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"La Vicìnia"
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La pagina del mensile “La nuova ecologia” dedicata all’espropriazione degli indios dell’Amazzonia, in Brasile

Diritto e burocrazia continuano a “coprire” i furti di proprietà collettive
COMUNITà ESPROPRIATE
I casi del Brasile e del Paraguay

Cambiano le epoche, cambiano le latitudini, ma il sistema per espropriare le proprietà collettive e per cancellare ogni diverso «modo di possedere» è sempre lo stesso.
Due esempi eclatanti sono stati evidenziati dal quotidiano “Avvenire” del 18 ottobre e dal mensile “La nuova ecologia” nel numero di ottobre.
Sotto la lente i casi degli indios del Paraguay, raggirati grazie al “censimento delle proprietà” e di quelli dell’Amazzonia, ove il “grillamen” risulta «un’attività piuttosto praticata in Brasile dove le appropriazioni di ampie porzioni di foresta pluviale rimangono impunite».
L’illecito è così denunciato dal periodico di “Legambiente”: «Si buttano giù alcune migliaia di ettari di foresta, si cacciano gli indigeni che vi vivono, ed ecco che, senza sforzi e in poco tempo, nasce una proprietà. Non è legale? Basta redigere un documento falso, esporlo al sole, alla polvere, alla voracità dei grilli amazzonici e anche il documento è antichizzato. Chi potrà avanzare obiezioni?».
Di seguito l’intervista integrale di “Avvenire” al missionario salesiano di Asunción, Giuseppe Zanardini.


Da Asunción. Il missionario: «Indigeni senza diritti. Le terre saccheggiate»

Don Zanardini: «In passato sono stati venduti con gli appezzamenti e costretti a lavorare per i padroni, ora riottengono zone depauperate»

La tutela dei diritti degli indigeni, a partire dalla riconsegna delle terre, è stata al centro della campagna presidenziale e del discorso d’insediamento di Fernando Lugo. Sono una ventina i gruppi indigeni riconosciuti in Paraguay. Tra di essi, 6 sono quelli che hanno una comune radice linguistica guaraní, lingua che la costituzione riconosce ufficialmente accanto allo spagnolo. Padre Giuseppe “José” Zanardini, salesiano, originario di Brescia, è il direttore del Centro di Studi antropologici dell’Università Cattolica di Asunción.

Quando cominciano i problemi per gli indigeni?
A parte il periodo del colonialismo spagnolo, una volta ottenuta l’indipendenza nel 1811, la prima data cruciale è il 1825: fu deciso il primo censimento delle proprietà: ma quali titoli potevano produrre gli indigeni? Così persero la terra.
E poi che cosa accadde?
Nel corso del XIX secolo e in particolare dopo il 1870, al termine della disastrosa guerra della Triplice Alleanza, lo Stato fu costretto a vendere immense porzioni di terra. Gli indigeni che vi vivevano facevano parte della transazione e diventavano schiavi dei nuovi padroni. L’esempio più eclatante è quello della Carlos Casado SA, un impresa argentina che impiantò nei 5 milioni di ettari acquistati le sue fabbriche di estrazione di tannino utilizzando la mano d’opera indigena asservita.
Com’è la situazione oggi?
Dal 1989 si è assistito ad una graduale riassegnazione delle terre agli indigeni. Il problema è che sono terre depauperate, ben diverse da quelle originarie, ricche in boschi, piante da frutto, selvaggina. Gli indios sono cacciatori e raccoglitori: come si può pretendere di trasformarli d’incanto in agricoltori e allevatori? Senza adeguato accompagnamento, gli indios continueranno a morire di fame anche nel più grande appezzamento di terra riconsegnato loro.

Lucas Duran
Avvenire, 18 ottobre 2008