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"La Vicìnia"
Jugn dal 2008
 

Un bene comune che va riconosciuto
RI-PUBBLICIZZARE L’ACQUA. LIQUIDARE CARNIACQUE

[Delio Strazzaboschi, Coordinamento regionale delle Proprietà Collettive nel Friuli-V. G.]
Si auspica che i Comuni della montagna trovino il coraggio di riconoscere i propri errori, nonché il proprio conformismo culturale e politico, e di porvi rapidamente rimedio.

Diversi Comuni italiani, a seguito delle rivendicazioni della popolazione, si sono rifiutati di consegnare le reti idriche, altri Consigli comunali hanno deliberato la rescissione delle convenzioni con i gestori (ma anche la richiesta di restituzione ai cittadini di quanto fatturato sulla base di illegittime deliberazioni delle Autorità d’ambito).
Contemporaneamente, sta crescendo il Coordinamento nazionale degli Enti locali per l’acqua pubblica, per la sua ri-pubblicizzazione e per condividere buone pratiche di gestione.
In Europa, infatti, le migliori forme di gestione dell’acqua, dal punto di vista sociale e ambientale, sono totalmente pubbliche: a Siviglia, in Spagna, sulla base di 40 precisi indicatori di costo e qualità, è stato dimostrato che il privato è più costoso; a Parigi, dopo aver ri-pubblicizzato gli impianti, si attende la scadenza delle convenzioni con due multinazionali, per riprendersi anche la distribuzione.
Al fine di assicurare la razionalizzazione e la solidarietà nell’uso delle acque, la Finanziaria 2008 ha previsto che fino all’emanazione di nuove normative non possano essere disposti nuovi affidamenti. Contemporaneamente il Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha già raccolto oltre 40 mila firme per la proposta di legge di iniziativa popolare “per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e la ri-pubblicizzazione dei servizi idrici”.
Anche in Carnia occorre subito un ripensamento culturale e politico, per utilizzare al meglio nell’interesse della collettività le risorse che appartengono a tutti, come l’acqua.
Da subito, i sindaci che hanno avallato la scelta della privatizzazione del servizio idrico, devono assumersene la responsabilità, cominciando con l’impegnarsi ad evitare di far pagare il minimo aumento tariffario alla popolazione che in loro aveva riposto fiducia.
Concorrenza economica sul mercato non significa equità sociale, e solo il settore pubblico può ridistribuire risorse fra individui e gruppi che non hanno tutti gli stessi bisogni a parità di meriti. Peraltro, non si è neppure risparmiato nulla, anzi: ciò che i Comuni hanno economizzato sull’acqua, è stato divorato dalle spese correnti e dal privilegiato inquadramento unico dei dipendenti.
E, come per Carniacque, l’uso della forma “società per azioni” da parte degli enti pubblici è fuorviante: la ricerca del profitto mal si addice alla gestione di beni comuni di pubblica utilità, mentre la proprietà pubblica del capitale sociale distorce la logica di efficienza del sistema privato. La politica deve decidere: ciò che appartiene alla sfera pubblica che sia pubblico davvero, gestito direttamente da un soggetto pubblico (come le Unioni di Comuni di vallata o la Comunità montana) e senza intermediazioni a cascata, che fra l’altro non fanno che moltiplicare soggetti strumentali, cariche e ingerenze politiche e maggiori costi.
La popolazione reclama ovunque il riconoscimento dell’acqua come bene comune e diritto della democrazia, da sottrarre alle logiche del mercato e del profitto. Si auspica che i Comuni della montagna trovino il coraggio di riconoscere i propri errori, nonché il proprio conformismo culturale e politico, e di porvi rapidamente rimedio.