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"La Vicìnia"
Otubar dal 2009
 
L’economista americana Elinor Ostrom

Rassegna stampa sul “Nobel dei Beni comuni”
I VANTAGGI DELL’AUTOGOVERNO
Le reazioni e i commenti alla premiazione di Elinor Ostrom

[L. N.]
«To Elinor Ostrom and Oliver E. Williamson, who both analyse economic transactions occuring outside the markets» e, particolarmente, «for her analysis of economic governance, especially the commons» per quanto riguarda Elinor Ostrom.
Con queste motivazioni, la Royal Swedish Academy of Sciences (nobelprize.org) il 12 ottobre ha insignito i due studiosi americani con il “Prize in Economic Sciences”, ovvero con il Premio Nobel per l’economia.
La notizia ha fatto il giro del mondo, suscitando i commenti e le valutazioni più disparate. Visto che la riflessione della Ostrom sui beni comuni e sulla gestione delle risorse collettive è all’origine della sua premiazione e ancor prima della sua autorevolezza scientifica, si analizza in questo contributo come i mezzi di comunicazione italiani del 13 ottobre 2009 abbiano accolto il prestigioso riconoscimento internazionale.


Sia sul web che sulla carta stampata, si evince una certa difficoltà perfino a definire e tematizzare le problematiche affrontate dalla Ostrom nei suoi studi.
Per “MilanoFinanza” (www.milanofinanza.it), ad esempio, «la professoressa dell’Università dell’Indiana è stata premiata “per la sua analisi della governance economica e in particolare dei beni comuni”», dimostrando «come le comproprietà (sic) possono essere gestite in maniera efficace dalle associazioni di utenti».
D’altra parte, secondo “la Repubblica”, i beni comuni per la Ostrom sarebbero i «beni gestiti dai consumatori». Mentre “l’Unità” definisce «risorse comuni, quei beni il cui consumo da parte di un soggetto riduce le possibilità di fruizione da parte degli altri». Una definizione quantomeno bizzarra, ma prevedibile visto che l’inviato del quotidiano romano, Angelo Aquario, accredita Elinor Ostrom come «fino all’una e un minuto di ieri una professoressa ancora felice e sconosciuta» e liquida la sua ricerca sui “commons” come «studi anti-mercato sulla gestione dei beni collettivi».
Di gran lunga più approfondita la presentazione proposta sul “Corriere della Sera” da Massimo Gaggi.
La Ostrom – scrive l’inviato del quotiano milanese – (le cui opere principali “Governare i beni collettivi” e “La conoscenza come bene comune” sono state pubblicate anche in Italia dagli editori Marsilio e Bruno Mondadori) studia le interazioni tra cittadini, gestori delle risorse naturali e tenuta dell’ecosistema. Nei suoi studi la Ostrom cerca di dimostrare che non sempre i beni pubblici sono gestiti in modo inappropriato o inefficiente: a tal fine ha svolto un’infinità di indagini sulla gestione dei patrimoni boschivi, del patrimonio ittico, della gestione dei laghi e delle sorgenti di acqua potabile».
Sulla stessa lunghezza d’onda, anche la versione informatica di “il Giornale” (www.ilgiornale.it). «Anche un victory garden, un orto di guerra, può essere il seme da cui germoglierà un Nobel – scrive Rodolfo Parietti –. È successo a Elinor Ostrom, battagliera settantaseienne cresciuta nell’America della Grande depressione, prima donna a essere insignita del prestigioso premio per l’economia. “Durante la guerra mia madre aveva un victory garden: lì ho imparato tutto sulla coltivazione e sulla conservazione degli ortaggi”, ha spiegato una volta la docente dell’Università dell’Indiana. Niente sprechi, dunque, ma un rigoroso rispetto dell’ambiente unito a un razionale utilizzo delle risorse. Per poi arrivare, dopo 30 anni di studi e ricerche, a sciogliere uno dei nodi più intricati, quello della gestione dei beni comuni (acqua, foreste, pesci, idrocarburi), rovesciando – si legge nella motivazione del Nobel – “l’idea classica che la proprietà comune è mal gestita e va presa in carico dallo Stato o dal mercato”. Per la Ostrom, al contrario, le associazioni di cittadini nate per proteggere un bene comune spesso fanno meglio di organismi pubblici o di imprese private».
Tali concetti sono opportunamente sottolineati anche dal quotiano on line “Europa” (www.europaquotidiano.it). «L’economista, spiega il comitato svedese nelle motivazioni, ha “rimesso in causa l’idea classica che la proprietà comune è mal gestita e va presa in carico dallo stato o dal mercato” – scrive il 13 ottobre la testata –. Basandosi su numerosi studi sulla gestione da parte di gruppi di utilizzatori delle risorse ittiche, faunistiche, forestali o lacustri, Ostrom dimostra che la loro organizzazione è migliore di quanto preveda la teoria economica. Elinor Ostrom, nata nel 1933, ha infatti focalizzato i propri studi sull’interazione tra esseri umani ed ecosistemi, mettendo in evidenza come l’uomo abbia creato, nei millenni, “accordi” che finora ne hanno impedito il collasso. Il suo lavoro attuale sottolinea, infatti, la natura multiforme della interazione tra l’uomo e l’ecosistema».
«Al centro della sua attività scientifica – continua www.europaquotidiano.it – c’è l’organizzazione delle imprese locali e l’impegno per la gestione delle risorse comuni, dalle foreste alla viabilità, e più in generale il tema della governance».
Più oltre, tuttavia, si giunge a sostenere che la studiosa americana «è riuscita a illustrare come il pianeta sia “stressato” dall’uso collettivo delle risorse», quando invece Elinor Ostrom è la riconosciuta teorizzatrice di un «paradigma possibile… di “istitution building” collettivo ma non “pubblico” (né “privato”)», come sottolineano Giovanni Vetritto e Francesco Velo nel loro saggio introduttivo alla traduzione italiana di “Governing the Commons”.
L’essenziale distinzione fra collettivo e pubblico, d’altra parte, sfugge anche ai quotidiani “Avvenire” e “l’Unità”. «La Ostrom ha analizzato in particolare l’efficacia della gestione dei beni collettivi da parte delle associazioni di utenti – scrive Marco Girardo sul quotiano cattolico –. In questo modo l’economista, secondo la Banca di Svezia, ha “rimesso in discussione l’idea classica che vede la proprietà pubblica mal gestista” con la conseguente ricerca di soluzioni di mercato o quanto meno di autorità pubbliche in grado di garantirne l’amministrazione».
Nel suo commento sull’Unità, l’economista Loretta Napoleoni semplifica a tal punto da concludere che «antitesi della Signora Thatcher, negli anni Ottanta critica il processo di privatizzazione che fa scomparire lo stato e la comunità dall’economia».
Di gran lunga più articolati e approfonditi i commenti sviluppati dal quotidiano “Il Sole 24 Ore”, che dedica una pagina intera alla «Doppietta americana» nel Nobel dell’Economia, sintetizzando con lo slogan “I vantaggi dell’autogoverno” la ricerca della Ostrom.
«Al centro dei suoi studi – riassume il quotidiano di Confindustria – c’e l’autogestione delle risorse da parte di comunità di utenti. Un esempio è quello delle foreste (come il bacino dell’Amazzonia): la studiosa ha dimostrato che il governo a livello locale è più efficiente sia della gestione da parte di privati sia di quella pubblica e centralizzata».
Tre sono i pezzi in cui si scrive di Elinor Ostrom: quello d’apertura a cura di Mario Margiocco (“La teoria dei mercati inefficienti - Premiati due studiosi di organizzazioni virtuose: comunità di utenti e imprese”); il commento di Fabrizio Galimberti “Tra pubblico e privato - Sfida dei commons in cerca di terza via”; e, infine, un brano della stessa economista premiata, tratto dall’opera “Unlocking Public Entrepreneurship and Public Economies” e intitolato “La gestione dei beni collettivi - Innovazione dal basso”.
«La legislazione contemporanea, che attribuisce ai governi regionali o nazionali la responsabilità dei beni pubblici e delle risorse comuni a livello locale – scriveva il premio Nobel, nel 2005 – sottrae ai cittadini l’autorità di risolvere problemi che sono differenti da una località all’altra. Dobbiamo sbloccare le loro capacità e metterli nelle condizioni di essere riconosciuti come cittadini e funzionari pubblici locali con il potere e l’autorevolezza di prendere misure per risolvere problemi locali. Dobbiamo concepire il settore pubblico come un sistema policentrico, e non come una gerarchia monocentrica».
«Il mercato non è l’alfa e l’omega dell’economia – analizza lucidamente Galimberti nel suo “pezzo”, lasciando chiaramente intuire perché certi ambienti dell’economia mondiale abbiano accolto con fastidio l’attribuzione del Nobel alla Ostrom –, sopra e sotto il mercato ci sono istituzioni e regole che ne permettono il funzionamento. Su queste infrastrutture e sovrastrutture del mercato i due premiati hanno gettato luce, accendendo i lampioni nel luogo giusto. La Ostrom ha dato un affascinante contributo alle regole, Williamson alle istituzioni».
Gli studi della Ostrom – spiega Fabrizio Galimberti – si oppongono al rozzo semplicismo e al bieco conservatorismo che non vedono altre soluzioni alla presunta “Tragedia dei commons” se non passare le risorse comuni «da “bene collettivo” a “bene pubblico” con regole, sorveglianti, sanzioni; oppure privatizzarli, e affidarli quindi alle logiche di mercato».
«No, dice la Ostrom, c’è una terza via: gli utenti dei commons si possono associare e questi meccanismi consensuali possono dare risultati superiori alle attese. Le applicazioni di questo disegno sono tante, da quei commons che sono gli oceani a rischio di esaurimento delle risorse ittiche a quel grande commons che è il nostro pianeta, minacciato dall’effetto serra».