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"La Vicìnia"
Lui dal 2008
 
Vandana Shiva nella foto pubblicata dal sito http://commons.wikimedia.org/wiki/Image:Vandana_shiva_20070610.jpg?uselang=it

“Fiducia privata”: un articolo di Vandana Shiva
UNA NUOVA FORMA DI FEUDALESIMO
«Suolo, acqua e biodiversità vengono gestiti in modo sostenibile solo quando sono considerati beni comuni»

[Vandana Shiva]
Per Vandana Shiva la privatizzazione di acqua, terra e biodiversità è uno dei frutti negativi della globalizzazione e delle politiche di liberalizzazione dei mercati.
La studiosa indiana ne ha scritto ad aprile su “La Nuova Ecologia”, il periodico di “Legambiente” (www.lanuovaecologia.it) per cui cura la rubrica “terramadre”.
Vandana Shiva è la fondatrice dell’istituto di ricerca “Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy”. Da anni si occupa di politica ambientale all’Indian Institute of Science e all’Indian Institute of Management di Bangalore.
Di seguito riproduciamo integralmente l’intervento della studiosa indiana.


L’agricoltura dipende dalla terra, dall’acqua e dalla biodiversità. Le sementi, il suolo e l’acqua per l’irrigazione sono al tempo stesso risorse naturali e strumenti produttivi. In tutti e tre i casi si tratta di risorse rinnovabili, se vengono gestite con criteri definiti appunto “sostenibili”. La sostenibilità dell’uso di terra, acqua e biodiversità (sia nel regno vegetale che in quello animale) dipende evidentemente dalle strategie e dai criteri di lavorazione. Le tecniche culturali possono in effetti migliorare la fertilità del suolo ma anche impoverirlo, così come possono aiutare il mantenimento della biodiversità e il ciclo delle acque ma anche comprometterli. Per concludere questo elenco di affermazioni che possono sembrare scontate, la gestione sostenibile di queste risorse naturali determina il miglioramento o il declino della produttività agricola e dunque della sicurezza alimentare. Ma un altro fattore di notevole importanza è quello della proprietà. I criteri di gestione cambiano in effetti a seconda di chi siano i proprietari di queste risorse e in linea di massima si può dire che suolo, acqua e biodiversità vengono gestiti in modo sostenibile solo quando sono considerati beni comuni.
Fino a pochi anni fa l’acqua e la biodiversità erano risorse pubbliche. Anche la terra, per quanto gestita da singoli agricoltori, era considerata un bene comune. Esistevano regole e diritti sui suoi prodotti, ma non sul possesso fisico, in linea con l’antico detto indiano «Sabhi Bhoom Gopal ki», cioè «la terra appartiene al Creatore». In termini più moderni, la distinzione tra beni comuni e proprietà riflette diverse concezioni dello Stato e in particolare la differenza tra il principio del mandato fiduciario e quello dell’assolutismo. Secondo il primo, lo Stato riceve dal popolo la fiducia per quanto riguarda la gestione dei beni pubblici, ma la sovranità rimane della comunità. Nella logica dell’assolutismo invece lo Stato è sovrano supremo e dunque proprietario delle risorse, che vengono assegnate ai cittadini o alle imprese, secondo il proprio discernimento. La globalizzazione e le politiche di liberalizzazione del mercato stanno portando ora alla privatizzazione dell’acqua e della biodiversità e alla concentrazione delle proprietà della terra, vanificando sessant’anni di riforme agricole e introducendo nuove forme di feudalesimo con strumenti come le Zone a economia speciale, di cui si è già parlato in varie occasioni in questa rubrica.
Un esempio purtroppo concreto di questo nuovo feudalesimo riguarda il Rajasthan, nel nord dell’India, dove quasi un anno fa, nel maggio scorso, il governo ha sfruttato i poteri conferitigli dalla sezione 261 della legge del 1956 (Land renevue act) per creare una nuova legge dal nome Rajasthan land revenue, il cui spirito è esplicitato nell’introduzione: “Legge 2007 di assegnazione di terre incolte per la coltivazione di specie da biocombustibili e la costruzione di impianti industriali pet la lavorazione degli stessi”. Con il particolare che la definizione di “terre incolte” deriva dal termine wastelands con cui il governo coloniale britannico definì gli appezzamenti agricoli dei contadini dai quali non poteva trarre proditti. Questa legge assegna per 20 anni tra i mille e i cinquemila ettari di terre dei contadini all’industria dei biocombustibili per le loro piantagioni, soprattutto di jatropha (Jatropa curcas), e i loro impianti.
La legge ironicamente prevede anche piccole estensioni di terra destinate ai grupi agricoli di autosostentamento, specificando però che tali gruppi sono tenuti a vendere i loro prodotti a un prezzo fisso alle aziende che producono biocombustibili nella stessa zone. Inutile dire che la piantagione di grandi monoculture estensive in una regione per lo più desertica comporterà grossi problemi anche sul fronte della disponibilità di acqua di falda e sulla biodiversità agricola e non.
Quello del Rajasthan è un caso emblematico ma la realtà, in generale, è che le grandi imprese si stanno servendo di istituzioni internazionali e dei governi che non rispettano il criterio di mandato fiduciario per creare nuove forme di proprietà privata che riguardano beni tradizionalmente comuni. Non a caso si dice “privato”: da “privare”, sottrarre qualcosa a qualcuno.

“terramadre” di Vandana Shiva
“La Nuova Ecologia” - Aprile 2008 - n. 4