Jentrade / Articui / La Vicìnia
Jentrade/Gnovis
  Leams/Links
"La Vicìnia"
Jugn dal 2009
 
La sala del Consiglio comunale di Grado, nel sito www.comune.grado.go.it

Il reclamo del Comitato per l’Amministrazione separata di Grado
QUELLA DELIBERA COMUNALE è ILLEGITTIMA
Non va svenduto l’ultimo «baluardo del prestigio e della tradizione turistica di Grado»

Il 15 maggio il Comitato per l’Amministrazione separata degli Usi civici di Grado “Magnifica Comunità di Grado” ha presentato opposizione al Comissario regionale agli Usi civici, alla Corte dei conti di Trieste, al sindaco della cittadina lagunare friulana e al Coordinamento regionale della Proprietà collettiva sulla delibera 24 del 29 aprile 2009, con la quale il consiglio comunale gradese stabiliva una “Rettifica Bando di accertamento per gli Usi Civici del 1969 per sgravare aree Nuovo Polo Termale”.
Si presenta il testo integrale dell’opposizione-reclamo, sottoscritto «in nome e per conto del Comitato» da Giovanni Maria Mattiussi, Emanuela Contin, Manlio Grigolon, Alessandro Di Pecile e Franco Degrassi.


I sottoscritti, in nome e per conto del Comitato in epigrafe, presentano la seguente opposizione-reclamo avverso la deliberazione del Consiglio comunale n° 24 del 29 aprile 2009 avente ad oggetto: “Rettifica Bando di accertamento per gli Usi Civici del 1969 per sgravare aree Nuovo Polo Termale - Deliberazione immediatamente eseguibile ai sensi art. 1 c. 19 L. R. 21/2003”.

Premesso

che l’intera superficie territoriale individuata in delibera nella planimetria Sub. A, è assoggettata da tempo immemorabile al diritto di Uso Civico e pertanto non rientra nel regime patrimoniale disponibile del Comune, come del resto ammesso nella delibera stessa;

che l’Uso Civico, riaffermato dalla Dogale Francesco Foscari del 15.12.1439 riconosciuta quale fonte di diritto (Cass. Pen. Se. II 24 giugno 1982 n° 6128), è espressione storica di una demanialità collettiva preesistente alla costituzione del Comune. E dunque non derogabile dalla deliberazione del Consglio comunale;

che il Comitato contesta, in primo luogo, la legittimazione del Comune a sottrarre la superficie territoriale civica in argomento alla Comunità dei Cives attraverso la richiesta di rettifica al Bando commissariale n° 820/1969;

che tale delibera, formulata sulla scorta di una semplice planimetria assemblata con le sole mappe catastali senza quantificazione della superficie territoriale civica, appare in difetto di un elemento giuridicamente rilevante ai fini dell’individuazione e consistenza delle realità civiche oggetto della richiesta, comprendenti tra l’altro l’arenile, la spiaggia e il Parco delle Rose;

che trattasi ormai dell’ultimo baluardo del prestigio e della tradizione turistica di Grado scampato alla speculazione edilizia, che ha già sfigurato il volto della città. E nel contempo di un ambito di straordinaria rilevanza paesaggistica ed ambientale di molto superiore allo stesso Lido di Venezia, per di più tutelato dalla cosiddetta decretazione Galasso. Senza contare il suo intrinseco ed incalcolabile valore patrimoniale vincolato dal diritto di Uso Civico in favore della Comunità dei Cives che non può essere svenduto dal Comune;

che, a giudizio del Comitato, le ragioni dedotte a sostegno della rettifica appaiono del tutto prive di pregio e giuridicamente infondate. Atteso che in capo al Comune non residua affatto il potere di mutare la destinazione dei beni civici e tanto meno il potere di utilizzarli con forme di gestione para termale, para alberghiere e ricettive a vario titolo: tutte contrarie ed in ogni caso diverse da quelle consentite dalla legge fondamentale 1766 del 1927;

che, a giudizio del Comitato, la pretesa di inserire insediamenti alberghieri in un ambito protetto e vincolato dopo avere in gran parte trasformato la rete alberghiera cittadina in condomini, appare il solito cavallo di Troia per aggirare l’assoluta indisponibilità dei beni civici;

che il suddetto Bando, emanato a seguito di una lunga e rigorosa attività istruttoria, ha dichiarato liberi da Uso Civico solo i terreni compresi nelle zone del centro città e nelle zone a speciale destinazione tra le quali: il Santuario di Barbana (punto n° 4 del Bando) ed il cimitero comunale (punto n° 5 del Bando). E pertanto non è invocabile dal Comune per “liberare” la superficie territoriale sub. A dalla demanialità civica, caratterizzata dalla permanenza di una specifica vocazione per l’esercizio del diritto di Uso Civico;

che si contestano, in particolare, le indimostrate e speciose argomentazioni dirette ad attribuire all’area in argomento un carattere edificatorio se non addirittura di relitto urbano onde dimostrare a tavolino l’irrreversibile incompatibilità con l’esercizio del diritto di Uso Civico. Trattasi a ben vedere delle solite ricorrenti argomentazioni di carattere estemporaneo, sparate con modalità e tempi diversi, per esempio in danno dell’isola lagunare di Volpera. O in danno dell’isola di Pampagnola o delle isole lagunari su cui dovrebbe sorgere l’ormai famoso “Albergo diffuso”;

che la richiesta di rettifica poggia, in definitiva, su di un’estrema porvertà di argomenti e non già su di una sopravvenuta incompatibilità morfologica ed ambientale conseguente ad un’immaginaria conurbazione con il tessuto urbano circostante, come statuito in delibera. A giudizio del Comitato, il Comune così operando apre un conflitto di interessi contro i diritti di uso civico della popolazione;

che sul punto, corre anche l’obbligo di precisare che eventuali iniziative da parte degli amministratori o funzionari pubblici suscettibili di dar luogo a danno patrimoniale o ambientale saranno immediatamente segnalati, a cura del Comitato, alla Procura della Corte dei conti con la richiesta di applicazione di una fideiussione commisurata all’entità del danno prodotto.

Tutto ciò premesso e rappresentato, al Commissario agli Usi Civici i sottoscritti chiedono di respingere la richiesta di rettifica al Bando n° 820/1969 in quanto illegittima per insanabile contrasto con la legge fondamentale e relativo regolamento attuativo. Inoltre per eccesso di potere sotto i profili dell’errore nei presupposti e del difetto di motivazione.
A tal fine fanno presente che la richiesta, oltre ad essere deliberata in insanabile contrasto con la Comunità degli Utenti, conduce all’illegittima cancellazione, per di più senza compenso, delle realità civiche assimilandole alle proprietà patrimoniali del Comune.