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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2008
 
I cantieri della Promotur, contestati dalle Frazioni di Priola e Noiariis, che hanno sventrato il monte Tamai

Un articolo di Pier Arrigo Carnier sulla Proprietà collettiva
LA BATTAGLIA DELLE VILLE CARNICHE
È stato pubblicato dal quotidiano Il Gazzettino il 23 dicembre 2008

L’articolo di Pier Arrigo Carnier sulla Proprietà collettiva in Carnia è intitolato “Boschi & Malghe. La battaglia delle ville carniche contro i Comuni di Sutrio e Paularo nel segno dei diritti d’uso imperiali”. Originario di Comegliàns, Carnier è pubblicista e storiografo (cfr. www.friul.net/dizionario_biografico.php).

In questi utimi decenni o, per meglio dire, negli ultimi quarant’anni, il patrimonio forestale della Carnia ha subito un forte incremento con un avanzamento sui pascoli e su zone prative da lungo tempo lasciate incolte. Si tratta di un fenomeno registrato non soltanto in Carnia, ma in genere in molte valli alpine e anche nelle zone prealpine e appenniniche. Vi è stata in contrapposizione una caduta rilevante del prezzo di mercato dei legnami resinosi, in riferimento al loro valore detto di macchiatico, vale a dire prima dell’abbattimento oppure sul letto di caduta, motivato dalla vasta disponibilità di legnami che, da tempo, affluiscono sul mercato nazionale provenienti dall’Austria, Germania e soprattutto dall’Est, a prezzi altamente concorrenziali. Ma vi fu un periodo aureo, dagli anni Trenta ai Sessanta circa, in cui l’industria dei legnami della Carnia ebbe un posto primario sul mercato nazionale. I tempi cambiano. Non di questo comunque, intendo parlare, bensì dell’utilizzo o del godimento di tale patrimonio agro-silvo-pastorale in relazione alla sua formazione storico-giuridica e della sua catalogazione catastale. Parte rilevante del patrimonio della Carnia è amministrata dai Comuni o da consorzi, trattandosi di beni classificati ad “uso civico”, di origine feudale e quindi demaniale, mentre esistono altri beni consorziati che hanno veste “privata” in quanto di natura “allodiale”. Riguardo al godimento dei beni di origine feudale e quindi statuale, ad “uso civico”, il commissario agli usi civici addetto, Carmelo Palermo con sede a Trieste, era investito del potere d’iniziativa giurisdizionale che gli consentiva di aprire procedimenti d’ufficio a tutela delle terre civiche e quindi di emettere verdetti, soggette poi all’appello di una speciale sezione della Corte d’appello di Roma, e col quale ebbi un colloquio dettagliato sull’argomento, avendo il medesimo accertato che, nel tempo, si erano verificate delle alterazioni e con l’obiettivo di ridisciplinare l’intera materia. Nel 1959 rese noto d’autorità che diversi beni, amministrati e in godimento dei Comuni e altri enti costituiti, avrebbero dovuto essere restituiti in godimento alle ville (frazioni dei Comuni) in virtù della “pristina funzione”, trattandosi di un diritto imprescrittibile e inusucapibile. In altri termini, nello scorrere del tempo, si erano verificate circostanze storiche in cui dei beni, in godimento alle frazioni per antico diritto, erano passati all’amministrazione dei Comuni. La legislazione sugli usi civici comprende la legge 1766 del 1927, il regio decreto 322 del 1928 che approva il regolamento della medesima e la legge 1078 del 1930. Scopo della legge del ‘27, molto deprecata a giudizio di vari esperti, era la “liquidazione” dei diritti collettivi sulle terre altrui. Sostiene questa legge per la liquidazione dell’uso civico che l’estinzione del diritto sul bene è ammissibile al verificarsi della scomparsa di tutti i componenti del collettivo d’origine, e cioè dei cittadini della tal villa (frazione) per cui il bene stesso verrebbe incamerato dal Comune, in relazione alla giurisdizione territoriale, con o senza compenso, secondo i casi. Prendo spunto dalle accennate argomentazioni poiché pende un’interessante azione giudiziaria, promossa da alcuni cittadini dell’alta Val But, delle frazioni di Noiaris e Priola, finalizzata a rivendicare i diritti di godimento su beni risalenti ad antica donazione agli abitanti delle due frazioni, ma amministrati da tempo dal Comune di Sutrio. Un’analoga azione di rivendicazione per fruire di beni silvo-pastorali risulta intrapresa dalla frazione di Rivalpo nei confronti del Comune di Paularo e vi sono, inoltre, altri “fermenti”. Vi sarebbe quindi un risveglio sul terreno degli antichi diritti, argomento di indiscusso interesse in quanto legato a vicissitudini secolari delle popolazioni della montagna carnica. La cosa è stata oggetto di parallela, grande attenzione in Veneto soprattutto nel non lontano passato attraverso dibattute vicende giudiziarie per far rispettare taluni aspetti del patrimonio agro-silvo-pastorale del vasto territorio, specialmente quello montano. Si tratta quindi, sul piano giudiziario, non solamente di un’esplorazione che affonda nel passato, ma di un’attenta verifica e valutazione giurisprudenziale per stabilire se sussistano diritti acquisiti e la loro classificazione. Tale risveglio assume veste rilevante , in quanto punta a ristabilire la comunione che esistette tra il territorio e i suoi abitanti, entrata da gran tempo in crisi fin quasi a raggiungere lo smarrimento di fronte all’incalzare d’interessi e speculazioni dettati dall’evoluzione dei tempi, che hanno distratto l’uomo della montagna, dai suoi antichi legami. Il sentito ritorno alla riscoperta del passato può quindi essere inteso come incentivo prezioso per salvare il patrimonio montano dallo svilimento. Avevo trattato, a suo tempo, nella veste di procuratore generale, l’alienazione di un notevole patrimonio collettivo silvo-pastorale della Carnia di origine allodiale, il che ha preteso un’inevitabile conoscenza degli esistenti aspetti patrimoniali del territorio. Mi permetto una rapida ricognizione sui diritti e sulle norme codificate, in rapporto all’evoluzione della storia. Il sistema feudale, propagatosi anche in Carnia, specie nel periodo pre-patriarcale e patriarcale, costituì un aspetto basilare dell’amministrazione del patrimonio statuale. L’Imperatore, unico sovrano del Medio Evo per le terre che facevano parte del Sacro Romano Impero, infeudava le proprie terre al Patriarca, marchese dal 1077 per tutto il Friuli. A sua volta il feudatario subinfeudava in tutto o in parte i propri benefici a feudatari a lui subordinati o li concedeva in uso a subfeudatari. Spesso, in Carnia, vi furono concessioni di terre ai Comuni, intesi come complesso o associazione di persone che risiedevano in una determinata località o villa. Tali concessioni comportavano inizialmente un corrispettivo in natura o in denaro. In seguito però, probabilmente in considerazione dello stato di povertà delle popolazioni, le concessioni avvennero per lo più gratuitamente in riferimento a quei beni che anticamente erano stati di godimento collettivo da parte degli abitanti. Parte dei beni di origine collettiva della Carnia rientrano nella classificazione di “usi civici”. Secondo la dottrina, l’origine degli usi civici è strettamente collegata al feudo, sicché bisogna dimostrare la sua origine feudale e quindi demaniale (ubi feuda, ibi demania). Va però chiarito che i territori montani, specie quelli distanti dei centri di insediamento, dai quali traevano sostentamento gli originari del luogo, erano “ab antiquo” nel dominio delle popolazioni attraverso occupazioni e lavori eseguiti per trarne una rendita. Pertanto, quando pure quelle terre fossero state infeudate, i diritti già acquisiti dalle popolazioni preesistenti erano sempre rispettati, al punto che nemmeno il sovrano poteva disconoscerli o sopprimerli. In contrapposizione alla proprietà regia o feudataria, esiste - come già accennato - un secondo aspetto patrimoniale formato dalla categoria di beni detti “allodiali” che, sulla base del diritto germanico, costituivano il patrimonio della famiglia e che, su base reale, formavano il patrimonio di singoli individui trasferibile come bene privato. Tali beni appartenevano sia ai singoli che alle collettività (arimannie, vicinie, eccetera) e potevano essere quindi oggetto di godimento individuale o comune. L’uso comune di pascoli e di boschi da parte di componenti di una collettività, che si farebbe risalire al sistema barbarico germanico, largamente diffuso in epoche assai remote, esistette quindi distinto per la sua caratteristica dai beni feudali e di origine regia. L’identificazione della natura dei beni agro-silvo-pastorali, del lontano passato, comporta quindi un’impegnativa verifica dell’evolversi storico e fattuale, non sempre trasparente, cercando un possibile raffronto nei dispositivi giuridici. Riassumendo, vi sono quindi due tipi di beni a godimento collettivo: uno catalogato ad “uso civico”, discendente da concessione feudale o regia e quindi demaniale, la cui liquidazione, quando i componenti originali si siano totalmente estinti, è regolata dalla legge e dal decreto degli a nni Venti; l’altro risale “ab antiquo”, acquisito per diritto imprescrittibile dalle popolazioni e rispettato, oppure dovuto a donazioni e discendente da titolo di acquisto, e quindi di carattere “allodiale”. Fu con la subordinazione o formale dedizione della Carnia alla Repubblica di Venezia (1420-1421) che i rappresentanti carnici si preoccuparono fondamentalmente di garantirsi il riconoscimento e la tutela di ogni loro privilegio, consuetudine e uso. Vennero così a consolidarsi questi due tipi di proprietà. Vi sarebbe molto altro da dire, soprattutto in riferimento al riordino apportato dalla Repubblica di Venezia al patrimonio boschivo e alle severe norme promulgate per la sua conservazione, riconoscendo comunque alla Carnia, con atto del 2 agosto 1791, il diritto sui suoi boschi fatta esclusione per 47 boschi banditi per le necessità dell’Arsenale (bando stilato nel 1581). Venezia, luminosa di idee e di scienza ma severa nei principi di diritto, regolò anche le proprietà collettive di natura allodiale, determinandone simultaneamente i due aspetti inscindibili: quello collettivo e quello individuale. Mentre la proprietà riguardo l’entità del patrimonio, detto in termini tecnici “intero”, resta indivisibile, fu frazionata invece all’interno in quote, dette “carati” (secondo il concetto applicato nella proprietà delle navi mercantili), attribuite ai componenti originari e cedibili sia fra soci che ad estranei. È inoltre rilevante precisare quanto accadde nel periodo successivo. Già con la dominazione francese (decreto 23 dicembre 1803 numero 97) si riconobbe la necessità di non sottrarre boschi e pascoli agli “usi dei comunisti” (collettività), poi col regio decreto numero 225 del 25 novembre 1806, firmato dal vicerè del Regno italico Eugenio di Beauharnais, si cercò di regolare «le questioni vertenti tra gli antichi e nuovi originari degli stati ex veneti». Tali questioni restarono irrisolte specie in Carnia, dove il gruppo degli antichi originari (formante ente collettivo a sé stante) si volle sempre mantenere tenacemente distinto dal Comune inteso come ente autonomo, nel cui territorio anche i “forestieri” potevano ora insediarsi e godere dei diritti propri a ciascun abitante del luogo. I neo-costituiti enti comunali, di matrice francese, furono riconosciuti dalla sopraggiunta dominazione austriaca, ma non divennero affatto proprietari dei beni delle comunità originali preesistenti, nemmeno in nome delle frazioni inglobate nel comune come infatti è confermato, dissipando ogni dubbio, dalla Risoluzione del 16 aprile 1839 dell’Imperatore d’Austria Ferdinando I. Risulta poi che il successivo Governo di Venezia, mediante l’Istruzione governativa 18558-2520 del 17 giugno 1841, abbia rispettato i diritti delle comunità originarie e quindi il godimento dei medesimi, lasciando ai Comuni la sola funzione amministrativa. La normativa introdotta dopo l’unificazione dell’Italia (1861) non dà definizioni che valgano a comprendere le diverse situazioni di possesso facenti capo a una collettività. Per cercare chiarezza, è necessario appoggiarsi all’elaborazione dottrinale e giurisprudenziale. L’intervento della “Legge Fanfani” sulla montagna (numero 991 del 1952) stabilisce all’articolo 34 che «nessuna innovazione è operata in fatto di comunioni familiari vigenti nei territori montani nell’esercizio dell’attività agro-silvo-pastorali». E «dette comunioni continuano a godere e amministrare i loro beni in conformità dei rispettivi statuti e consuetudini riconosciuti dal diritto anteriore». La successiva legge 17 aprile 1957 numero 278, ai fini della restituzione agli aventi diritto dei beni di antica proprietà collettiva, mediante amministrazione separata da quella dei Comuni, prevedeva, su iniziativa del prefetto, la costituzione dei “comitati di amministrazione”, specificatamente in riferimento ai beni ad “uso civico”, cioè di origine demaniale. In questo iter storico-giuridico stanno le radici delle rivendicazioni sollevate dalle frazioni carniche e di altre, possibili, in “lavorazione”.