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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2008
 
L’aula del Senato

Il disegno di legge della Consulta nazionale della Proprietà collettiva
ORDINAMENTO GIURIDICO PRIMARIO DELLE COMUNITà ORIGINARIE
All’attenzione della società italiana la salvaguardia dei dominii collettivi

Nello «spirito di apertura e confronto della Dichiarazione di Roma del 7 marzo 2006», la Consulta nazionale della Proprietà collettiva propone all’attenzione della società italiana un testo legislativo che mira alla valorizzazione dei dominii collettivi e all’autonomia delle popolazioni che ne sono titolari.
Il documento, inserito nel sistema informativo interno del Senato della Repubblica, è aperto alla sottoscrizione di tutti i parlamentari che intendono promuovere fattivamente un inestimabile “bene comune” di pubblico e generale interesse.


LA RELAZIONE INTRODUTTIVA
DEL DISEGNO DI LEGGE

Il presente disegno di legge ha la finalità del riconoscimento formale dei dominii collettivi, comunque denominati. Esso è frutto di contributi derivanti da approfondita elaborazione dottrinale, da riferimenti giurisprudenziali, da interpretazione dei provvedimenti legislativi.
Sotto il profilo dottrinale, si deve fare inizialmente riferimento al contributo di un civilista innovatore, Enrico Finzi, allorché, già nel 1935, traducendo in termini rigorosamente giuridici taluni fermenti circolanti nelle scelte corporativistiche italiane, capovolge l’angolo di osservazione e propone di esaminare il rapporto uomo/beni “di sotto in su”, arrivando a capovolgere anche il ruolo delle due entità del rapporto valorizzando il bene e le sue regole intime sull’agente umano. Successivamente Filippo Vassalli (1939) e Salvatore Pugliatti (1954), raccogliendo l’invito di Finzi, mandano in soffitta la nozione unitaria di proprietà costruita sull’unità del soggetto e individuano una pluralità di proprietà assai diversificate a seconda della diversa qualità strutturale dei diversi beni. Più recentemente, i contributi di una pluralità di studiosi, tra cui Paolo Grossi, Giorgio Lombardi, Emilio Romagnoli, Paolo Vitucci, Vincenzo Cerulli Irelli, Alberto Germanò, hanno messo nella dovuta evidenza il “pianeta diverso” delle proprietà collettive, tutte di origine pre-moderna, tutte viventi una loro vita appartata, ma con parecchi scontri a causa dell’intolleranza della dominanza culturale di stampo romanistico.
Concorrono a costituire l’ordinamento della proprietà collettiva tre elementi: (1) la comunità, vale a dire l’elemento personale, rappresentato da una pluralità di persone fisiche individuata nella collettività locale, non solo e non tanto come destinatari delle utilità del fondo, bensì in quanto pluralità di persone fisiche chiamate a gestire il patrimonio civico e a raggiungere lo scopo comune, conformandosi nella propria attività e nelle relazioni con il patrimonio comune ai principi che la stessa comunità si dà. La comunità si qualifica, per un verso, con l’organizzazione di comunità che lega fra di loro le singole persone fisiche e che va intesa come facoltà di predisposizione di organi idonei ad assicurare il funzionamento e la rappresentanza dell’ente e, per un altro verso, per la variabilità e la mutevolezza delle persone fisiche: non necessariamente sempre le stessa durante la “vita” dell’ente collettivo, (2) la cosa, ossia la terra di collettivo godimento, che va riguardata come una pluralità di patrimoni (economico, naturale, culturale) con propria individualità, un ecosistema completo, comprendente tutte le componenti naturali ed antropiche, quali suolo, con i connessi miglioramenti, e sottosuolo, acque superficiali e sotterranee, aria, clima e microclima, formazioni vegetali, fauna e microfauna, nelle loro reciproche e profonde inter-relazioni, come anche l’aspetto estetico e paesaggistico di più immediata percezione, (3) l’elemento teleologico, da individuarsi nello scopo istituzionale, diverso e trascendente rispetto agli interessi individuali delle singole persone fisiche che compongono la comunità. A questi, in taluni casi, si aggiunge un ulteriore elemento costitutivo rappresentato dal riconoscimento della personalità giuridica.
Sotto il profilo dall’interpretazione sistematica dei dati forniti dal legislatore con una molteplicità di leggi diverse succedutesi nel corso del tempo si deve rilevare come già con la legge 991 del 1952, all’art. 34, sia stata riconosciuta alle comunioni familiari vigenti nei territori montani il diritto di “continuare a godere e ad amministrare i loro beni in conformità dei rispettivi statuti e consuetudini riconosciuti dal diritto anteriore”. La legge 278 del 1957 disciplina la costituzione dei Comitati per l’amministrazione separata dei beni frazionali. Se la legislazione del 1927 e del 1928 riserva infatti una speciale considerazione alla Frazione di comune nel cui territorio ricadono le terre civiche, con la prescrizione di base che impone la diretta amministrazione frazionale a profitto dei soli abitanti della frazione, tale orientamento è poi riconfermato con la legge 278 del 1957, la quale prescrive, infatti, che i beni di uso civico frazionali siano amministrati da un comitato e che, in mancanza dell’elezione di questo, l’amministrazione possa essere condotta dal Comune attraverso propri organi appositamente delegati. La legge 431 del 1985, nel tentativo di dare una risposta al problema di un assetto ordinato del territorio e di contenimento della distruzione di risorse naturali e storiche indica i terreni “delle università agrarie e degli usi civici” tra le zone vincolate. La legge 97 del 1994 sulla montagna, all’art. 3, riconosce la proprietà collettiva e dà ad essa una valenza generale, non limitata alle organizzazioni montane dell’arco alpino, quanto meno perché espressamente richiama le organizzazioni collettive delle province dell’ex Stato pontificio.
Sotto il profilo delle indicazioni fornite dalla giurisprudenza, interessa riconoscere in questa sede l’importanza di due massime. La prima (n. 10748 del 1992), è relativa al riconoscimento della Frazione, come comunità dei titolari del diritto d’uso, «che, di norma costituiscono una mera entità naturale di fatto – caratterizzata dalla presenza dello insediamento di una parte della popolazione comunale in una località staccata da altri nuclei abitati dell’ente locale e dotata di interessi, sempre di fatto, legati a circostanze di ordine economico, storico, sociale e religioso – hanno tuttavia, in materia di amministrazione dei beni assoggettati ad uso civico della popolazione frazionaria, una soggettività diversa da quella dell’ente di appartenenza ed autonomamente esercitabile, anche ai fini del recupero del perduto possesso di detti beni, attraverso un apposito comitato per l’amministrazione separata, da nominarsi secondo le previsioni dell’art. 26 della legge 16 giugno 1927 n. 1766 e del relativo regolamento di esecuzione di cui al R.D. 26 febbraio 1928 n. 332, come successivamente modificato ed integrato» (Massima dalla sentenza della Sez. civile della Suprema Corte di Cassazione n. 10748 del 19 settembre 1992). La seconda (n. 3436 del 1993), raccogliendo una interpretazione estensiva di bosco assegna alla collettività locale, costituita da tutti e soltanto i membri della comunità locale, la responsabilità (diritto e dovere) di esercitare il governo del dominio collettivo, nonché la gestione economica e patrimoniale del patrimonio civico costituito dal pool di risorse naturali ed antropiche esistente nelle terre di collettivo godimento.
In definitiva, sembra potersi giustamente convenire con quanti hanno ripetutamente confermato che il divenire della proprietà collettiva ha un cuore antico. Con questo cuore antico bisogna fare i conti, anche e soprattutto, perché si possa essere preparati a pienamente comprendere e adeguatamente risolvere i tanti problemi che la realtà sociale, economica ed ambientale continuamente offre. Pertanto, piaccia o non piaccia, il diritto in quanto dato positivo e la giurisprudenza in quanto scienza pratica, incontrano un invalicabile limite in quel cuore antico della proprietà collettiva, che la dottrina può criticare, interpretare in maniera evolutiva, ma non mutare.
Con l’approvazione del presente disegno di legge si vuol riconoscere, in definitiva, che i dominii collettivi si collocano come soggetti neo-istituzionali, in quanto, per un verso, ad essi compete l’amministrazione, sia in senso oggettivo che soggettivo, del patrimonio civico e, per un altro verso, in quanto enti gestori delle terre di collettivo godimento, rientrano a pieno titolo nell’imprenditoria locale cui competono le responsabilità di tutela e di valorizzazione dell’insieme di risorse naturali ed antropiche preseti nel demanio civico. Di più, nell’attuale fase di sviluppo delle aree rurali, e della montagna in particolare, le cui strategie fanno affidamento essenzialmente sul modello di sviluppo locale e su quello di sviluppo sostenibile, ai domini collettivi va riconosciuta la capacità di endogeneizzare anche gli stimoli provenienti dall’esterno della comunità locale per la mobilitazione delle risorse interne, di trattenere in loco gli effetti moltiplicativi, di far nascere indotti nella manifattura familiare, artigianale, nella filiera dell’energia delle risorse rinnovabili e nel settore dei servizi.
Tra i tanti effetti che l’applicazione delle disposizioni contenute nel presente disegno di legge potranno avere sul territorio come conseguenza diretta della presenza attiva della proprietà collettiva possono essere i seguenti: mantenimento delle popolazioni a presidio del territorio (pubblico, collettivo, privato), integrazione fra patrimonio civico e famiglie residenti, integrazione tra patrimonio civico e imprese locali, manutenzione del territorio e conservazione attiva dell’ambiente, garanzia di un marchio ambientale, coesione della popolazione e creazione di comportamenti cooperativi in campo economico, sociale, ambientale.
Passando a esaminare nel dettaglio i singoli articoli del disegno di legge pare opportuno far emergere gli obiettivi che le norme del presente disegno di legge intendono perseguire:
1. Il riconoscimento dei dominii collettivi, comunque denominati, come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie. (art. 1.1.)
2. Il riconoscimento del contenuto del diritto d’uso di avere, normalmente e non eccezionalmente, ad oggetto utilità fondo consistenti in uno sfruttamento di esso e di essere riservato ai cittadini del Comune, o addirittura ad una parte di esso. Il che determina nel cittadino una situazione giuridica complessa: di un interesse individuale avente ad oggetto un uso dei beni conforme allo loro destinazione ed un interesse collettivo alla conservazione della destinazione dei beni. (art. 1.2)
3. Il riconoscimento della capacità di autonormazione dei dominii collettivi facilità pertanto l’esercizio dei diritti: a livello individuale, da cui discendono gli eventi (diritto di accesso in una zona, diritto di prelievo), e a livello collettivo o di amministrazione, da cui discendono le decisioni, vale a dire i diritti di gestione e i diritti di esclusione dall’uso oppure la tacita cooperazione degli individui che utilizzano le risorse nel rispetto di una serie di regole stabilite dall’ente gestore.(art. 1.3 – 1.4)
4. Il richiamo alle competenza dello Stato delinea i motivi di interesse generale dell’intervento legislativo del Parlamento nazionale, e mira a garantire che le leggi che le Regioni intendessero eventualmente emanare sugli assetti collettivi non possano disconoscere l’idea e i valori della proprietà collettiva; il modo peculiare delle collettività di vivere il rapporto uomo-terra; la disciplina consuetudinaria delle gestione delle terre da parte delle collettività titolari, con il fine della protezione della natura e della salvaguardia dell’ambiente; le moderne attività progettate ed esercitate dalle collettività sulle loro proprietà comuni al fine del mercato. (art. 2)
5. Al fine di un utile chiarimento del termine si propone una definizione del patrimonio economico del dominio collettivo quale risulta dalle rilevazioni contabili finalizzate alla compilazione della situazione patrimoniale nella cui sezione denominata “Attività” sono compresi tutti gli elementi positivi della ricchezza dell’ente collettivo, ma che in definitiva si riduce all’insieme dei beni economici di proprietà. (art. 3)
6. Si pone altresì in rilievo la necessità di una valutazione della grave situazione della Giurisdizione demaniale per la quale si propone una precisa delega al Governo. (art. 4)

Il testo del disegno di legge
proposto dalla Consulta nazionale
della Proprietà collettiva

NORME IN MATERIA DI DOMINII COLLETTIVI

Titolo unico
Norme generali di competenza statale

Art. 1. Riconoscimento dei dominii collettivi
1. In attuazione degli artt. 2 (I), 9 (II), 42 comma 2 (III) e 43 (IV) della Costituzione la Repubblica riconosce i dominii collettivi, comunque denominati, come ordinamento giuridico primario delle comunità originarie,
a. soggetto soltanto alla Costituzione della Repubblica – quale norma suprema della intera società civile italiana – costituito da una comunione di persone e di beni;
b. dotato di capacità di autonormazione, sia per l’amministrazione soggettiva che oggettiva, sia per l’amministrazione vincolata che discrezionale;
c. dotato di capacità di gestione del patrimonio naturale, economico e culturale che fa capo alla base territoriale della proprietà collettiva, considerato come comproprietà inter-generazionale.
2. È dominio collettivo l’ordinamento caratterizzato dell’esistenza di una collettività, i cui membri tengono in proprietà terreni ed insieme esercitano più o meno estesi diritti di godimento, individualmente o collettivamente, su terreni che il comune amministra o la comunità da esso distinta tiene in proprietà pubblica o collettiva.
3. La Repubblica riconosce e tutela i diritti dei cittadini di uso e di gestione dei beni di collettivo godimento preesistenti addirittura allo Stato stesso. Le comunioni familiari vigenti nei territori montani continuano a godere e ad amministrare i loro beni in conformità dei rispettivi statuti e consuetudini, riconosciuti dal diritto anteriore.
4. Lo statuto, approvato dagli aventi diritto, è titolo qualificativo e ordinamentale del dominio collettivo, anche con specifico riferimento alla personalità giuridica ed alla natura dell’ente.

Art. 2. Competenza dello Stato
1. La Repubblica tutela e valorizza i beni di collettivo godimento
a. quali elementi fondamentali per la vita e lo sviluppo delle collettività locali,
b. quali strumenti primari per assicurare la conservazione e la valorizzazione del patrimonio naturale nazionale,
c. quali componenti stabili del sistema ambientale,
d. quali basi territoriali di istituzioni storiche di salvaguardia del patrimonio culturale e naturale,
e. quali strutture eco-paesistiche del paesaggio agro-silvo-pastorale nazionale,
f. quale fonte di risorse rinnovabili da valorizzare ed utilizzare a beneficio delle collettività locali degli aventi diritto.

Art. 3. Beni collettivi
1. Sono beni collettivi:
a. le terre di originaria proprietà collettiva della generalità degli abitanti del territorio di un Comune o di una Frazione, imputate o possedute da Comuni, Frazioni od Associazioni agrarie comunque denominate,
b. le terre, con le costruzioni di pertinenza, assegnate in proprietà collettiva agli abitanti di un Comune o di una Frazione a seguito della liquidazione dei diritti di uso civico e di qualsiasi altro diritto di promiscuo godimento esercitato su terre di soggetti pubblici e privati,
c. le terre derivanti da scioglimento delle promiscuità di cui all’art. 8 (V) della legge 16 giugno 1927 n. 1766; da conciliazioni nelle materie regolate dalla stessa legge; dallo scioglimento di associazioni agrarie; dall’acquisto di terre ai sensi dell’art. 22 della stessa legge e dell’art. 9 (VI) della legge 3 dicembre 1971 n. 1102; da operazioni e provvedimenti di liquidazione o estinzione di usi civici; da permuta o donazione,
d. le terre di proprietà di soggetti pubblici o privati, su cui i residenti del Comune o della Frazione esercitano usi civici non ancora liquidati,
e. le terre collettive comunque denominate, appartenenti a famiglie discendenti dagli antichi originari del luogo, quali ad esempio Partecipanze, Regole, Vicinie, Comunelle, Comunanze agrarie, Università Uomini Originari, Comunalie, Consorterie, Società degli antichi originari o Comunioni familiari montane; nonché le terre collettive delle Università agrarie, degli Ademprivi e delle Partecipanze emiliane disciplinate dagli artt. 34 (VII) della legge 25 luglio 1952 n. 991, 10 (VIII) e 11 (IX) della legge 3 dicembre 1971 n. 1102 e 3 (X) della legge 31 gennaio 1994 n 97.
f. i corpi idrici su cui i residenti del Comune o della Frazione esercitano usi civici.
2. I beni di cui al precedente comma 1. lettera a., b., c. e., f. costituiscono il patrimonio antico dell’ente collettivo, detto anche patrimonio civico o demanio civico.
3. Il regime giuridico dei beni di cui al precedente comma 1. resta quello dell’inalienabilità, dell’indivisibilità, dell’inusucapibilità e della perpetua destinazione agro-silvo-pastorale.
4. Limitatamente alle proprietà collettive di cui alla legge 31 gennaio 1994, art. 3 (XI), è fatto salvo quanto previsto dall’art. 11, ultimo comma (XII), della legge 3 dicembre 1971, n. 1102.
5. L’utilizzazione del demanio civico avviene in conformità alla sua destinazione e secondo le regole d’uso stabilite dal dominio collettivo.
6. Il diritto sulle terre di collettivo godimento si caratterizza per:
a. avere normalmente, e non eccezionalmente, ad oggetto utilità del fondo consistenti in uno sfruttamento di esso;
b. essere riservato ai componenti la comunità dei consorti, salvo diversa decisione dell’ente collettivo.
6. Con l’imposizione del vincolo paesaggistico sulle zone gravate da usi civici di cui all’art. 142 (XIII), comma 1, lettera h) del d.lgs n. 42 del 2004, la disciplina statale garantisce l’interesse della collettività generale alla conservazione degli usi civici per contribuire alla salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio. Tale vincolo è mantenuto sulle terre anche in caso di liquidazione degli usi civici.

Art. 4. (Giurisdizione demaniale - delega al Governo)
Il Governo della Repubblica è delegato ad adottare un decreto legislativo avente ad oggetto:
a. la soppressione della giurisdizione speciale del Commissario per gli usi civici,
b. l’attribuzione della competenza ad una Sezione specializzata istituita presso la Corte d’appello concentrando in un unico organo anche la competenza in materia ambientale
c. l’individuazione nella Procura generale dell’organo abilitato a promuovere il giudizio innanzi a tale Sezione al fine di garantire l’interesse della collettività.

RIFERIMENTI NORMATIVI

(I) Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
(II) Art. 9. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
(III) Art. 42. La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale. La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.
(IV) Art. 43. A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.
(V) Art. 8. Le comunioni generali per servitù reciproche, qualora esistano, e tutte le comunioni particolari nelle quali non siano demani comunali, salvo il caso di cui all’ultimo comma del presente articolo, saranno sciolte senza compenso. Le comunioni generali per condominio, e le particolari, sia per condominio sia per servitù, fra comuni, fra comuni e frazioni, o fra due frazioni anche dello stesso comune, si scioglieranno con l’attribuzione a ciascun comune o a ciascuna frazione di una parte delle terre in piena proprietà, corrispondente in valore all’entità ed estensione dei reciproci diritti sulle terre, tenuto conto della popolazione, del numero degli animali mandati a pascolare, e dei bisogni di ciascun comune e di ciascuna frazione. Si considerano comunioni generali quelle costituite sugli interi territori delle comunità partecipanti; si considerano particolari quelle che comprendono solo una parte di detti territori. In considerazione dei bisogni della economia locale potranno essere conservate le promiscuità esistenti, nel qual caso ne sarà fatto rapporto motivato al ministero dell’economia nazionale, che provvederà.
(VI) Art. 9. (Demanio forestale ed affittanze degli enti locali). Oltre alle regioni, le Comunità montane e i comuni sono autorizzati ad acquistare o a prendere in affitto per un periodo non inferiore ad anni 20 terreni compresi nei rispettivi territori montani non più utilizzati a coltura agraria o nudi o cespugliati o anche parzialmente boscati per destinarli alla formazione di boschi, prati, pascoli o riserve naturali. Quando sia necessario per la difesa del suolo e per la protezione dell’ambiente naturale in conformità agli scopi di cui al precedente comma, le regioni, le Comunità montane e i comuni possono, in mancanza di accordo per l’acquisto ai valori correnti, procedere anche ad espropriare i terreni sopraindicati e quelli di cui al primo comma dell’art. 29 della legge 27 ottobre 1966, n. 910, con le modalità di cui agli articoli 112, 113, 114 e 115 del regio decreto 30 dicembre 1923, n. 3267. Ai beni acquistati o espropriati si applica l’art. 107 del regio decreto 30 dicembre 1923, n. 3267. Qualora tali beni risultino incorporati ad altri sottoposti al regime di cui alla legge 16 giugno 1927, n. 1776, devono essere assoggettati alle disposizioni della stessa legge. Ai contratti di compravendita e a quelli per la contrazione dei mutui si applicano l’imposta fissa di registro ed ipotecaria e l’esenzione dai diritti di voltura. I redditi dei terreni acquistati ed utilizzati ai termini dei commi precedenti sono esenti da ogni imposta per 40 anni, sempre che si tratti di boschi. Il beneficio si riconferma ogni 5 anni, con l’osservanza delle modalità previste dall’art. 58 del regio decreto 30 dicembre 1923, n. 3267. Agli acquisti di cui ai commi precedenti del presente articolo sono estese le provvidenze di cui all’art. 12 della presente legge. I piani di acquisto, di affittanza e di rimboschimento dei terreni di cui ai precedenti commi devono essere approvati prima della concessione del mutuo dall’autorità forestale regionale. L’autorità forestale concederà assistenza gratuita agli enti di cui al primo comma che la richiedano per lo studio dei piani di acquisto e di rimboschimento. La Cassa depositi e prestiti e le Casse di risparmio sono autorizzate a concedere mutui trentennali alle regioni, alle Comunità montane ed ai comuni per l’acquisto ed il rimboschimento dei terreni di cui al primo comma garantendosi sul valore dei beni stessi. L’onere del pagamento dell’interesse relativo a tali mutui è assunto a totale carico dello Stato allorché l’acquisto e l’esecuzione delle opere di rimboschimento vengano effettuati da comuni montani con bilancio deficitario; in caso diverso il concorso dello Stato per il pagamento degli interessi è del 50 per cento. Per il pagamento degli interessi sui mutui di cui al comma precedente è stabilito il limite di impegno di lire 170.000.000 per il 1972 e di lire 165.000.000 per ciascuno degli esercizi finanziari 1973 e 1974.
(VII) Art. 34. (Comunioni familiari). Nessuna innovazione è operata in fatto di comunioni familiari vigenti nei territori montani nell’esercizio dell’attività agro-silvo-pastorale; dette comunioni continuano a godere e ad amministrare i loro beni in conformità dei rispettivi statuti e consuetudini riconosciuti dal diritto anteriore.
(VIII) Art. 10. (Comunioni familiari). Per il godimento, l’amministrazione e l’organizzazione dei beni agro-silvo-pastorali appresi per laudo, le comunioni familiari montane (anche associate tra loro e con altri enti) sono disciplinate dai rispettivi statuti e consuetudini. Rientrano tra le comunioni familiari, che non sono quindi soggette alla disciplina degli usi civici, le regole ampezzane di Cortina d’Ampezzo, quelle del Comelico, le società di antichi originari della Lombardia, le servitù della Val Canale. La pubblicità di statuti, bilanci, nomine di rappresentanti legali è disciplinata da apposito regolamento emanato dalla regione. L’atto relativo all’acquisto e alla perdita dello stato di membro delle comunioni, disciplinato dallo statuto, è registrato a tassa fissa senza altre imposte.
(IX) Art. 11. (Patrimonio). Il patrimonio antico delle comunioni è trascritto o intavolato nei libri fondiari come inalienabile, indivisibile e vincolato alle attività agro-silvo-pastorali e connesse. Quei beni che previa autorizzazione regionale venissero destinati ad attività turistica dovranno essere sostituiti in modo da conservare al patrimonio comune la primitiva consistenza forestale. Solo i beni acquistati dalle comunioni dopo il 1952 possono formare oggetto di libera contrattazione; per tutti gli altri la legge regionale determinerà limiti, condizioni, controlli intesi a consentire la concessione temporanea di usi diversi dai forestali, che dovranno comunque essere autorizzati anche dall’autorità forestale della regione.
(X) Art. 3. (Organizzazioni montane per la gestione di beni agro-silvopastorali). 1. Al fine di valorizzare le potenzialità dei beni agro-silvo-pastorali in proprietà collettiva indivisibile ed inusucapibile, sia sotto il profilo produttivo, sia sotto quello della tutela ambientale, le regioni provvedono al riordino della disciplina delle organizzazioni montane, anche unite in comunanze, comunque denominate, ivi comprese le comunioni familiari montane di cui all’art. 10 della legge 3 dicembre 1971, n. 1102, le regole cadorine di cui al decreto legislativo 3 maggio 1948, n. 1104, e le associazioni di cui alla legge 4 agosto 1894, n. 397, sulla base dei seguenti princìpi: a) alle organizzazioni predette è conferita la personalità giuridica di diritto privato, secondo modalità stabilite con legge regionale, previa verifica della sussistenza dei presupposti in ordine ai nuclei familiari ed agli utenti aventi diritto ed ai beni oggetto della gestione comunitaria; b) ferma restando la autonomia statutaria delle organizzazioni, che determinano con proprie disposizioni i criteri oggettivi di appartenenza e sono rette anche da antiche laudi e consuetudini, le regioni, sentite le organizzazioni interessate, disciplinano con proprie disposizioni legislative i profili relativi ai seguenti punti: 1) le condizioni per poter autorizzare una destinazione, caso per caso, di beni comuni ad attività diverse da quelle agro-silvopastorali; assicurando comunque al patrimonio antico la primitiva consistenza agro-silvo-pastorale compreso l’eventuale maggior valore che ne derivasse dalla diversa destinazione dei beni; 2) le garanzie di partecipazione alla gestione comune dei rappresentanti liberamente scelti dalle famiglie originarie stabilmente stanziate sul territorio sede dell’organizzazione, in carenza di norme di autocontrollo fissate dalle organizzazioni, anche associate; 3) forme specifiche di pubblicità dei patrimoni collettivi vincolati, con annotazioni nel registro dei beni immobili, nonchè degli elenchi e delle deliberazioni concernenti i nuclei familiari e gli utenti aventi diritto, ferme restando le forme di controllo e di garanzie interne a tali organizzazioni, singole o associate; 4) le modalità e i limiti del coordinamento tra organizzazioni, comuni e comunità montane, garantendo appropriate forme sostitutive di gestione, preferibilmente consortile, dei beni in proprietà collettiva in caso di inerzia o impossibilità di funzionamento delle organizzazioni stesse, nonchè garanzie del loro coinvolgimento nelle scelte urbanistiche e di sviluppo locale e nei procedimenti avviati per la gestione forestale e ambientale e per la promozione della cultura locale. 2. Fino alla data di entrata in vigore delle norme regionali previste nel comma 1 continuano ad applicarsi le norme vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge, in quanto con essa compatibili.
(XI) Art. 3 (Organizzazioni montane per la gestione di beni agro-silvo-pastorali) Al fine di valorizzare la potenzialità dei beni agro-silvo-pastorali in proprietà collettiva indivisibile ed inusucapibile, sia sotto il profilo produttivo, sia sotto quello della tutela ambientale, le Regioni provvedono al riordino della disciplina delle organizzazioni familiari montane, anche unite in comunanze, comunque denominate, ivi comprese le comunioni familiari montane di cui all’art. 10 della Legge 3 dicembre 1971, n. 1102, le Regole cadorine di cui al D.Lvo 3 maggio 1948, n. 1104, e le associazioni di cui alla legge 4 agosto 1894, n. 397, sulla base dei seguenti principi [omissis]
(XII) Art. 11. (Patrimonio) [omissis] Solo i beni acquistati dalle comunioni dopo il 1952 possono formare oggetto di libera contrattazione; per tutti gli altri la legge regionale determinerà i limiti, condizioni, controlli intesi a consentire la concessione temporanea di usi diversi dai forestali, che dovranno comunque essere autorizzati anche dall’Autorità forestale della Regione.
(XIII) Art. 142. (Aree tutelate per legge). 1. Fino all’approvazione del piano paesaggistico ai sensi dell’articolo 156, sono comunque sottoposti alle disposizioni di questo Titolo per il loro interesse paesaggistico: a) i territori costieri compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i terreni elevati sul mare; b) i territori contermini ai laghi compresi in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia, anche per i territori elevati sui laghi; c) i fiumi, i torrenti, i corsi d’acqua iscritti negli elenchi previsti dal testo unico delle disposizioni di legge sulle acque ed impianti elettrici, approvato con regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, e le relative sponde o piedi degli argini per una fascia di 150 metri ciascuna; d) le montagne per la parte eccedente 1.600 metri sul livello del mare per la catena alpina e 1.200 metri sul livello del mare per la catena appenninica e per le isole; e) i ghiacciai e i circhi glaciali; f) i parchi e le riserve nazionali o regionali, nonché i territori di protezione esterna dei parchi; g) i territori coperti da foreste e da boschi, ancorché percorsi o danneggiati dal fuoco, e quelli sottoposti a vincolo di rimboschimento, come definiti dall’articolo 2, commi 2 e 6, del decreto legislativo 18 maggio 2001, n. 227; h) le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici; i) le zone umide incluse nell’elenco previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 13 marzo 1976, n. 448; l) i vulcani; m) le zone di interesse archeologico individuate alla data di entrata in vigore del presente codice. 2. Le disposizioni previste dal comma 1 non si applicano alle aree che alla data del 6 settembre 1985: a) erano delimitate negli strumenti urbanistici come zone A e B; b) limitatamente alle parti ricomprese nei piani pluriennali di attuazione, erano delimitate negli strumenti urbanistici ai sensi del decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444 come zone diverse da quelle indicate alla lettera a) e, nei comuni sprovvisti di tali strumenti, ricadevano nei centri edificati perimetrati ai sensi dell’articolo 18 della legge 22 ottobre 1971, n. 865. 3. La disposizione del comma 1 non si applica ai beni ivi indicati alla lettera c) che, in tutto o in parte, siano ritenuti irrilevanti ai fini paesaggistici e pertanto inclusi in apposito elenco redatto e reso pubblico dalla regione competente. Il Ministero, con provvedimento adottato con le procedure previste dall’articolo 141, può tuttavia confermare la rilevanza paesaggistica dei suddetti beni. 4. Resta in ogni caso ferma la disciplina derivante dagli atti e dai provvedimenti indicati all’articolo 157.