Jentrade / Articui / La Vicìnia
Jentrade/Gnovis
  Leams/Links
"La Vicìnia"
Març dal 2008
 
Tualis di Comegliàns come appariva nell’estate del 2007, dopo i lavori di sbancamento sullo Zoncolan per la realizzazione della cosiddetta “Pista di rientro”, che da 1750 metri sul livello del mare scende ad appena 900 metri

Occorre una nuova consapevolezza per le popolazioni alpine
RITORNO IN MONTAGNA
Non più monocultura turistico-sportiva, ma buone pratiche differenziate

[Delio Strazzaboschi]
Un intervento di Delio Strazzaboschi, segretario del Coordinamento della Proprietà collettiva del Friuli e del Carso triestino e funzionario dell’Amministrazione frazionale di Pesariis

Lo stereotipo della natura protetta ha preso il posto di quello precedente della natura incontaminata, uno stereotipo ad uso e consumo dei cittadini che devono sfogare le loro aspettative di evasione.
Così il Sessantotto degli studi antropologici alpini arriva ben in ritardo, perché al dogmatismo delle leggi naturali la gente alpina ha sempre risposto aprendosi ampi varchi di libertà, di autogestione delle risorse ed anche di trasgressione religiosa e politica. Povertà e marginalità combattute con inedite strategie di resistenza ed auto-rappresentazione, scambi fra l’alto ed il basso, fra culture e stili di vita diversi. Oggi, paradossalmente, la cultura urbana dominante sembra aver annullato la capacità di dialogo con le città, appiattendo la montagna su un’acritica sottomissione da colonia o nostalgico rifugio in un passato scomparso.
Il pessimismo esistenziale genera così un cortocircuito di atteggiamenti negativi, come la diffidenza, il settarismo, l’avidità, vizi ricorrenti di chi ha scelto di vivere in trincea, anche se la guerra è finita da tempo o non c’è mai stata. L’idillio di una montagna purificatrice è finito, anche perché poggiava sul regno della finzione. Si scopre che la montagna non rende necessariamente più buoni, e oggi forse la stessa Heidi sarebbe guardata con sospetto.
Però, in questa società dell’insicurezza globale, appaiono anche nuovi bisogni di comunità e di appartenenza, dopo la nostalgia verso la natura e la terra perduta. Il ritorno in montagna per restare, per ripararsi dalla fretta e dalla subcultura del rischio, può essere nuovamente appetibile per i giovani e soprattutto per coloro divenuti consapevoli della durata, incognita ma determinata, della propria vita. L’abbandono dell’ideologia della crescita permanente, al quale in fondo ci aggrappiamo per evitare di risolvere le spaventose disuguaglianze, ci permetterebbe di ricordare che nella storia la condizione stazionaria è la normalità, mentre la crescita un’aberrazione.
Di notare che contabilizzare nella ricchezza nazionale beni vitali come l’acqua, che da gratuiti diventano a pagamento, non è indice di un beneficio ma piuttosto di un danno. Di dire, con Ruskin che «un capitale che non produce che capitale, è come una radice che produce solo radici, un bulbo che si dirama in bulbi: un’economia dedicata alla moltiplicazione dei bulbi senza mai vedere o concepire un tulipano».
Vivere il mondo in punta di piedi, con una diversa visione del mondo e non un’analisi sempre più raffinata di un modello difettoso.
Fenomeni ormai diffusi come il neo-ruralismo hanno contribuito a creare nuovi posti di lavoro, legati tanto alle nuove tecnologie quanto ai nuovi bisogni.
Non più quindi monocultura turistico-sportiva, ma buone pratiche differenziate, costruite sulla montagna e per la montagna, che rispondano ad una nuova concezione di vita, basata sulla cura delle persone e delle cose, sull’autonomia ed il tentativo di limitare la dipendenza dalla società dei consumi.
In una montagna intesa anche come laboratorio antropologico, tradizione e modernizzazione nell’agricoltura, nell’artigianato e nei servizi, un ambiente da cui non ci si può congedare, e soprattutto un nuova consapevolezza, possono indicare un’inversione di tendenza nel recupero di fiducia delle popolazioni alpine.