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"La Vicìnia"
Dicembar dal 2003
 
Tra storia, diritto, economia e società
LE NOSTRE PROPRIETà COLLETTIVE
La relazione dell’avvocato bresciano Cesare Trebeschi al convegno di San Lorenzo in Banale del 27 agosto 2003

[Cesare Trebeschi]
L’avvocato Cesare Trebeschi è uno dei massimi conoscitori di proprietà collettive in Italia. Consigliere, dalla fondazione nel 1957, dell’Istituto di diritto agrario internazionale e comparato di Firenze, è stato sindaco di Brescia dal 1975 al 1985, e, prima, presidente della locale Azienda Servizi municipalizzati.

1. Anche gli alberi del bosco si rallegrano di fronte al Signore che viene: con una delicata incisione un amico artista proponeva questo versetto biblico come programma per la nascente famiglia di una mia figlia. Possiamo, infatti, ben credere, con Rigoni Stern, che uomini, animali, alberi, tutta la natura vive, e nel rapporto tra l'uomo e la natura, non occorre chiedersi chi sia arrivato prima, l'uovo o la gallina, perché se - come testimoniano archeologi e antropologi - la Bibbia aveva ragione, l'uomo è arrivato a cose fatte, da milioni di anni, e fatte bene se il Creatore se ne rallegrò, e l'uomo poté goderne con la sua donna fino a quando insieme ruppero l'incantesimo, mangiando il frutto proibito.
Anche i loro discendenti sulle Alpi, se ne rallegrarono e - racconta la storia delle nostre Regole - lodarono quei boschi e pascoli dei quali con le loro famiglie prendevano possesso, consacrandolo appunto con i loro laudi o statuti. Possesso, non proprietà in quel senso che più tardi i romanisti avrebbero definito come diritto di usare e di abusare di un bene, diritto di vita e di morte: semplice possesso, limitato al godimento dei frutti, ma destinato ai discendenti.
Ma come gli alberi sono arrivati ben prima dell'uomo, i laudi sono arrivati ben prima che Mussolini inaugurasse l'Enciclopedia Treccani ponendo al centro della sua dottrina del fascismo il supremo principio tutto nello Stato, niente fuori dello Stato.

2. La natura che qui interessa aveva, ha, due caratteri peculiari - dimensione e durata - che da quando gli arabi ci hanno restituito Aristotele ed Euclide si leggono, si misurano in numeri, e poiché secondo un filosofo del tardo Medioevo animalis homo numerare scit, l'uomo si distingue dagli altri animali perché sa contare, forse nei nostri ragionamenti dovremmo servirci di numeri più che scopiazzare parole inglesi.
Se dunque ci mettiamo a contare, a misurare, una prateria può forse suddividersi in mille praticelli, in cento orti che ogni anno daranno il loro frutto ai diversi proprietari che li coltiveranno ognuno a proprio modo; anche un bosco di mille alberi può, si, esser diviso tra mille Vicini, ma non sarà più bosco; e potrà, si, essere tagliato capricciosamente, ma non sarà più bosco. Forse per questo anche l'uomo, nel rapporto col bosco, e più generalmente con la montagna è legato a questa duplice caratteristica.
Parliamo dunque di numeri: questa torrida estate ci fa toccare con mano i numeri, e con i numeri i limiti dell'economia, della politica, della natura stessa: anche ai ricchi e potenti càpita di toccar con mano l'esauribilità ed insieme l'insostituibilità di determinati beni - l'aria, l'acqua, l'energia, la vita stessa - non ne siamo arbitri assoluti, e comunque un uomo solo non può fronteggiare queste crisi.
In crisi si era trovato il turista che tra Gerusalemme e Gerico incappò nei briganti: oggi più di allora vale l'allarme scritturale: guai a chi è solo, perché se cade non ha chi lo sollevi. Per non esser soli, sarebbe pericoloso affidarsi all'autostop: pare non l'abbiano capito quanti si sono stracciati le vesti per un recente intervento sui valori fondanti della nostra società, in tema di matrimonio: chiediamoci giuridicamente, storicamente, eticamente, la famiglia cos'è? Se la vita è un lungo viaggio, non è imprudente incamminarsi con quella sorta di autostop che è una banale famiglia di fatto?

3. Ecco, forse è questo il discorso che si può fare per il bosco e più in generale per la montagna, dove l'uomo per ammirare monumenti non ha dovuto costruire la torre di Babele o il Colosseo; qui, le Dolomiti se le è trovate in casa, e gratis, deve soltanto difenderle da inconsulte aggressioni di speculazioni turistiche o di devastazioni belliche.
Ma tra Adamello e lago d'Iseo, tra campanile basso e lago di Molveno, c'è, nei boschi un habitat impagabile per la selvaggina e per il sottobosco. Le prime tribù, le prime famiglie insediatesi quassù, quasi compartecipi della creazione hanno detto che quei boschi erano troppo belli per non innamorarsene e sposarli per sempre, con le rispettive tribù, non con autostoppisti mordi e fuggi, non per costruire una famiglia di fatto che si fa e si disfa quando cambia il vento. Nella ricerca sull'identità culturale e storica delle Regioni, il CNR ha puntualmente messo in luce questo fenomeno.

4. Ma quando la terra diventa bosco, e il bosco, ingaggiato, diventa sacro ad una comunità, il matrimonio dell'uomo e del suo clan con la terra fa emergere il problema dei numeri: della dimensione, della durata.
La dimensione, perché gli alberi possono pur avere un valore singolarmente inestimabile, se trovano il Donatello capace di ricavarne un sangiovannino, o se diventano l'albero maestro del galeone colombiano, ma separati, diventano un'altra cosa, il bosco, frazionato perde non soltanto valore, ma l'essenza del suo esser bosco: secondo il D.Lgs 226/2001 le Regioni lo definiscono precisando i valori minimi di larghezza, estensione e copertura necessari affinché un'area sia considerata bosco.
C'è un'altra, non meno importante dimensione: non si sposa una città con una formica; il laudo non è l'ukase di un vincitore, ma la dichiarazione d'amore di una tribù. Dichiarazione, presuppone un linguaggio, il tuo linguaggio. Non certo per razzismo, ma non si può non avvertire il chirurgico cinismo dei bonsai, o la stonatura dei pini marittimi sulle nostre colline, o dei cipressi che a Bolgheri alti e schietti ti corrono incontro con giovanile entusiasmo, mentre alle pendici dei nostri monti ti aspettano cadenti, all'ingresso dei cimiteri con linguaggio appunto cipressevole.

5. A questo punto, il problema non è tanto dell'uomo e della sua tribù, quanto del bosco, della terra, della montagna: il bosco è amico del vento, ma non può, ad ogni stormir di foglia licenziare i suoi alberi e sostituirli con piante d'altro linguaggio; il bosco ha sposato questa terra, non una terra qualsiasi. Solo noi, figli degeneri di s.Francesco, siamo capaci di licenziare nel giro di una generazione, i presepi mutuando da un'usanza barbara il sacrificio di migliaia di giovanissimi, innocenti abeti.
Non si tratta di pretendere un art.18 anche per i boschi: si deve soltanto prender atto che per la legge dei numeri la montagna ha una sua specifica destinazione, che questa vocazione, da sempre definita agrosilvopastorale non può non avere una durata, indissolubilmente legata alla vicenda naturale del bosco, che è fatto di piante perenni, ed è perciò stesso vincolato alla gestione ed all'uso dei suoi destinatari, che a loro volta hanno nelle loro famiglie una continuità.
Ben venga dunque una legislazione - statale, regionale, provinciale - impegnata (come la L.P. trentina 5/2002 ) a tutelare e valorizzare questi beni.

6. Se dimensione e durata sono caratteri propri del bosco, l'impatto dell'uomo col bosco ha fatto emergere un valore che i vostri padri hanno affermato e difeso con forza: il diritto-dovere delle diverse collettività di autodisciplinarsi senza dipendere in tutto e per tutto dallo Stato, e se vogliamo evitare che la tutela provinciale venga vista come la protezione manzoniana del Conte zio, si deve riconoscere e valorizzare anzitutto questa autonomia.
Nella Cina di Mao, il comunismo aveva deciso… di decider tutto, a cominciare dalle famiglie e dal numero dei figli; le nostre popolazioni montanare hanno sempre rivendicato il diritto di essere fabbri del proprio destino, a costo magari di emigrare quando la terra non bastava più, ma sempre insofferenti di ogni costrizione, gelosi custodi ad un tempo dei propri boschi e della propria libertà.
E' pur vero che molti statuti si ripetono, ma perché di volta in volta i saggi incaricati di redigerli non si sono limitati a ripetere i testi degli avi, ma si sono preoccupati di conoscere e far conoscere reciprocamente le rispettive esperienze.

7. Che se il Legislatore statale, rispolverando una secolare quérelle tra antichi e nuovi originari si orienta ad appiattire sulle amministrazioni comunali le proprietà collettive, confiscando i diritti dei regolieri in nome del superamento di privilegi comodamente definiti come medievali, gli avvocati potranno dirvi che il diritto di proprietà è sancito dalla Costituzione come garanzia di libertà per l'individuo e più ancora per la famiglia; e che se il Legislatore ritiene superato questo valore, può anche pensare di sopprimerlo, ma con una norma valida per tutti, non circoscritta alle sue forme collettive:
Storicamente, il diritto di proprietà privata trovava un temperamento nella tassazione fortemente progressiva delle successioni: è alquanto paradossale che una sostanziale confisca dei diritti ereditati dalle comunioni familiari si proponga concretamente proprio in concomitanza con una completa liberalizzazione fiscale delle successioni.
Ma il Legislatore non ha un diritto assoluto, di morte e d'arbitrio, sugli uomini, sulle istituzioni e sulle cose: non soltanto perché, come rispondeva il mugnaio alla pretesa arbitraria di Federico II, il y a des juges à Berlin - oggi in concreto Corte costituzionale e magari Corte di giustizia CE - ma perché quando il montanaro crede nei suoi valori e nelle sue peculiari istituzioni, sa farle vivere e rivivere sotto qualunque veste o regime.

8. Grave iattura tuttavia sarebbe se legittima insofferenza nei confronti della legislazione liquidatoria dei Commissariati agli usi civici (che si accingono a celebrare il secondo centenario della ricorrente, fallita pretesa di risolvere il problema di anno in anno) buttasse con l'acqua sporca il bambino, cedendo alla incolta pretesa livellatrice per eliminare le proprietà collettive, o anche solo formulando testi legislativi in termini così ambigui da divenire fonte di nuovo, interminabile contenzioso.
A evitar equivoci è bene chiarire, in termini appunto inequivoci, la definizione dei beni collettivi nel testo in discussione in Senato: Sono beni di proprietà collettiva i beni dell'originario demanio civico, nonché quelli acquisiti al demanio civico a seguito di liquidazione di usi civici (…) sempre che non appartengano alle categorie disciplinate dal capo II titolo I libro III c.c.: esclusione, questa, lapalissiana, perché, certo, non sono di proprietà collettiva beni di proprietà pubblica.
Un'attenta esegesi consentirebbe forse di escluderne i beni già in origine non civici e quelli liberamente acquisiti con atto - compravendita, donazione, ecc. - diverso dalla liquidazione, ma a questo punto come definiamo questi ultimi beni? Li classifichiamo tra i caciocavalli appisi di B. Croce?
Conviene, ci pare, chiarire esplicitamente che con i beni di proprietà pubblica sono esclusi - e in tal senso ci permettiamo far nostro l'emendamento proposto dal sen. De Rigo con puntuale riferimento alle norme interessate - i beni delle comunioni familiari montane. Una pur circoscritta apertura in tal senso è prevista per la Magnifica Comunità di Fiemme e per le Regole di Spinale e Manez dalla legge 5/2002 della Provincia di Trento: ma quid per le altre Regole trentine, come Predazzo e Rucadin? Non tocca a me una analitica disamina della legge trentina, già attentamente condotta dal Cons. Pace.
Quanto alle ASUC, senza invadere il campo della Pres. Aloisi voglio solo ricordare l'affectio vicinitatis, la necessità cioè di salvaguardarle quanto meno e comunque con un minimo di durata dell'insediamento il vincolo degli immigrati (i veneziani parlavano di nuovi originari) a questi beni.
E' appena il caso di rilevare l'aspetto forse più delicato dello spossessamento delle proprietà collettive e delle stesse ASUC, i suoi automatici riflessi cioè sul bosco, che essendo destinato non più agli originari ma all'intera popolazione del Comune, diventa area a destinazione non più silvopastorale ma genericamente urbanistica, sottraendo così ad ogni controllo il mutamento di destinazione: chi impedirà domani ad un Consiglio comunale passeggero di sostituire l'impagabile monumento naturale dei nostri boschi con un monumento di bronzo o di cartapesta per il podestà di turno, o Dio non voglia con testate nucleari da offrire agli improcessabili omicidi del Cermis.

9. Giudici e Legislatori sono certo importanti per la salvaguardia delle nostre istituzioni, ma affidarsi soltanto alla loro competenza, correttezza e buona volontà, sarebbe come consegnare la nostra salute personale ai medici: prima di loro, prima dei farmacisti, c'è la vis medicatrix naturae; ben sappiamo che come non c'è malattia più mortale del lasciarsi morire, non c'è farmaco più efficace di una coraggiosa forza di reazione ai malanni. L'abbiamo puntualmente verificato anche per le proprietà collettive, dipinte a fine '800 come curiose reliquie di ordinamenti trapassati; ma sappiamo che conculcate da tutti i regimi autoritari - da Napoleone, dagli Asburgo, dal fascismo - sono sempre carsicamente riemerse grazie alla tenace fiducia dei montanari.
Nel novembre scorso gli affezionati frequentatori del Centro diretto dal prof. Nervi, hanno potuto rileggere gli indici dell'Archivio Scialoja per le consuetudini agrarie, edito negli anni '30 da G.G. Bolla: i due nomi vengono ora abbinati nella seconda serie che Nervi offrirà nel prossimo incontro, e se si arriverà a nuovi numeri, gli studiosi potranno constatare con sorpresa come la caparbia volontà dei Vicini abbia saputo addirittura - magari con strumenti di opinabile ortodossia giuridica - far risorgere forme collettive che si ritenevano scomparse da più di un secolo.

10. Certo, la vecchiaia è un morbo anche delle istituzioni, non solo delle persone: il monito a Nicodemo vale anche per loro: per vivere, devon rinascere al passo con i tempi, prender atto che i ceppi familiari oggi comprendono normalmente almeno due generazioni di uomini maturi, non sempre polarizzate sotto un unico patriarca: non si può non riflettere sull'emancipazione dei figli e delle donne: già del resto le regole ampezzane hanno riconosciuto i Fioi de sotefamea e delle donne con responsabilità di capofamiglia, così come l'Associazione delle ASUC trentine ha eletto per la prima volta, con un'autentica svolta storica una Presidente donna.
Anche per l'economia la vecchiaia è un morbo pericoloso: non ci si può ancorare a forme di gestione superate dallo sviluppo del terziario, dalla meccanizzazione, dall'elettrificazione, ecc., come non si può ignorare lo sviluppo turistico sportivo della montagna.
***
L'altra mattina - e confido non risulti conclusione stravagante - dalla finestra spalancata sui monti della mia alta Valle mi ha sorpreso il suggestivo ripetersi dell'annuale rito di congedo delle rondini, che incrociandosi a centinaia in un festoso volo parevano gridare la loro nostalgia per questo mucchietto di case che si accingevano ad abbandonare.
Mentre ammiravo, fuori, questo spettacolo mozzafiato, e l'occhio tornava sulla parete della stanza ad un rilievo cartografico satellitare dell'ormai uniforme conurbazione urbana della Lombardia, riecheggiava dentro di me un ammonimento che mi insegue da ragazzo: un mondo nuovo si elabora, che sia per essere migliore o peggiore dipende da noi, ed è forse ancor vero, dipende anche da noi evitare che distrazione improvvida di un legislatore non adeguatamente informato consenta alla maniacale frenesia di un Procuste occulto e cieco di appiattire la ricchezza delle diversità livellando la nostra montagna con le sue tradizioni e le sue peculiari istituzioni nell'uniforme paesaggio di quella monotona continuità urbana.