, perché voi siete ordinati secondo consuetudini che noi giuristi chiamiamo immemorabili, poiché risalgono a chissà quando.
Noi dobbiamo, dunque, salvaguardare anche dal punto di vista tecnico-giuridico realtà che sono nate prima di oggi, prima di ieri, prima di avant’ieri, misurandole con l’ordinamento giuridico presente alla loro origine e che continua ad essere per voi il diritto vigente.
Abbiamo citato la legge del 1927 tuttora vigente; quale era il suo difetto più pesante? Con linguaggio volgare si direbbe che ha fatto d’ogni erba un fascio, cioè ha messo insieme e ha disciplinato in modo uniforme situazioni diversissime. è una legge che io non ho esitato a definire fascista e non perché nasce durante il periodo del ventennio autoritario (il che è fin troppo ovvio), ma perché ha voluto unificare entro una legge nazionale tante realtà diversissime, da quelle alpine, a quelle della pianura emiliana, a quelle appenniniche, addirittura agli ademprivii sardi e agli usi civici meridionali.
Ed ecco il risultato negativo messo bene in mostra dal denominatore comune: usi civici. Parola che non vi è cara, e giustamente!
Certo, gli usi civici ci sono, e sono una realtà anche assai diffusa, soprattutto nell’Italia meridionale. Ma perché voi l’avete in uggia? Noi giuristi li classifichiamo come “iura in re aliena” (il nostro solito latinetto!), cioè diritti su cosa altrui. Facciamo un esempio: una comunità ha acquisito nei secoli il diritto di far pascolare il proprio gregge su terreni di proprietà della Chiesa, oppure su un latifondo privato, o su un terreno comunale, o genericamente demaniale. Qui la situazione giuridica è chiara: la proprietà è del Comune, dello Stato, della Chiesa, del grande latifondista, mentre la comunità ha soltanto un diritto parziale, che consisterà in un diritto di pascolo, di erbatico, di macchiatico, cioè diritti di sopravvivenza alimentare, legati soprattutto alla raccolta della legna, al pascolo dei propri armenti e così via.
Ma voi siete una realtà – sociale, economica, giuridica – ben diversa; voi siete proprietà collettiva, voi rappresentate una forma autenticamente proprietaria, sia pure alla luce di un altro modo di vedere il rapporto uomo-cose, cioè anti-individualistico.
Ecco perché uso civico e proprietà collettiva sono nozioni assolutamente diverse dal punto di vista tecnico-giuridico e non dovrebbe esser lecito accomunarle all’interno di una stessa legge come se fossero la stessa cosa.
Questo è uno dei grandi torti compiuto dalla legge del 1927.

Il più grave torto

A proposito di torti, qual è il più grave che vi si è fatto nell’età moderna e a cui si è accennato poco fa? Non si è voluto comprendere qual era il vostro messaggio, quale era la vostra funzione. Non abbiamo voluto con umiltà tentare di capire che cosa avete fatto per tanti secoli, non si è voluto capire che voi siete una spontanea articolazione della società civile meritevole di essere conservata e salvaguardata. Siete una voce che viene dal basso, mentre durante la modernità abbiamo ridotto il diritto in leggi, quelle leggi fatte dal Parlamento e che piovono dall’alto sopra le teste dei cittadini; voi siete ancora oggi una realtà alla maggior parte dei giuristi ignota, o almeno poco conosciuta.
Voi dovete fare uno sforzo per farvi conoscere, perché siete vittima di una colossale incomprensione. Io credo che lo sforzo, al quale siamo chiamati noi esterni che non siamo consorti di proprietà collettive, è quello di comprendere chi siete, che cosa storicamente incarnate.
Perché vi si deve rispettare?
Perché siete la voce di una storia spesso lontanissima. Forse, nessuno più di voi è portatore di una storia così lunga. I maestri di una grande scuola francese hanno segnalato che il tempo della storia è la “longue durée”, la lunga durata; è lì che si fa la storia, non nei tempi brevi. Ecco: voi siete portatori di storia, perché siete portatori di una lunga durata. Se qualcuno si domandasse come avete potuto sopravvivere malgrado tante ostinate persecuzioni, la risposta non potrebbe essere che una: perché voi avete interpretato le radici della vostra gente, voi siete alle radici della vostra gente, e, in quanto tali, incarnate necessariamente dei valori sentiti e osservati, dei valori che oggi possono e debbono qualificarsi come costituzionali.
La Costituzione vi vuole rispettati, e io mi auguro che, nel solco di un movimento che – grazie a Dio – prende forma e si va accrescendo in questi ultimi anni, si possa arrivare a una piena comprensione ma soprattutto valorizzazione di quanto avete fatto, con una funzione promozionale e ordinatrice straordinaria, in tutta Italia ma particolarmente in questo arco alpino orientale che va dallo Stelvio fino alle colline carsiche sopra Trieste, e cioè la conservazione e l’incremento del patrimonio forestale e pascolivo, la vigile custodia dell’ambiente.
Non credo d’essere troppo apologetico se constato con ammirazione il frutto del vostro lavoro e affermo senza mezzi termini che questi risultati cospicui sono soprattutto merito vostro.

Una psicologia attiva

Vi prego di avere – e chiudo, veramente – una psicologia attiva, combattiva, di resistenza alla ignoranza e alla ostilità perduranti.
Ricordatevi di San Paolo, «spes contra spem», nutrire la speranza contro la devastante disperazione che monta nell’animo, quando si è incompresi.
è ovvio che sopravvengano dei sentimenti di delusione e anche di scoramento. Caricatevi, tuttavia, di psicologia attiva in nome di quella grande funzione economica e sociale, storica ed etnica, che state portando avanti.
è, quindi, con questo messaggio di speranza, di fiducia nella vostra fiducia, che io chiudo un modesto intervento che ha voluto soltanto segnalarvi la mia solidarietà scientifica, di storico del diritto, verso tutti voi. Grazie.