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"La Vicìnia"
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Le Regole Ampezzane come modello di sviluppo sostenibile di una comunità
L’ESPERIENZA DI CORTINA ALLE NAZIONI UNITE
Interessante articolo sul numero di marzo del notiziario delle Regole d’Ampezzo “Ciasa de ra Regoles”

[Stefano Lorenzi]
Una cinquantina di persone provenienti da tutti i paesi del mondo si sono incontrate lo scorso febbraio a Roma, presso il palazzo della Fao (Food and Agriculture Organization), l’agenzia dell’Onu preposta alle iniziative per combattere la fame nel mondo. L’istituzione è al servizio sia dei paesi industrializzati sia di quelli in via di sviluppo, e rappresenta il forum neutrale dove tutti i paesi del mondo si incontrano per discutere e negoziare politiche e accordi.

L’incontro è stato voluto da diverse organizzazioni non governative nell’ambito del cosiddetto Cbd (Convention on Biological Diversity), un gruppo di lavoro che studia l’impatto dell’uomo sugli ecosistemi naturali e le forme di governo del territorio che meglio assicurano la convivenza fra gli esseri umani e le altre specie. La chiave della discussione era volta a capire come la gestione di aree protette – parchi e riserve – può essere compatibile con le esigenze delle popolazioni locali.
L’unico esempio italiano è stato quello delle Regole Ampezzane, invitate a partecipare all’incontro sul tema: “Governance as key for effective and equitable protected area systems” (la gestione del territorio come chiave per sistemi di aree protette efficaci ed equi).
L’esperienza che mi ha portato a Roma per raccontare la nostra realtà in questo contesto è stata straordinaria, sia perché mi ha consentito di portare su un tavolo internazionale, con un certo orgoglio, i risultati di secoli di buon governo dei monti e dei boschi d’Ampezzo, sia anche per riflettere ancora una volta su come la proprietà collettiva non sia solo uno stile di vita coltivato sulle Alpi, ma esteso a tutte le comunità rurali della Terra.
La presentazione dei diversi casi di studio, fra cui il nostro, è stata seguita da un dibattito al quale hanno partecipato persone che studiano i patrimoni di comunità e da persone che rappresentano in varie forme questi patrimoni. L’esempio ampezzano è stato accolto con curiosità e interesse, soprattutto perché le nostre Regole sono diventate un modello di come l’antica consuetudine collettiva possa convivere con le moderne misure di tutela ambientale rappresentate dai parchi, e di come il tutto sia stato legalizzato nel tempo. Non solo, ma il modello regoliero d’Ampezzo è risultato vincente in una località turistica come Cortina dove la speculazione economica ed edilizia sono molto forti, e dove quindi ci si aspetterebbe meno forza nel difendere il territorio.
Moltissime sono le realtà collettive nel mondo, raccontate da persone provenienti dal Sudamerica, dalla Polinesia, dall’India, dal Nepal, dall’Iran, dall’Africa equatoriale. Nonostante tutto, molte di esse resistono ancora in comunità rurali segnate da conflitti etnici, religiosi e speculativi, raccontando con voce timida che ci sono anche loro, che il loro modo di vivere nella natura è una via sostenibile per il futuro. Nessuno vuole insegnare agli altri come vivere in casa loro, naturalmente, ma ogni comunità rurale può essere un esempio di come sia ancora possibile invertire la tendenza al degrado del mondo a cui assistiamo in questi anni.
Una delle difficoltà maggiori che incontrano le comunità rurali nell’affrontare le sfide contemporanee è proprio quella del vedere riconosciuto dalla legge il loro modo di possedere e gestire il territorio, un modo troppo spesso ignorato e cancellato da norme statali e regionali del tutto incuranti del loro valore.
Anche le Regole Ampezzane ci sono passate, basti appena ricordare i decenni del Novecento in cui i nostri padri hanno combattuto per veder riconosciuta la proprietà collettiva, battaglia legale e politica che ha portato alla stesura di specifiche norme nazionali e regionali a riconoscimento e tutela della nostra realtà e di tutte quelle simili in Italia. Se oggi possiamo dare per superato questo problema, è perché qualcuno prima di noi l’ha affrontato e vinto: anche per questo dovremmo spesso ricordarci di essere grati ai Regolieri del passato.
Il caso ampezzano, dunque, ha destato particolare interesse nel corso dei lavori, tanto che verranno probabilmente fatti studi ad hoc sulla nostra comunità: il primo è già stato annunciato per la prossima estate, quando uno staff dell’Università di Washington – Dipartimento di Studi Internazionali visiterà Cortina per conoscere meglio il nostro modo di lavorare.
A margine dell’incontro ho poi conosciuto un ragazzo malese, rappresentante di una comunità indigena che vive della pesca collettiva sulle acque di un fiume nello stato di Sabah, il più orientale della Malesia. Nel raccontare le consuetudini del suo paese, egli ha sottolineato come ancora oggi sia importante il rispetto reciproco fra le varie tribù che vivono sul fiume, affinché le risorse comuni non vengano meno. Il giovane mi raccontava come, per loro, il sangue sia considerato simbolo e suggello di giustizia, e di come le persone che trasgrediscono alle regole della comunità siano obbligate a macellare davanti a tutti un loro capo di bestiame, spargendone a terra il sangue davanti agli altri.
La cosa sembra singolare ed esotica, ma mi ha fatto subito ricordare gli antichi Laudi delle Regole, dove la pena per i pastori che trasgredivano le regole della comunità arrivava fino all’uccisione di uno o più capi di bestiame del pastore stesso, con l’usanza di lanciare dietro al trasgressore le teste delle pecore così uccise.
È quindi straordinario riflettere come, da un capo all’altro del mondo, le necessità della vita sviluppano negli uomini analoghe forme di convivenza, legate ai valori della terra e a rituali che si perdono nel tempo.