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"La Vicìnia"
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L’aula del Senato

Verso una normativa unica sulle Proprietà collettive
AL SENATO IL DISEGNO DI LEGGE DELLA CONSULTA

[Stefano Lorenzi “de ra Becaria”]
È iniziato l’iter del disegno di legge “Norme in materia di Dominii collettivi” proposto al Parlamento italiano dalla Consulta nazionale della Proprietà collettiva per addivenire ad una concreta valorizzazione dei dominii collettivi, garantendo la dovuta autonomia delle popolazioni che ne sono titolari.
Sulla vicenda il vicepresidente della Consulta, Stefano Lorenzi, è intervenuto con il seguente articolo, pubblicato sul numero di novembre del notiziario delle Regole d’Ampezzo “Ciasa de ra Regoles” (Anno XIX - n. 115).


Uno degli scopi della Consulta nazionale della Proprietà Collettiva è quello di tentare una sintesi normativa nella complicata casistica dei patrimoni di comunità italiani. Quelli che possono essere denominati “dominii collettivi” sono le terre appartenenti alle comunità locali, sotto diverse forme e con diversi gradi di tutela. Nella dizione più estesa vi si possono comprendere i beni comunali o frazionali di uso civico, le terre collettive appartenenti a famiglie discendenti dagli antichi originari del luogo, quali ad esempio Partecipanze, Regole, Vicinie, Comunelle, Comunanze agrarie, Università Uomini Originari, Comunalie, Consorterie, Società degli antichi originari o Comunioni familiari montane, nonché le terre collettive delle Università agrarie, degli Ademprivi e delle Partecipanze emiliane. Sono dominii collettivi, in alcuni casi, anche i corpi idrici su cui i residenti di un comune o di una frazione esercitano usi civici.
Molte di queste realtà sono tutelate da specifici statuti e da leggi speciali, come ad esempio l’istituzione delle Regole, normata già dal 1971 con particolari articoli di legge nazionale e regionale che ne assicurano la tutela statutaria e patrimoniale. Altre realtà sono regolamentate dalle storiche norme sui beni di uso civico (Legge del 1927), ed altre ancora non sono né riconosciute né tutelate.
L’esistenza di specifiche leggi sui beni collettivi, laddove queste assicurano le antiche consuetudini e rispettano le autonomie statutarie, è da considerarsi una forma di tutela delle comunità nei confronti di terzi, sia privati sia pubblici. Nonostante la proprietà collettiva sia riconosciuta come ordinamento giuridico antico – o diritto anteriore – e quindi preesistente allo Stato Italiano, essa rimane debole senza una specifica forma di tutela legislativa. Se si pensa, poi, che i patrimoni collettivi sono terra di conquista per attività speculative e interessi privati, appare chiaro come sia oggi indispensabile una legge che difenda “dall’alto” queste comunità.
Non è forse il caso delle Regole dell’arco alpino, ma soprattutto di varie terre civiche della penisola, quotidianamente oggetto di usurpazioni e degrado, sia speculativo sia di incuria.
Nel corso degli ultimi decenni si è assistito più volte alla stesura di progetti di legge per la sistemazione di queste terre, progetti redatti molte volte da chi aveva come obiettivo non la loro difesa, ma la definizione di norme più snelle per la loro vendita ai privati o per la loro graduale scomparsa. Fortunatamente, le più scellerate di queste norme sono rimaste finora nei cassetti di qualche ufficio romano, grazie a interventi in extremis di qualche parlamentare di buon senso.
La novità nel testo di legge presentato al Senato nel mese di novembre 2008 è, invece, la formazione di una norma generale e ampia che comprenda e tuteli tutta la proprietà collettiva italiana, dal nord al sud, una norma predisposta dai rappresentanti della proprietà collettiva stessa.
Oltre al lavoro di stesura del testo di legge, supportato dall’esperienza di Pietro Nervi e di Paolo Grossi – due fra i massimi esperti italiani del settore – la Consulta ha lavorato e lavora in Parlamento per raccogliere le adesioni di deputati e senatori dei più diversi schieramenti, affinché si possa giungere a una legge condivisa dalle diverse forze politiche, meno suscettibile ai cambiamenti di umore della politica italiana.
Per quanto riguarda le comunità regoliere, queste continueranno a essere tutelate dalle due leggi nazionali n° 1102/1971 e n° 97/1994, norme che si sono dimostrate preziose e lungimiranti e a cui la nuova legge fa esplicito riferimento.
A tutti i dominii collettivi verrà quindi riconosciuta l’autonomia statutaria, e le loro terre originarie saranno tutelate da vincoli di inalienabilità, indivisibilità e inusucapibilità. Il loro valore generale è esplicitamente riconosciuto, laddove essi sono considerati elementi fondamentali per la vita e lo sviluppo delle collettività locali, strumenti primari per assicurare la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale nazionale e componenti stabili del sistema ambientale. Non solo, ma le proprietà collettive vanno intese come basi territoriali di istituzioni storiche di salvaguardia del patrimonio culturale e naturale, strutture eco-paesistiche del paesaggio agro-silvo-pastorale nazionale, e fonte di risorse rinnovabili da valorizzare ed utilizzare a beneficio delle collettività locali degli aventi diritto.
L’iniziativa presentata dalla Consulta al Senato della Repubblica, attraverso i senatori Piergiorgio Stiffoni (Lega) e Gianpaolo Bettamio (Pdl) è quindi un primo passo verso questi obiettivi, a cui si è iniziato a lavorare e su cui converge l’impegno più attento della Consulta. La Consulta sta raccogliendo adesioni al progetto non solo tra le forze di maggioranza, ma anche nell’opposizione, in modo che la nuova norma trovi il più ampio consenso in Parlamento. La nuova legge, che non graverà sulle casse dello Stato, va peraltro nella direzione del riconoscimento delle autonomie locali e del federalismo, argomenti su cui la sensibilità politica in questi anni è piuttosto attenta.
Gli interessati possono richiedere il testo del ddl presso gli uffici delle Regole.